Andrea Frediani.
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Roma caput mundi 2. L'ultimo Cesare.
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Parte 2.
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2016. Newton Compton Editori, ROMA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
  Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
  ad esclusivo uso dei privi della vista.
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11.
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Tuo padre ha vinto una grande battaglia!, annunci Osio a Crispo, irrompendo nella sua stanza, certo di farlo felice.
Il ragazzo non fu pi in s dalla gioia e si gonfi di orgoglio per il genitore. Il vescovo fu sicuro che, per quel giorno, non avrebbe avuto pi alcuna voglia di studiare. Dove? Ha catturato lo zio?, chiese Crispo.
 accaduto a Cibalis, in Pannonia. Tuo padre ha prevalso con soli ventimila uomini contro i trentacinquemila di Licinio. Ne ha uccisi e catturati tantissimi, ma tra di essi non c'era il cognato, quindi la guerra continua. Temo che non lo rivedremo tanto presto..., gli spieg.
Crispo fece un gesto di stizza serrando i pugni. E io sono qui, a duellare con dei pali e a imparare cose che non mi serviranno mai nella vita..., si lament.
Abbi pazienza, e presto lo seguirai nelle sue campagne, lo rassicur. E per quanto riguarda la tua educazione, tutto pu servirti: pi cose imparerai, pi ti renderai utile allo Stato, da grande. Come principe, avrai sempre ruoli di grande responsabilit.
Non quello di imperatore, per, lo punse Crispo, consapevole della sua condizione.
Ma a te non interessa, no?, replic. A te preme essere un generale, soprattutto, vero? E lo sarai: il pi grande e celebrato di tutti, ne sono sicuro. Ma anche un generale deve avere un elevato grado di cultura: altrimenti, come si distinguerebbe dai barbari cui tuo padre sta facendo fare carriera nell'esercito?.
Il ragazzino annu, non del tutto convinto. Eppure, mio padre non ha avuto altri figli. A qualcuno dovr pur lasciarlo, l'impero....
Ma la tua matrigna  ancora giovane. Diamole tempo. E l'imperatore, ne sono certo,  ancora in grado di generare figli, disse Osio. Sai bene che, nella tua posizione di figlio nato al di fuori di un matrimonio, saresti un imperatore messo continuamente in discussione, qualunque impresa tu compia. Come generale, invece, saresti l'uomo pi potente dell'impero, da' retta a me, e ti toglieresti un mucchio di soddisfazioni. I fastidi legati all'attivit di sovrano lasciali ad altri....
Ma mio padre fa l'uno e l'altro!  un sovrano e un generale al tempo stesso.
Ma solo perch ha me che amministro lo Stato per suo conto, specific compiaciuto Osio. Altrimenti come farebbe, nei lunghi periodi in cui  in guerra? L'impero rischierebbe di andare in malora, e qualcun altro coglierebbe l'occasione e il pretesto per impossessarsene. Tu di chi potresti fidarti a tal punto da consegnargli l'impero?
Be', sempre di te, no?
Ho piacere che tu abbia tanta fiducia in me, caro ragazzo. Ma io sono pi vecchio di tuo padre, e probabilmente me ne andr prima di lui. Non ci sar io a sostenerti, se e quando toccher a te.
Crispo fece una smorfia di disappunto e allarg le braccia, apparentemente convinto dal ragionamento del suo precettore.
Osio lo guard con tenerezza. In lui convivevano da sempre due impulsi, nei confronti di quel ragazzo. Era il figlio di Minervina, e aveva desiderato proteggerlo fin da quando era un infante; ma era anche un figlio che la sua ex moglie aveva fatto con un altro uomo senza aver mai dato eredi a lui: quindi rappresentava il suo fallimento e il tradimento da parte di lei. C'erano momenti in cui desiderava che non fosse mai nato, altri in cui detestava la predilezione che Costantino nutriva nei suoi confronti. Voleva essere il solo essere umano di cui l'imperatore non potesse fare a meno: il solo di cui si fidasse. Man mano che gli anni passavano, Crispo prometteva di poter diventare sempre di pi un uomo di notevole caratura, e Osio temeva che prendesse il suo posto come collaboratore pi stretto di Costantino. Era una sorta di gelosia, la sua, di cui si rendeva perfettamente conto: ma erano pi le volte che la assecondava, di quelle in cui la combatteva. La sua natura, sempre portata a schiacciare gli altri, lo spingeva pi facilmente in quella direzione.
Suppongo che adesso che hai appreso della vittoria di tuo padre, tu non abbia la concentrazione per studiare Cicerone, disse tuttavia, comprensivo.
Proprio cos, Osio. Preferirei essere dispensato dalla lezione, oggi, replic il ragazzo.
Eppure la retorica  importante, perfino per un condottiero, lo ammon. Altrimenti, come potrai arringare i tuoi soldati e convincerli a dare la vita per te? Facciamo cos: senza importi una lezione, ti lascio solo a studiare il De inventione. Domani, per, dovrai parlarmene e dirmi cosa hai capito, prima che io parta per Roma, concluse, pensando ormai a come organizzare il viaggio che aveva pianificato alla volta dell'Urbe.
Crispo lo ringrazi e si mise subito a sedere aprendo il libro. Osio se ne and, ma mentre era sulla soglia not che il suo sguardo non era sulle pagine del libro, bens perso verso la parete, dove forse stava dipingendo con la mente scene di battaglia in cui si immaginava accanto al padre, in prima linea.
Sorrise divertito, mentre si chiudeva la porta alle spalle, biasimandosi per non essersi anche intenerito, come avrebbe dovuto fare con un figlioccio. Talvolta si odiava per non saper essere come tutti, per la sua incapacit di provare sentimenti; ma pi spesso, si compiaceva di non averne, e quindi di godere di un indubbio vantaggio sugli altri, in termini politici: era stato strutturato e concepito da qualunque dio avesse voluto la sua nascita per dominare, per gestire il potere senza lasciarsi guidare dalle emozioni. Poteva fare sempre quanto era necessario per preservare gli equilibri pi funzionali a una societ, e ne andava orgoglioso.
Quando giunse nel tablino, trov ad attenderlo uno schiavo, che gli annunci la nascita del figlio dell'imperatrice, nell'altra ala del palazzo. Era un maschio e pareva in ottima salute, gli disse. Lo conged e rimase a riflettere, i gomiti poggiati sulla scrivania. Costantino aveva un erede ufficiale, dunque, e il povero Crispo era ufficialmente fuori gioco: quella schiava avrebbe dovuto essere soppressa quanto prima, per evitare che parlasse. Annot mentalmente di provvedere, e poi decise di dirlo subito al ragazzo. Dentro di s, avvertiva un recondito desiderio di fargli del male, dandogli la conferma di ci di cui avevano parlato poco prima. Magari Crispo, nel frattempo, stava sperando che Fausta partorisse una femmina, o che il bambino non sopravvivesse. Be', gli avrebbe tolto qualsiasi illusione.
Si alz e torn verso l'appartamento del principe. Quando giunse al termine del corridoio che portava alla stanza, intravide una figura femminile di spalle che bussava alla porta del ragazzo. Il vescovo si blocc appena dietro il muro d'angolo e sporse un poco la testa, incuriosito dalle precoci conquiste del suo allievo. Quando Crispo apr la porta, la donna gli gett le braccia al collo e lo baci con veemenza. Avvinghiati l'uno all'altra, ruotarono di qualche grado, prima di fare un passo oltre la soglia e chiudersi la porta alle spalle, tra risolini sommessi.
E Osio fu certo di aver riconosciuto Fausta.
Quella stupida avrebbe dovuto far credere a tutti che se ne stava a letto con le levatrici e il suo bambino appena nato in braccio, e invece se ne andava in giro a sollazzarsi, per giunta col suo figliastro.
Ebbe l'impulso di andare verso la stanza e di farvi irruzione. Fece qualche passo avanti, ma poi si ferm e blocc la sua mano che stava per bussare. Tir un profondo sospiro e sorrise. Poi torn indietro, verso il tablino.
Tutto sommato, era meglio tenersi per s l'informazione. Avrebbe potuto fargli comodo in futuro.
Contro l'uno o contro l'altra.
Il nemico  attestato presso la citt di Mardia, mio signore, dichiar l'esploratore prima ancora di fermare il cavallo davanti a Costantino.
Mmm. Si  fermato, finalmente, quel codardo, comment l'imperatore. E quanti uomini ha con s?, chiese, sicuro che Licinio non avesse fatto in tempo a raccogliere un nuovo esercito all'altezza del precedente. Aveva fatto aggiustare il ponte sulla Sava il prima possibile, per poterlo raggiungere.
Difficile dirlo, rispose la staffetta. A giudicare dalle tende nei pressi delle mura, potrebbe avere anche quindicimila uomini. Ma non sappiamo quanti ve ne sono all'interno della citt. E soprattutto, abbiamo visto colonne di soldati e rifornimenti affluire da oriente. Senza dubbio ha dato convegno a Mardia a tutte le truppe stanziate in Tracia, e forse perfino a quelle in Asia Minore, per costituire un nuovo esercito.
Costantino annu e guard a uno a uno i componenti del suo stato maggiore. Le parole dell'esploratore dimostravano ci che aveva pensato fin dal primo momento seguito alla vittoria di Cibalis: il tempo giocava un ruolo fondamentale nella partita con il rivale. E non era a suo favore.
Questo significa, signori, che dobbiamo dare battaglia immediatamente, prima che i suoi effettivi crescano ancora. Ma sapeva gi che i suoi subalterni avrebbero espresso rimostranze. Lo avrebbe fatto anche lui, probabilmente, se fosse stato al loro posto.
O forse no. Aveva osato sempre e comunque, a dispetto delle circostanze avverse, e solo per questo era diventato l'imperatore di Roma pur essendo stato escluso dalla lotta per il potere. Chi non osa  condannato alla mediocrit: ne era sempre stato convinto.
Mio signore, abbiamo un'armata di quindicimila uomini anche noi, ormai, dopo le perdite a Cibalis..., disse uno dei suoi generali.
E sono stanchi.  stata lunga, da Cibalis a qui: una marcia a tappe forzate che non ha consentito loro di recuperare, dopo le fatiche di un combattimento durato un'intera giornata. Hanno bisogno di riposo, specific un altro.
E poi, siamo in territorio ostile. Le nostre linee di comunicazione si sono allungate a dismisura e sono a rischio: corriamo il pericolo di trovarci isolati e circondati dal nemico, intervenne un altro ancora.
Forse Licinio voleva proprio questo: attirarti sul suo scacchiere. Stai facendo il suo gioco, dichiar l'ennesimo generale.
Se  vero che ogni ora gli giungono rinforzi, non sappiamo neppure contro quanti uomini dovremo combattere....
Silenzio!, url all'improvviso Costantino, spazientito. Vorr dire che non lo sapr neppure lui!.
Tutti lo guardarono, intimoriti, perplessi e senza capire.
Costantino guard la lunga colonna di fanti che seguiva la cavalleria. Erano legionari e ausiliari visibilmente provati, laceri e ancora contusi per le ferite ricevute in battaglia solo tre settimane prima, assetati e affamati. E le loro espressioni tradivano un morale piuttosto basso; erano consapevoli che il loro sacrificio a Cibalis era stato vano: avevano sofferto, e visto morire commilitoni e amici, senza ottenere un risultato decisivo, con la prospettiva di una guerra ancora lunga e con sempre minori possibilit di successo, man mano che si spingevano verso il centro nevralgico dell'impero antagonista.
I soldati di Licinio erano di certo pi freschi e riposati, pasciuti e nutriti; ma anche meno temprati dalla battaglia. Sicuramente, il rivale aveva affastellato alla bell'e meglio un'armata con le guarnigioni di confine e con reclute dell'ultim'ora: gente non abituata a combattere, con carenze di addestramento e di equipaggiamento, contro cui i suoi veterani, perfino nelle condizioni in cui si trovavano al momento, non avrebbero avuto difficolt a prevalere.
La vittoria di Cibalis gli era costata un quarto del suo esercito, tra morti, feriti e soldati che aveva destinato alla custodia delle migliaia di prigionieri o a presidiare il territorio sottratto a Licinio. Ma quelli che gli erano rimasti, ne era convinto, erano pi che sufficienti a garantirgli un nuovo successo.
Mio signore, come facciamo a non fargli sapere quanti siamo? I loro esploratori hanno sorvegliato la nostra avanzata..., obiett uno dei suoi subalterni.
Costantino studi lo scacchiere. Era pi frastagliato rispetto a quello del precedente scontro, e gli consentiva soluzioni tattiche che non aveva potuto adottare nel campo aperto davanti a Cibalis. Vedete quell'altura boscosa laggi?, disse, indicando una collina pi alta degli altri rilievi nei pressi.
Ebbene, l nasconderemo un quarto del nostro esercito, dichiar. Per l'esattezza, le legioni di coda della colona, che il nemico non ha ancora individuato. Andate a dare ordine che compiano il giro largo e si vadano ad appostare. Quando daremo battaglia - e non dovr essere pi tardi di domani, se vogliamo contenere la disparit numerica -, al nostro segnale aggrediranno il nemico sul fianco e ci garantiranno la vittoria.
I subalterni si guardarono l'un l'altro. Non sar facile costringere a battaglia Licinio. Ha tutto l'interesse a ritardare lo scontro il pi possibile. Sa bene che il tempo decimer i nostri ranghi o ci costringer a tornare indietro, mentre le sue file si rinfoltiscono, obiett uno di essi.
E noi lo costringeremo a combattere, dichiar. A cosa servono, altrimenti, gli arcieri?, aggiunse con un sorriso.
Se ne stanno andando, finalmente, disse Paolo, il soldato che si era scusato a Cibalis e con cui Martiniano aveva sviluppato un rapporto pi amichevole. I due osservavano la cavalleria mandata all'inseguimento di Licinio tornare indietro. Ora potremo raggiungere l'imperatore.
Non esserne troppo contento, comment Sesto. Vuol dire che il grosso dell'esercito di Costantino ha passato la Sava e sta piombando addosso al sovrano. Ci sar presto battaglia.
Ragione di pi per raggiungere subito l'imperatore!, replic Paolo. Avr bisogno di tutte le sue forze per fronteggiare la nuova minaccia.
Certo, lo raggiungeremo. Ma non prima di aver capito cosa intende fare Costantino, ribatt Sesto. Siamo nella posizione di poter osservare i suoi movimenti come degli esploratori mandati in avanscoperta.
Ma poi, potremmo non fare in tempo a rientrare, una volta che l'esercito di Costantino sar qui....
Vale la pena correre il rischio. Renderemo all'imperatore un servigio pi grande rimanendo a controllare il nemico, insistette Sesto. Gli uomini non lo contestarono oltre. Da quando avevano passato il ponte sulla Sava, avevano sviluppato nei suoi confronti un grande rispetto, e si erano rimessi completamente ai suoi ordini. Soprattutto Paolo, spinto dal pentimento per averlo abbandonato sul campo di battaglia, si stava dimostrando molto zelante: era stato al suo comando come guardia del corpo di Licinio, e Sesto lo aveva sempre giudicato un buon soldato, disciplinato ed efficiente, ma non ne era mai rimasto particolarmente impressionato. Pertanto, non gli aveva mai dato troppa confidenza, in precedenza. Adesso invece, doveva forzarsi a non parlare con lui come a un vecchio camerata. Dopo il distacco da Minervina, le delusioni patite a corte con Licinio e Senecione, la mancanza di motivazioni che lo avevano spinto a puntare solo sulla propria carriera, si sentiva solo.
Avevano proceduto a piedi, fino a quando non avevano trovato una stazione di posta sulla Via Egnatia, dove avevano requisito dei cavalli. L avevano anche saputo che Licinio si era attestato a Mardia, in attesa che si radunassero tutte le truppe della regione. Ma a quel punto, ormai, la cavalleria mandata da Costantino all'inseguimento del rivale li aveva superati, e avevano dovuto frenare, procedendo con cautela alla volta dell'imperatore. E adesso, bisognava attendere ancora, prima del ricongiungimento: non sapeva se le sue gesta sul campo di battaglia fossero giunte alle orecchie di Licinio, e in ogni caso non erano servite a nulla; inoltre, era certo che Senecione non aveva mancato di sputare veleno nei suoi confronti, dopo aver visto la cavalleria nemica prevalere a dispetto dei suoi sforzi per impedirlo. Pertanto, era consapevole di avere bisogno di qualche altra impresa da offrire a Licinio per rientrare nelle sue grazie, e la soluzione che aveva escogitato poteva consentirglielo.
Condusse il suo drappello su per i pendii delle alture accanto alle quali l'esercito nemico sarebbe inevitabilmente passato, prima di giungere a ridosso di quello di Licinio, e si dispose ad attendere, mettendo un uomo di vedetta e mandandone altri due a reperire cibo. Trascorse cos un'intera giornata e la notte, augurandosi che Licinio fosse riuscito a mettere insieme truppe a sufficienza per affrontare un nuovo scontro. Costantino aveva fallito nel suo tentativo di infliggere una sconfitta decisiva all'avversario a Cibalis, e non era riuscito ad agguantarlo con la cavalleria durante la fuga. L'imperatore amico dei cristiani, adesso, stava giocando il tutto per tutto addentrandosi in territorio nemico e sperando di sorprendere il cognato ancora impreparato ad affrontare un nuovo combattimento.
Costantino non era mai stato cos vulnerabile.
Fosse stato a fianco di Licinio, gli avrebbe suggerito di accettare battaglia, anzi di provocarla, a qualunque costo: mai pi gli sarebbe capitato di godere di una simile superiorit strategica, sul proprio terreno e contro un avversario provato e decimato dalla campagna. Sembrava un paradosso, considerando la pesante sconfitta di Licinio a Cibalis, ma era proprio quest'ultimo a essere ancora in una posizione di vantaggio. Tuttavia, Sesto era certo che quei pavidi dello stato maggiore, non appena il nemico fosse comparso alla loro vista, avrebbero suggerito all'imperatore di sottrarsi allo scontro e di ritirarsi di nuovo. Era gente, quella, che affrontava una battaglia solo in netta superiorit numerica, senza considerare gli altri fattori, altrettanto se non pi importanti. Sper quindi che le notizie che sarebbe stato in grado di portargli avrebbero indotto l'imperatore a osare, a dispetto delle opinioni dei suoi pessimi consiglieri.
Il sole era alto nel cielo da diverso tempo quando la cavalleria leggera nemica comparve di nuovo lungo la strada. Non trascorse molto tempo prima che s'intravedesse anche la lunga colonna dei legionari, protetti ai lati dalle truppe leggere. Rimase appostato tra i cespugli sulla sommit del colle, a osservare la marcia dell'esercito avversario, cercando di capire le intenzioni di Costantino. Lo odiava con tutte le sue forze, ma ne aveva estremo rispetto come condottiero: sfortunatamente, come lui in circolazione non ce n'erano molti.
L'armata si ferm, poi riprese a marciare verso le posizioni di Licinio. Ma Sesto not che, in coda alla colonna, un contingente si staccava compiendo un movimento pi ampio, proprio in direzione delle alture occupate dal suo drappello.
Dobbiamo andarcene, subito, disse uno dei suoi uomini, spaventato.
Niente affatto. Nessuno si muove finch non lo dico io, dichiar seccamente Sesto, senza staccare gli occhi di dosso dal contingente.
Non vi furono mugugni. Continu a osservare il nemico finch non risal anch'esso il pendio delle alture. Solo allora si mosse, ordinando ai suoi di seguirlo. Si spost verso le posizioni di Licinio, tenendosi sempre al riparo entro la boscaglia, fino a giungere ai margini della pianura che si stendeva davanti a Mardia. Il sole alle sue spalle si era trasformato in un disco di fuoco e stava iniziando a dileguarsi oltre l'orizzonte. Scrut l'accampamento di Licinio a fianco delle mura della citt: una distesa di bivacchi dentro la quale a ogni istante si accendeva una fiammella. Calcol che avesse un numero di uomini perlomeno pari a quelli di Costantino. Ma non bastava, se non era stato sufficiente averne quasi il doppio a Cibalis.
E poi, non sapeva ancora quale sarebbe stato il ruolo del contingente che l'avversario aveva nascosto sulle alture. Aveva intenzione di lanciarlo sul fianco di Licinio a battaglia iniziata? Oppure voleva fargli compiere un semicerchio completo e fargli aggredire da tergo il rivale? O ancora, utilizzarlo per raddoppiare la forza d'urto della linea frontale?
Doveva attendere ancora. Doveva aspettare fino a quando non fosse iniziata la battaglia, per poter dire a Licinio da quale direzione proveniva la minaccia.
Solo cos il suo intervento sarebbe potuto risultare di qualche utilit all'imperatore. Quando lo comunic ai suoi, non la presero bene. Passare la notte nella terra di nessuno tra i due schieramenti era quanto di pi deprimente e rischioso potesse capitare a un soldato: nessuna forma di difesa da attacchi improvvisi, totale esposizione a ogni sorta di pericolo, da ambo gli schieramenti, niente cibo per rifocillarsi, nessuna tenda per riscaldarsi dal freddo dell'inverno e neppure la possibilit di accendere un fuoco, che avrebbe rivelato la loro posizione.
Erano soli.
Arcieri avanti, in ordine sparso!, grid Costantino, e il suo comando si propag di reparto in reparto, finch tutta la fanteria leggera non avanz a riempire lo spazio ondulato tra i due eserciti. Gli arcieri si acquattarono negli avvallamenti o dietro i cespugli e gli alberi, oppure subito dietro il pendio di un'altura, e iniziarono a bersagliare le posizioni nemiche con una pioggia ininterrotta di frecce. Gli uomini di Licinio non erano schierati a battaglia, ma oziavano nel proprio campo, protetto da sommari sbarramenti di arbusti e sterpaglie, tronchi d'albero segati e disposti sul terreno, che si sommavano agli ostacoli naturali rappresentati dallo stesso scacchiere su cui erano avanzati gli attaccanti.
Licinio era stato furbo ad attestarsi in un punto in cui impedire all'avversario di sfruttare tutta la potenza della sua celebrata cavalleria, si disse Costantino. Stavolta non avrebbe avuto a disposizione una pianura in cui lanciare al galoppo i suoi cavalieri; in compenso, per, avrebbe fronteggiato un numero largamente inferiore di nemici. Lo preoccupava il fatto che, per la prima volta da quando era al comando supremo delle sue armate, dovesse fare affidamento sulla fanteria, che aveva sempre relegato a un ruolo di supporto. Ma aveva fiducia che il successo di Cibalis avesse infuso morale alle sue truppe e che, sebbene provate, avrebbero compiuto fino in fondo il loro dovere.
Avevano avuto la notte per riposare, e la mattina presto aveva fatto in modo che si rifocillassero a profusione con ci che era rimasto delle riserve di cibo: se avessero vinto, non avrebbero avuto problemi a vettovagliarsi ancora; se avessero perso... be', non ci sarebbe stato bisogno di nutrire nessuno. I soldati erano allo stremo, e sapevano che difficilmente avrebbe avuto luogo un'altra battaglia: la campagna sarebbe finita quel giorno, comunque fosse andata. L'armata non aveva la forza e gli effettivi n per sostenere altri scontri, n per spingersi ancor pi in profondit in territorio nemico.
Strinse gli occhi per vedere cosa accadeva dietro le linee di Licinio. Non appena i dardi avevano iniziato a solcare il cielo sopra le loro posizioni, le numerose sentinelle disposte lungo le difese si erano acquattate dietro ogni riparo disponibile, o sotto i loro scudi, ma i soldati che vagavano per il campo venivano sorpresi senza protezioni, e li vedeva cadere come frutti maturi dagli alberi. Strinse i pugni per l'esaltazione: adesso Licinio non aveva scelta. Non poteva fuggire senza rimetterci pesantemente in prestigio, n rimanere arroccato dietro le sue fragili difese. Sarebbe stato costretto a scendere in campo con l'intera armata, gi scompaginata nei ranghi dall'implacabile azione degli arcieri.
E non appena avesse messo il naso fuori dal perimetro difensivo, il contingente nascosto sulle alture lo avrebbe aggredito sul fianco, impedendogli di schierarsi in modo coerente e consegnandolo all'assalto delle truppe frontali.
Gli avversari erano stati colti di sorpresa. Licinio non avrebbe mai immaginato di essere attaccato la mattina seguente all'arrivo del suo rivale: era contro ogni logica della guerra, che imponeva a un comandante di far riposare gli uomini dopo una lunga e serrata marcia. Inoltre, non aveva visto avanzare una falange schierata, o delle colonne di cavalleria, ma solo poche centinaia di arcieri in ordine sparso, immaginando delle semplici azioni di disturbo. Ma poi le centinaia di arcieri si erano trasformate in qualche migliaio, e in pochi istanti si era scatenata una tempesta di frecce, che non dava neppure modo ai suoi uomini di allestire una reazione: non era facile equipaggiarsi e formare dei ranghi sotto la minaccia costante di essere colpiti dal cielo.
Vide che gli ufficiali di Licinio tentavano di formare e schierare le unit. L'imperatore aveva gi dato l'ordine di contrattaccare: dopo la sconfitta subita a Cibalis non poteva permettersi di eludere lo scontro. I soldati tuttavia esitavano a formare i ranghi, osservando il cielo nel timore di vedersi trafiggere da un momento all'altro da una saetta. D'un tratto Costantino ud un boato vicino a s. Not un masso rotolare tra gli arcieri pi avanzati e travolgerne un paio. L'occhio gli and istintivamente alle mura della citt adiacente all'accampamento di Licinio, e proprio allora vide partire dagli spalti un altro proietto: una ballista era entrata in azione.
La pietra atterr in un settore dove non c'erano arcieri. Ma un'altra subito dopo, scagliata da un'ulteriore macchina, si port via un soldato. Tuttavia, l'ordine sparso con cui Costantino aveva fatto avanzare le sue truppe leggere rendeva scarsamente efficaci i tiri dagli spalti: altro discorso sarebbe stato se avesse fatto avvicinare l'armata a ranghi compatti. L'azione delle macchine rallent tuttavia l'azione degli arcieri, alleggerendo la pressione sull'armata di Licinio, che ebbe modo di organizzarsi.
A Costantino stava bene. Doveva stanarli, adesso, e se le loro balliste li facevano sentire abbastanza sicuri da indurli a uscire in campo aperto, avrebbe ottenuto lo scopo che si era prefissato. Segnal ai suoi subalterni di tenere pronte le truppe pesanti, che fece schierare non in legioni, ma in ducenarie: il terreno frastagliato gli impediva di mantenere coesa una falange, e scelse di dividere l'armata in piccoli gruppi da duecento uomini, che si sarebbero mossi pi agilmente nel corpo a corpo. Ordin anche ai cavalieri di scendere da cavallo e di avanzare nello stesso modo sui fianchi, montando in sella ogni volta che avessero intravisto la possibilit di uno sfondamento o un aggiramento.
Molte truppe leggere avevano esaurito le frecce; inoltre, i massi stavano iniziando a fare pi vittime di quante gli arcieri ne facessero nel campo nemico. Comand che si ritirassero, e attese solo che le unit di testa dell'esercito nemico affiorassero oltre alle loro difese, per far avanzare la fanteria. Le truppe di Licinio uscirono alla spicciolata, fino a comporre una sorta di schieramento davanti al loro vallo. Ma nemmeno loro erano in grado di disporre una falange: sarebbe stato un combattimento confuso e caotico, senza troppe tattiche.
Tranne la tenaglia preparata da lui, si disse Costantino pensando al contingente nascosto.

12.

Spiegami meglio la tua dottrina, presbitero Ario. Devo avere le idee chiare, se vuoi che ti sostenga, dichiar Osio dopo aver esaurito i convenevoli. Il vescovo di Roma Silvestro, che aveva voluto presente all'incontro, appariva in evidente imbarazzo; aveva chiesto di essere dispensato, ma il consigliere di Costantino era stato intransigente: se voleva che Roma esercitasse una primazia su tutte le altre sedi metropolitane, era tenuto a collaborare.
Non  una dottrina, caro amico,  semplice logica. Perfino la fede, ancorch assoluta, pu avere una logica, specific puntiglioso il sacerdote. Talmente inoppugnabile che ormai sono in molti, ad Alessandria, a esserne convinti e a seguire la tesi che vado affermando da tempo. Il vescovo Alessandro non mi permette di parlare in pubblico, proprio perch sa che non  difficile convincere la gente con argomenti cos logici, e teme di perdere il suo ascendente sui fedeli.
Osio non trovava piacevole quell'Ario. Gli pareva un esaltato, con una personalit schiacciante, che sarebbe stato difficile contenere. Ma d'altra parte, era proprio quello che gli serviva: un trascinatore di folle e un piantagrane che fosse difficile da tenere a freno. Per questo lo aveva convocato a Roma, dove si era affrettato ad andare per evitare che qualcuno, a corte, venisse a conoscenza di quell'incontro, strettamente clandestino. Costantino combatteva contro Licinio con le armi che gli erano pi familiari, sul campo di battaglia; lui lo aiutava con metodi meno tangibili ma, ne era sicuro, pi efficaci, sul lungo termine; con i suoi sistemi, era in grado di incidere pi profondamente sul potenziale del sovrano antagonista, rispetto a quanto avrebbe potuto una semplice sconfitta campale, per quanto devastante potesse essere.
Veniamo al punto, Ario, lo incalz. Tu neghi la consustanzialit tra Padre e Figlio, e il tuo vescovo ti accusa di eresia.
Giustamente, a mio parere, intervenne Silvestro; Osio gli lanci un'occhiataccia che costrinse il povero vescovo ad abbassare lo sguardo sul pavimento. Poi esort il presbitero a proseguire.
Padre e Figlio non sono e non possono essere sullo stesso piano, questo  il punto, vescovo, replic Ario. Il Figlio di Dio  creato dal nulla; ci fu un tempo in cui Egli non era,  in grado di accogliere il male e il bene secondo il suo libero arbitrio, ed  prodotto e creatura.
Ma questo  inaudito! Il Figlio  coeterno al Padre!, protest Silvestro. Ma Osio gli fece perentoriamente cenno con la mano di tacere.
Teoria interessante, comment invece. Quindi, se ho ben capito, tu sostieni che se Cristo  Figlio di Dio, come peraltro sosteneva Egli stesso, deve essere per forza nato dopo, giusto?
Certo!, sostenne con veemenza Ario. Solo il Padre  eterno, Egli solo  senza principio. Il Figlio  una creatura di Dio e non  coesistente al Padre, dato che il Padre esisteva prima del Figlio stesso.
Questo per  difficilmente sostenibile, per un cristiano, argoment Osio, certo di anticipare l'obiezione di Silvestro, che scalpitava per dire la sua. Perch cos neghi la natura divina di Cristo.
Niente affatto!, si inalber Ario. Proprio perch Figlio di Dio,  partecipe della sua natura divina! Il Logos  entrato in lui, come gi sosteneva mezzo secolo fa Paolo di Samosata, che attribuiva a Ges sapienza divina, un po' come i profeti e i santi erano stati partecipi dell'assistenza divina. E il Logos, come sosteneva Origene,  sostanza divina: se anche fosse vero, secondo Berillo di Bosra, che Ges era solo un uomo partorito dalla vergine Maria, il Logos lo ha reso divino....
Fermo!. Osio lo blocc: essendo del tutto privo di preparazione teologica, nonostante il ruolo di vescovo che ricopriva, si trovava in difficolt di fronte a disquisizioni tanto dotte, che trovava assai stucchevoli. Era diventato prelato per fini politici, e si era dato solo una superficiale infarinatura dei precetti cristiani; non sarebbe mai stato in grado di sostenere una conversazione di quella portata. Gli parevano questioni di secondaria importanza, sfumature, ma se Ario era in grado di attirare, come sembrava, tanti seguaci, era l'uomo che faceva per lui. Quando aveva saputo dei disordini che era stato capace di creare in Egitto, dopo aver perso la corsa al seggio di vescovo di Alessandria, a favore del suo antagonista Alessandro, aveva pensato bene di contattarlo. Quello che stava avvenendo nella capitale egiziana gli aveva permesso di elaborare una nuova strategia per consolidare il potere di Costantino e indebolire quello di Licinio.
Ormai per non posso pi predicare la verit: il vescovo mi ha bandito dalla citt, e di sicuro vi far arrivare una petizione per escludermi dalla comunit dei fedeli, si lament Ario.
E noi vedremo di impedirlo, rispose prontamente Osio. Hai tutto il diritto di esprimere le tue opinioni, presbitero. Non mi paiono affatto in contrasto con la dottrina ufficiale. Posto che ci sia, una dottrina ufficiale: non abbiamo mai indetto un concilio che stabilisse una volta per tutte quali testi seguire come canonici, e le interpretazioni che si possono fare di essi sono le pi disparate. Pertanto, ogni discussione  lecita e ben venga chiunque apporti nuove idee alla costruzione di una fede tutto sommato recente, rispetto alle altre, che sono professate in tutto l'impero da svariati secoli, perfino da millenni, preesistendo a esso, come quelle egiziane, per esempio.
Osio aveva intenzione, da tempo, di dare un corso omogeneo alla religione che aveva scelto per dare coesione all'impero; ma non prima che la confusione tra fazioni e le differenze anche significative tra testi sacri adottati dalle varie comunit cristiane avesse esaurito la sua funzione. Quando era diventato vescovo si era messo a studiare la parola di Cristo, ma presto aveva abbandonato l'impresa, trovandola troppo gravosa per un uomo politico quale lui, nonostante la veste che indossava, si considerava pi di ogni altra cosa. Esistevano cos tanti testi considerati sacri, che descrivevano il breve periodo della vita terrena di Ges, e cos tante versioni, che conoscerle tutte era impossibile. Alcuni vangeli erano pi in uso di altri, ma nel complesso c'era stata, nei tre secoli da quando era vissuto Cristo, una proliferazione caotica di scritture considerate sacre, che aveva portato alla creazione non di un solo Cristo, ma di tanti, spesso molto diversi l'uno dall'altro: e ogni comunit pretendeva che il proprio fosse quello vero, i cui precetti andavano seguiti alla lettera.
Come se non bastasse, poi, c'erano letterati e filosofi come Ario, che si mettevano anche a dissertare su sfumature che il popolo minuto non era in grado di comprendere, creando ulteriori contrasti tra fazioni e facendo scricchiolare l'autorit dei vescovi delle sedi metropolitane. E per finire, in certi territori, come in Africa, risuonavano ancora gli echi della vecchia disputa seguita alle persecuzioni di Diocleziano e Galerio, tra quanti avevano tenuto ferma la loro fede e chi aveva consegnato i testi sacri e sacrificato agli imperatori; nonostante i sinodi tenuti per contenere il fenomeno, i donatisti ancora imperversavano nel continente nero, e anzi avevano avuto una filiazione in Oriente con i meleziani.
Queste dispute avevano luogo soprattutto in Oriente, nei territori di Licinio, e a Osio faceva gioco fomentarle, per minare alla base il potere dell'antagonista di Costantino e indispettirlo contro i cristiani, inducendolo cos a ritirare le concessioni in loro favore e spingendo cos questi ultimi a considerare Costantino come il loro esclusivo campione; in un secondo momento, poi, senza un canone stabilito ufficialmente cui conformarsi, le varie comunit avrebbero finito per appellarsi all'imperatore, e quindi a lui, per dirimere i loro contrasti.
Ma come posso fare? Sono osteggiato, e ai miei seguaci viene impedito di riunirsi..., insist Ario.
Non ti preoccupare, lo rassicur Osio. Ripartirai da Roma con un bel po' di soldi, che userai per comprarti un po' di influenza con cui contrastare l'invadenza del tuo vescovo. Inoltre, scriver ai vescovi di Nicomedia e Cesarea, che mi devono dei favori, e chieder loro di proteggerti e favorirti, se necessario. Vedrai che in breve tempo le tue idee prenderanno piede. Non aveva che da chiedere, Osio. La sua superiorit su tutti gli altri vescovi dell'impero era data dalla sua vicinanza a Costantino, il solo che li favorisse apertamente. E certi vescovi orientali, come appunto i due di nome Eusebio che aveva citato con Ario, erano dovuti ricorrere a lui per ottenere le sovvenzioni che Licinio non forniva per le chiese cristiane. Flussi di denaro in loro favore di cui Osio sapeva sempre come chiedere conto, tenendo i destinatari legati a s.
Ario parve soddisfatto e si rilass. Quel volto cupo e allucinato si permise perfino un mezzo sorriso. Sono lieto di aver trovato in te un uomo comprensivo e intelligente. Vedrai che sapr mettere a frutto il tuo prezioso aiuto, comment.
Non ne ho dubbi, rispose Osio. Ora per, se vuoi scusarmi, devo discutere col vescovo Silvestro come regolare la percentuale di cui si priver la sua chiesa per favorire la tua causa. Quindi, devo chiederti di lasciarci soli....
Osio non bad all'espressione sgomenta di Silvestro, e ricambi i pronti saluti di Ario che, avendo ottenuto quel che cercava, si affrett a levarsi di mezzo. Non trascorse neppure un istante, da quando il presbitero alessandrino era uscito dalla porta, che Silvestro inizi a lamentarsi. E io dovrei avallare questa eresia? Per giunta, privandomi del denaro che i fedeli donano per aiutare i nostri bisognosi e costruire edifici religiosi qui a Roma e nella nostra parte d'impero?, protest deciso.
Osio sorrise. Sapeva bene che Silvestro non era Milziade. Anche quando alzava la voce, non mordeva mai. Era un uomo remissivo, che si piegava sempre alla volont del pi forte. E il pi forte era lui.
Lo farai, perch vuoi che Roma abbia la preminenza su tutte le altre sedi che pretendono di essere il centro della cristianit, dichiar seccamente, facendo pesare tutta la sua autorit.
Silvestro lo guard perplesso. E cosa avrebbe a che fare la causa di Ario con la primazia di Roma su Gerusalemme, Alessandria o Antiochia?, protest. L'Urbe dovrebbe essere la prima e pi importante sede della cristianit perch vi  morto Pietro, la pietra su cui Cristo ha fondato la sua Chiesa. E questo dovrebbe essere sufficiente....
Invece non lo , evidentemente, per gli altri vescovi, argoment Osio. Le altre sedi che hai citato sono pi antiche di Roma, in quanto a presenza di comunit cristiane, e questo le autorizza a vantare una primazia. Gerusalemme, poi,  il posto in cui  morto Cristo, e non solo lui ma anche suo fratello Giacomo, che ne aveva raccolto l'eredit, almeno prima che Saulo di Tarso irrompesse sulla scena. Difficile contestare le pretese del suo vescovo. No, devono essere ben altri i modi in cui conquistarsi la preminenza sugli altri vescovati.
E secondo te, aiutare un eretico sarebbe un modo efficace?, ribatt Silvestro.
Certo. Perch la sua azione minerebbe l'autorit del vescovo di Alessandria e, se potenziata, anche quella degli altri vescovi orientali, gettando nel caos le loro comunit e le loro chiese, specific Osio. E allora, a chi si rivolgerebbero i cristiani per un punto di riferimento, se non a Roma, dove tutto procede in armonia, senza pi contrasti tra fazioni e di comune accordo col potere imperiale, che conferisce autorevolezza alla sede procedendo in piena sintonia col suo vescovo?.
Silvestro assunse un'espressione pensierosa. Uhmm..., riflett, mentre in Oriente i nostri correligionari si dilaniano in dispute estenuanti, e i fedeli non sanno letteralmente a che santo votarsi per trovare una via spirituale da seguire, qui a Roma il cristiano pu trovare tutte le risposte che cerca, e una salvezza certa. Noi qui siamo in pace perch siamo consapevoli che il messaggio di Cristo  amore, e quindi facciamo in modo di evitare litigi. Sar questo che insegneremo a chi si rivolger a noi!. Adesso il prelato sembrava perfino entusiasta: o forse stava solo convincendo se stesso che la sua azione aveva esclusivamente fini morali. A Osio non interessava: l'importante era che Silvestro assecondasse le sue mire.
Perfetto, vedo che hai capito, disse infine, compiaciuto, e assai soddisfatto della sua visita a Roma. Adesso fammi vedere i registi delle decime e cerchiamo di capire quanti fondi possiamo distrarre a favore della causa di Ario....
Sesto non aveva dormito. Nessuno di loro c'era riuscito. Una notte all'addiaccio senza chiudere occhio lo aveva provato. Faceva troppo freddo, nei boschi in altura, e troppi erano i rischi che correvano rimanendo tra i due eserciti, anche solo per provare a rilassarsi. Ma adesso che la battaglia aveva avuto inizio, sapeva ci di cui aveva bisogno.
Il contingente nascosto da Costantino avrebbe attaccato l'esercito di Licinio sul fianco.
La colonna nemica non era passata oltre l'altura durante la notte. L'intenzione dell'imperatore avversario, evidentemente, non era quella di aggirare e circondare il rivale ma di stringerlo in una tenaglia. Quindi Licinio avrebbe dovuto rinforzare il fianco, senza sprecare forze costituendo una riserva che gli guardasse le spalle. Ed era questo che doveva riferire all'imperatore, per permettergli di vanificare la manovra di Costantino.
Osserv quello che accadeva pi in basso. Vide gli arcieri nemici mietere vittime nel campo di Licinio per attirarlo a battaglia, e gli uomini del suo imperatore organizzarsi per un contrattacco. E quando le prime unit uscirono in campo aperto, decise che era il momento di andare. Con le ossa doloranti per l'umidit e le membra irrigidite dal freddo, fece segno ai suoi uomini di montare a cavallo. Con cautela, ridiscesero il pendio, per evitare che gli animali si azzoppassero, ma anche di essere avvistati dalla colonna nascosta.
Aveva percorso circa met del tragitto che lo portava a valle, quando il suo drappello raggiunse un'ampia radura che non gli dava pi alcuna copertura. Sesto preg gli di che il nemico non lo avesse avvistato: erano stati a breve distanza dal contingente nascosto per tutta la notte, ma il buio e il fitto della boscaglia li avevano celati alla vista degli avversari; adesso per era tutta un'altra storia. Punt deciso verso un altro tratto coperto dagli alberi, ma proprio allora un grido strozzato e un nitrito alle sue spalle gli fecero capire che non l'avrebbe passata liscia. Si volt un istante e vide che l'ultimo uomo della sua colonna era caduto di sella, con una freccia nella schiena.
Non c' tempo di affrontarli o di vedere dove sono! Fuggiamo e basta!, esort i suoi. Sibilarono altre frecce, poi il rombo degli zoccoli aument d'intensit, facendogli capire, senza bisogno di voltarsi di nuovo, che i nemici si erano lanciati al loro inseguimento. Spron ancora il cavallo, nonostante il terreno si facesse ancor pi frastagliato e gli ostacoli aumentassero. Sgusci tra gli alberi, augurandosi che gli inseguitori si fermassero, ma con la coda dell'occhio ne colse le sagome. Non dovevano essere molti, ma di certo erano pi di loro. A ogni falcata del cavallo preg gli di che l'animale non si spezzasse le gambe, facendolo finire alla merc del nemico. Forse mancava poco all'aperta pianura dove sarebbe sbucato molto vicino alle legioni di Licinio: a quel punto, gli inseguitori avrebbero dovuto fermarsi, sia per non rivelare la loro posizione, sia per non finire nel raggio d'azione dell'esercito avversario.
Tocc al cavaliere al suo fianco. Se lo vide sparire all'improvviso, e rovinare per terra insieme al cavallo, finendo scaraventato contro un albero. La bestia aveva incespicato su qualche sasso o in una forra. Si guard intorno: erano rimasti solo Paolo e un altro soldato, e non aveva idea di quanti ancora lo inseguissero. Incit ancora il cavallo, scart l'ennesimo albero e intravide sul fondo della foresta la pianura. La salvezza, forse, era vicina.
Poi not che erano rimasti solo lui e Paolo. Sper di non perdere anche l'uomo che gli aveva mostrato una maggiore dedizione, e che stava imparando ad apprezzare. Sent un cavallo avvicinarsi e pens che fosse quello del suo subordinato. Si volt per dirgli di virare a sinistra con lui, per accorciare la distanza che li separava dalle linee di Licinio, ma si accorse che si trattava di un altro cavaliere, che si era frapposto tra loro due. Lo vide scegliere Paolo come bersaglio, caricando il braccio per scagliargli contro un giavellotto. Senza esitare, Sesto diede uno strattone alle redini e fece sterzare il proprio cavallo, che fin addosso a quello dell'inseguitore, sbilanciando il cavaliere e facendolo finire per terra un attimo prima che vibrasse il colpo.
Paolo lo guard con gratitudine, ma Sesto gli fece cenno di non rallentare. Il rumore di zoccoli risuonava sempre pi potente alle loro spalle. Spron il cavallo. Il pendio era diventato pi morbido e gli alberi pi radi. Riusciva a intravedere sempre pi chiaramente i ranghi dell'esercito di Licinio che si stavano formando. Erano l, davanti a lui, quasi a portata di mano. Per fortuna gli inseguitori avevano esaurito le frecce, o erano troppo vicini per scagliarle.
Quando sbuc in campo aperto, gli parve di tornare a respirare. Era stato in apnea per lunghi momenti. Pot finalmente lanciare la propria cavalcatura al galoppo, sentendo l'aria fresca del mattino sferzargli il viso. Paolo era al suo fianco. Si volt, e con grande soddisfazione vide i gesti di stizza dei suoi inseguitori, costretti a bloccarsi ai margini del bosco. Cavalc in direzione del fianco di Licinio, sperando che l'imperatore e il suo stato maggiore non fossero troppo nelle retrovie: non c'era tempo da perdere.
Quando fu vicino alle truppe amiche, vide un drappello di cavalieri muovere verso di lui. Ed era troppo esperto per non intuire che avevano intenzioni ostili. Si sbracci per rassicurarli. Siamo guardie del corpo dell'imperatore. Portateci da lui!, grid pi volte, ma i rumori della battaglia gi iniziata gli impedirono di farsi sentire. Quando furono vicini, uno dei cavalieri caric il braccio e scagli un giavellotto nella sua direzione. L'istinto lo aveva preparato a un rischio del genere: a scontro iniziato, anche lui sarebbe stato messo in sospetto da due cavalieri che fuoriuscivano dalla boscaglia al galoppo, puntando contro il fianco dell'armata. Si acquatt lungo il collo del cavallo, ma in quel momento Paolo si frappose tra lui e il giavellotto, gettandosi sulla traiettoria.
L'arma centr con violenza il subalterno alla spalla, e la punta fuoriusc oltre la scapola, facendolo precipitare a terra. Sesto fren il cavallo, scese di sella e alz le mani in segno di resa. Poi si gett su Paolo, che era ancora cosciente, si inginocchi e lo sollev per il capo. Maledizione! Perch l'hai fatto? Perch?, disse, mentre i cavalieri lo circondavano.
Perch... tu mi hai salvato la vita pi di una volta, mormor il soldato. E non lo meritavo, per averti abbandonato....
Sesto ebbe un moto di commozione: era da molto tempo che nessuno faceva qualcosa per lui. Neppure Minervina, che perfino nei momenti pi felici aveva teso sempre a prendere, pi che a dare.
Ce la farai, disse, poi si rivolse ai cavalieri: Brutti imbecilli! Cosa potevano farvi due soli uomini? Sono Sesto Martiniano, vicecomandante delle guardie del corpo dell'imperatore. Portate subito quest'uomo in infermeria e scortate me da Licinio!, aggiunse perentorio.
I soldati lo guardarono con imbarazzo, ma annuirono. Sesto confort ancora un istante il suo subalterno, ma non c'era tempo da perdere: perch il sacrificio suo e degli uomini che erano stati ai suoi ordini non fosse stato vano, era necessario che l'imperatore sapesse immediatamente cosa lo aspettava.
Mont a cavallo e due legionari lo scortarono da Licinio, ancora all'interno del campo. Lo trov intento a sorvegliare il deflusso delle truppe al di fuori del vallo, contornato dal suo stato maggiore; Senecione fu il primo ad accorgersi del suo arrivo, lanciandogli uno sguardo di sorpresa misto a odio. Il comandante attir l'attenzione di Licinio su di lui, e il sovrano sgran gli occhi. Sesto Martiniano! Ti credevamo morto, dopo la tua lodevole ma fallita manovra, sent il bisogno di specificare. Riconosciamo tuttavia che hai contribuito a limitare le proporzioni dell'insuccesso. Come mai ci raggiungi solo ora?
Gi. Come mai? Cosa ci facevi dietro le linee nemiche fino a poco prima che iniziasse la battaglia?, gli fece eco Senecione, ma con ben maggiore malizia.
Sono rimasto a sorvegliare i movimenti dell'esercito di Costantino, mio signore, rispose Sesto, ignorando il proprio comandante. Mentre rientravo con il pugno di uomini che hanno passato la Sava con me, ho notato che dalla coda dell'armata nemica si  staccato un contingente che ha preso posto l, sulle alture, spieg, indicando la collina su cui aveva passato la notte. Si stanno preparando ad attaccarci su un fianco. Quindi ti suggerisco di rafforzare quell'ala, mio signore.
Licinio lo guard perplesso. Intervenne Senecione. Mi pare una storia incredibile. Pochi uomini se ne stanno indisturbati in mezzo al nemico senza essere catturati o uccisi, comment sarcastico.
Veramente, ne ho persi tre, e uno  ferito, specific Sesto, piccato.
E chi ci dice che non ti sei unito a Costantino e non sei qui per indurci a rinforzare il fianco destro a scapito di quello sinistro, per poi permettere al tuo capo di attaccarci da quella parte?, lo provoc Senecione.
Sesto si indign. Sono stato un pretoriano. Pensi che Costantino si fiderebbe a prendermi con s? Chiunque mi conosca, sa bene che questa  un'accusa infamante. Se quell'uomo mi prende me la fa pagare cara, specific.
E allora, forse,  quello che dovremmo fare: consegnarti a lui. Hai fallito a Cibalis, facendoci perdere degli uomini, e io non mi fido pi di te, insist Senecione.
Silenzio!, intervenne Licinio. Non tolleriamo litigi tra i nostri subordinati mentre sta iniziando una battaglia. Sesto Martiniano, ti siamo grati per il tuo zelo, ma non abbiamo sufficienti elementi per considerare realistica la minaccia di cui ci parli. Rimarrai qui con noi a osservare gli eventi. Porremo rimedio alla situazione qualora si verificasse nei termini che ci hai annunciato. Per ora, rimarrai qui a osservare come se la cava il cesare Valente. Poi, fece un cenno a due guardie del corpo che si avvicinassero a lui. Di fatto, era sotto custodia.
Cesare?, chiese meravigliato. Aveva notato l'assenza del magister militum, tra lo stato maggiore.
Hai sentito bene. Abbiamo deciso di designarlo nostro erede, nel caso ci capiti qualcosa o siamo sconfitti, spieg l'imperatore. Non vogliamo che Costantino si prenda la nostra parte di impero prima che la erediti nostro figlio, e sar Valente a fare da reggente finch Liciniano non sar adulto. Ora ha pensato bene di guadagnarsi il titolo combattendo in prima fila.
Sesto fu in parte rassicurato dalla lungimiranza di Licinio: Valente era un valido generale e un brav'uomo. Tuttavia scosse la testa, frustrato. Se non fosse stato per Senecione, l'imperatore gli avrebbe prestato ascolto. Era inutile spostare truppe sul fianco destro mentre l'assalto sull'ala veniva lanciato: sarebbe stato troppo tardi. E non poteva permettere che vincesse Costantino. Non solo perch il proprio destino sarebbe stato segnato, ma soprattutto perch l'impero si sarebbe trasformato in un'entit irriconoscibile, nella negazione di tutto ci che aveva portato alla sua gloria.
Doveva fare qualcosa, a tutti i costi. Non aveva pi niente da perdere, ormai.
E prese la sua decisione.
Non ce la faceva proprio. Costantino apprezzava alquanto la possibilit di osservare il campo di battaglia nella sua totalit, assistendo da spettatore a uno spettacolo di cui era il principale artefice. Ma si sentiva impotente, e tutte le sue membra vibravano per la frustrazione di non essere in prima linea a guidare i suoi uomini. Bramava il clangore delle armi, che dall'altura su cui si era sistemato gli perveniva attutito, lontano, una debole eco che non poteva soddisfare il suo bisogno di nutrirsi delle sensazioni con cui era cresciuto fin da ragazzo, nelle prime campagne al seguito di Diocleziano e Galerio. Allora era costretto a tuffarsi nel centro nevralgico dello scontro, da subordinato che doveva distinguersi e costruirsi una carriera; adesso, da imperatore e comandante supremo, era una sua scelta, che nessun altro condottiero avrebbe condiviso.
Una scelta che avrebbe voluto fare.
Si era forzato a rimanere in una posizione che gli consentisse di valutare la situazione, ma la sua natura di combattente non glielo permetteva. Non lo aveva mai fatto, e stavolta si era lasciato convincere dal suo stato maggiore perch c'era troppo in gioco. In caso di sconfitta, tenendosi fuori dalla mischia avrebbe avuto la speranza di sottrarsi alla cattura e fuggire, per ricominciare tutto da capo.
Tutto vero. Ma lui era un guerriero. E voleva essere ricordato come un imperatore-soldato. Finch ne avesse avuto la forza e la possibilit, avrebbe condotto in prima persona le sue truppe in guerra, e mai avrebbe delegato ad altri compiti militari che poteva svolgere lui. Se anche fosse sopravvissuto alla sconfitta, avrebbe dovuto convivere non solo con la macchia dell'insuccesso o della fuga, ma anche con quella di essersi tenuto a distanza dalla pugna, come un codardo qualunque. E anche se avesse vinto, sarebbe stata una vittoria amara: era ancora nel fiore degli anni, e non c'era una ragione, a parte la prudenza, per cui dovesse tenersi lontano dai rischi. Era certo che quella scelta gli avrebbe gravato l'animo negli anni a venire.
A ogni modo, le cose sembravano essersi messe bene. Fino a quel momento, i suoi uomini si erano comportati come si era aspettato che facessero, e Licinio aveva reagito nel modo che aveva previsto. Pressato dall'urgenza, dagli arcieri e dal bisogno di restaurare il proprio prestigio, il rivale stava schierando i suoi uomini in modo confuso, approssimativo, frettoloso: forse avrebbero resistito all'impatto frontale con la fanteria ma non, subito dopo, anche all'assalto sul fianco da parte del contingente nascosto.
Al diavolo, si disse: aveva corso rischi ben peggiori. Spron il cavallo e invit gli scudieri e le guardie del corpo a seguirlo, lasciando sul posto lo stato maggiore. Doveva stare vicino agli uomini che combattevano, non a quelli che guardavano. I soldati avrebbero combattuto con pi vigore, vedendolo alla loro testa, e avrebbero dato pi volentieri la vita per lui, quel giorno come in quelli a venire, ricordando le sue gesta e il suo coraggio. Il dio che lo aveva protetto fino ad allora, qualunque fosse, lo avrebbe aiutato anche stavolta.
Cavalc fino a giungere a fianco della cavalleria sull'ala. I cavalieri, ostacolati dal terreno mosso, avanzavano al trotto, tenendo lo stesso passo delle truppe appiediate. Una volta tra i suoi uomini, Costantino si adegu alla loro andatura e si pose alla loro testa. A mano a mano che i soldati si rendevano conto della sua presenza, grida di giubilo si sollevavano dalle file.
Gli arcieri in ripiegamento s'incunearono nei corridoi tra le unit, fino a sgombrare il campo per l'urto tra truppe pesanti. I soldati di Licinio provavano ad allestire una linea di difesa, ma in molti settori lo schieramento era ancora incompleto. Tuttavia godevano sicuramente del vantaggio numerico, anche solo perch parte delle truppe all'attacco erano state destinate alla colonna aggirante.
Perch mai aveva dubitato? Sentiva di avere la vittoria in pugno: la sua tattica non poteva fallire. E i suoi soldati erano pi motivati di quelli di Licinio: combattevano per la sopravvivenza, erano pi esperti e il loro imperatore era al loro fianco. Ne ebbe conferma quando avvenne l'urto tra le prime linee. Nessuna delle due formazioni era riuscita a schierarsi a falange, ma quella nemica aveva i ranghi scompaginati ancor prima dell'impatto, e i suoi riuscirono a guadagnare qualche spanna di terreno negli istanti immediatamente successivi. Poi, l'assembramento di soldati in uno spazio ristretto ne rallent la spinta, e il combattimento divenne statico.
Costantino, attorniato dai suoi scudieri, si sent frustrato: non poteva far molto in quelle condizioni, se non incitare i suoi a dare il meglio. Non potendo guidare la cavalleria nello sfondamento, come abitualmente faceva, il suo ruolo si limitava solo a un supporto morale. Tuttavia era consapevole che non si trattava di un apporto da poco. Li vedeva, i suoi soldati, vibrare colpi con veemenza e poi guardarlo, in cerca della sua approvazione: tutti erano ansiosi di distinguersi, al suo cospetto, di guadagnarsi onorificenze per qualche atto di valore cui aveva assistito personalmente l'imperatore. Ne vide uno falciare due nemici con un solo fendente, poi gettarsi contro un altro e duellare con lui finch non lo fece stramazzare a terra con un affondo al collo, e annot mentalmente quel viso, per poter premiare il soldato subito dopo la battaglia, comunque fosse andata. Un altro trafisse un avversario con la spada e ne abbatt un secondo con lo scudo, per poi finirlo con un calcio alla testa che gli spacc il cranio scoperto. Ma subito dopo, un uomo di Licinio lo sbilanci con una spinta e lo fece finire addosso alla lama di un camerata, che lo trapass all'addome.
Dopo un po', furono troppi gli atti di valore cui aveva assistito, per memorizzarli tutti; e lo stesso valeva per gli uomini che cadevano sotto i colpi del nemico. Era il momento. Richiam una staffetta e diede l'ordine di comunicare al contingente nascosto di intervenire.

13.

Tutti gli sguardi erano fissi sulla battaglia. Perfino le guardie del corpo che Licinio aveva assegnato alla sua sorveglianza sembravano distratte dallo scontro appena iniziato tra le due armate. Quella di Licinio, dissestata dagli arcieri nemici, aveva perso terreno dopo l'impatto, ma poi aveva fatto valere la sua superiorit numerica, offrendo una buona resistenza, e il combattimento era diventato di puro attrito. Probabilmente il corpo a corpo sarebbe andato avanti per ore, senza essere risolutivo.
Se non fosse stato per la colonna che Costantino aveva nascosto.
Quando fosse intervenuta, senza che i soldati di Licinio fossero preparati a riceverla, avrebbe fatto pendere la bilancia dello scontro a favore del nemico, forse irrimediabilmente. Non poteva permetterlo. Sesto spron il cavallo e sfugg alla custodia dei soldati che lo attorniavano, abbandonando la collina su cui si trovava lo stato maggiore e precipitandosi al galoppo verso il fianco in procinto di essere investito. Sent urlare alle sue spalle, poi il rumore di zoccoli gli fece capire che lo stavano inseguendo. Pass nei corridoi e negli spazi tra unit, zigzagando tra le legioni per confondere gli inseguitori, e insinuandosi sempre pi in profondit nello schieramento per far perdere le proprie tracce. Combatteva solo la prima linea, per il momento; tutto il resto dell'armata faceva pressione sulle schiene dei compagni pi avanti per arginarne l'arretramento sotto la spinta nemica, oppure era appena uscita dall'accampamento e cercava ancora una posizione. Sesto giunse infine all'ala dove stazionava la cavalleria, e si nascose tra i soldati; quando si volt, vide che i suoi inseguitori erano lontani e si guardavano intorno alla sua ricerca. Lo avevano perso.
Adesso veniva la parte pi difficile. Cerc un ufficiale e quando lo trov, gli si affianc e disse: Tu! Sono Sesto Martiniano, vicecomandante delle guardie imperiali. L'imperatore mi ha ordinato di prepararci a un'aggressione sul fianco. Passa la voce agli altri decurioni: schieramento verso le colline di tutte le unit. Avanzate di cento passi e lasciate spazio alla fanteria. Subito!.
Quello lo fiss con diffidenza e non si mosse. Che Sesto fosse arrivato da solo, in effetti, poteva destare sospetto. Sbrigati! Vuoi essere considerato responsabile di una disfatta? C' poco tempo!, insist. Le altre guardie seguiranno con Licinio in persona: vuoi che ti faccia rapporto?.
L'ufficiale si risolse infine a tirare le redini del cavallo e a spostarsi verso le altre decurie per allestire lo schermo difensivo richiesto da Sesto. L'ex pretoriano si spost allora verso la fanteria. Gli serviva un comandante di legione, e lo individu grazie alla cresta sull'elmo, che svettava su tutti gli altri soldati. Si qualific, ribadendo di essere stato inviato dall'imperatore, e aggiunse: Primicerio, ruota la tua legione verso le alture: dobbiamo fronteggiare un assalto. E fa' dare l'ordine alle due legioni pi vicine.
Non vedo nessuno, da quella parte, rispose asciutto l'ufficiale.
Sesto esit un istante, lo guard in tralice e poi ribatt: Li vedrai tra poco: sono stati avvistati dagli esploratori.
L'uomo appariva dubbioso. Uhmm... Se sottraggo tre legioni alla fronte, in prima linea non sosterranno la pressione del nemico.
Osi discutere un ordine dell'imperatore, primicerio?.
L'ufficiale tacque.
Va fatto subito, altrimenti  inutile: dobbiamo essere pronti a riceverli. Vedi? La cavalleria sta gi allargandosi per schermarvi, ribad, indicando i cavalieri, che avevano iniziato a eseguire le sue disposizioni.
L'uomo vide i commilitoni e parve convincersi. Inizi a strepitare ordini, mentre Sesto tornava dai cavalieri e prendeva posto tra di loro, scrutando i profili boscosi delle alture per individuare il movimento. Trascorse momenti densi di tensione, nell'attesa che il nemico spuntasse fuori e nel timore che qualcuno scoprisse il suo inganno. Che diavolo aspettava Costantino? Fosse stato in lui, li avrebbe fatti gi partire: sulla fronte, l'esercito di Licinio aveva perso leggermente terreno ma teneva bene, e l'equilibrio poteva essere rotto solo da un intervento sul fianco. Ma non vide nessuno.
Pass ancora del tempo. Le tre legioni avevano ormai completato la rotazione di novanta gradi e ora fronteggiavano le alture, disinteressandosi dello scontro frontale. Tuttavia, dopo un po' Sesto si accorse che le unit che aveva visto alla sua destra adesso erano alla sua sinistra. Come gli aveva fatto notare quell'ufficiale, la prima linea non reggeva pi la pressione nemica, senza il sostegno e il puntello dei legionari alle spalle, e stava cedendo terreno.
Per gli di, rischiava di facilitare le cose a Costantino, prima ancora dell'intervento del contingente nascosto! Se la colonna nel bosco avesse atteso ancora, non avrebbe avuto bisogno di intervenire. Inizi a sudare freddo, e si sent addosso gli sguardi ostili degli uomini intorno a lui.
Qui non si vede nessuno. In compenso, stiamo cedendo sulla fronte. Io riporto la mia unit indietro, dichiar un decurione, dando corpo alle sue paure.
Non puoi farlo. Indebolirai la nostra linea, rispose Sesto guardandolo negli occhi. Ma alle sue spalle not le guardie del corpo che lo avevano inseguito. Lo stavano indicando. Lo avevano scoperto. Avanzarono verso di lui.
Il decurione pass la voce ai suoi uomini, che iniziarono a voltare i cavalli. Le unit a fianco notarono il loro movimento e si informarono su ci che stava accadendo. Sesto cap che nell'arco di pochi istanti la linea avrebbe rotto i ranghi. Intanto le due guardie avevano puntato le lance in avanti e si avvicinavano.
Si chiese cos'altro fare. Cerc di frapporsi tra chi si ritirava e la seconda linea, mentre notava che anche la fanteria, poco pi indietro, cominciava a innervosirsi, e alcuni rompevano i ranghi per tornare a dare manforte ai propri commilitoni nello schieramento principale.
Eccoli! Stanno arrivando!, grid qualcuno.
Sesto si volt verso i boschi. Soldati a cavallo e a piedi stavano sciamando dalla boscaglia verso la pianura.
Chi stava smobilitando torn precipitosamente in linea. Le due guardie si arrestarono, sollevando le lance e guardando perplesse ora lui, ora il contingente nemico.
Venite! Venite a combattere al mio fianco. Per l'imperatore!, esclam.
I due esitarono qualche istante, poi cavalcarono nella sua direzione e si disposero accanto a lui, sui due lati.
Come due scudieri.
Ma cosa stava succedendo? Costantino non riusciva a capire. Al suo arrivo in prima linea, la sua armata aveva ripreso a sottrarre terreno al nemico, e a quel punto avrebbe dovuto ricongiungersi al contingente nascosto, che doveva aver gi sfondato il fianco di Licinio tagliando fuori una parte consistente delle truppe avversarie. Invece non c'era traccia della colonna. E l'unico motivo era che non fosse partita affatto. Se fosse stata presente sul campo di battaglia, infatti, l'esercito di Licinio, impreparato ad accoglierla, si sarebbe gi sfaldato.
Che la staffetta fosse stata intercettata? Che le fosse capitato qualcosa? Forse l'ordine non era giunto. Ecco, adesso rimpiangeva di non aver dato retta al suo stato maggiore: se fosse rimasto sulla collina, con la possibilit di osservare l'intero scacchiere della battaglia, avrebbe gi saputo cosa stava accadendo e vi avrebbe posto rimedio. Ma ora doveva andare sul fianco a vedere. Fece cenno ai suoi scudieri di seguirlo, volt il cavallo e si lanci al galoppo verso le retrovie, per aggirare lo schieramento.
Quando fu fuori dalla mischia, pot iniziare a farsi un quadro della situazione. Vide svilupparsi degli scontri al margine del campo di battaglia, sull'ala estrema dello schieramento di Licinio. Sembrava uno scontro del tutto indipendente da quello del grosso delle armate. E questo poteva voler dire una sola cosa.
La colonna era intervenuta, ma gli avversari si erano fatti trovare pronti.
Si chiese come fosse potuto accadere. Aveva fatto di tutto, preso tutti gli accorgimenti, per celare i movimenti del contingente. Sent montare l'ira dentro di s. Se era cos, adesso le cose si complicavano maledettamente. Percep anche un po' di sconforto affiorare nel suo animo, ma subito si disse che non poteva permetterselo. Mosse quindi alla volta del combattimento laterale per capire come poteva risolvere la situazione a suo favore. Giunse nei pressi e studi lo scontro. E trov conferma che il nemico era preparato all'attacco: tutte le unit impegnate avevano la fronte rivolta alle alture. Le rispettive cavallerie erano intente a confrontarsi, in una confusa mischia da cui non era in grado di capire chi sarebbe potuto emergere come vincitore. E alle loro spalle le fanterie premevano, pronte a subentrare; anzi, qualche fante si era gi incuneato nei varchi lasciati liberi dai cavalieri e aveva aperto la strada a una colonna di commilitoni, che erano andati a dare manforte alla prima linea.
Si maledisse per non aver conservato una riserva. Adesso gli avrebbe fatto comodo, per farla intervenire contro il fianco delle unit di Licinio che si erano staccate dal grosso dell'esercito. Ma d'altra parte per costituirla avrebbe dovuto sottrarre altri uomini all'assalto condotto dalle sue truppe, gi in inferiorit numerica rispetto allo schieramento principale del rivale.
Mand una delle sue guardie nella zona dello scontro per reperire informazioni e rimase a studiare gli eventi. Not che la fronte nemica aveva ripreso a perdere terreno: evidentemente, senza gli uomini distaccati a fronteggiare l'attacco del contingente nascosto, non aveva abbastanza effettivi per sostenere la pressione della falange di Costantino. Forse poteva pensare di sottrarre qualche unit a quel settore, per impiegarlo in un attacco da tergo contro gli uomini impegnati con la sua colonna... Ma poi avrebbe compromesso la stabilit della sua armata principale, che tutto sommato stava guadagnando terreno.
Stava ancora decidendo il da farsi, quando la sua guardia del corpo fu di ritorno. Mio signore, pare che un piccolo gruppo di esploratori nemici fosse nei boschi sulle alture e abbia scoperto la presenza della nostra colonna, gli spieg il soldato. Li hanno inseguiti e ne hanno uccisi tre, ma due sono riusciti a scappare e, evidentemente, a riferire a Licinio dei nostri movimenti.
Ma come  possibile? Nella nostra marcia abbiamo fatto avanzare a ventaglio la cavalleria leggera proprio per impedire agli esploratori di Licinio di spingersi troppo avanti..., si lament.
In effetti, l'ufficiale con cui ho parlato  convinto che si tratti di uomini che provenivano dalle nostre linee... Probabilmente, fuggitivi sbandati dopo la battaglia di Cibalis che tentavano di riunirsi al proprio esercito.
Costantino ebbe un gesto di stizza. Aveva previsto tutto, ma non l'imponderabile.
C' un'altra cosa, mio signore..., aggiunse il soldato.
Costantino lo esort a parlare, impaziente. Ebbene..., il soldato pareva imbarazzato, un soldato tra quelli che hanno inseguito gli uomini di Licinio  convinto di averne riconosciuto uno. Dice di aver combattuto al Ponte Milvio e, in precedenza, con Massimiano: se ben ricordi, a suo tempo tu hai assorbito le truppe dell'ex augusto tuo suocero.
E dunque?, lo incalz Costantino, sempre pi spazientito.
Secondo lui, sarebbe un pretoriano, che era molto celebre tra le truppe di Massenzio. Sesto Martiniano  il suo nome.
L'imperatore colp la sella con un pugno e lanci un'imprecazione.
Era sempre quel maledetto pretoriano che era quasi riuscito ad ammazzarlo a Cibalis.
Sesto Martiniano apr uno squarcio sulla guancia del suo diretto avversario con un fendente dal basso verso l'alto, e quello si port entrambe le mani al viso urlando a squarciagola. Le lev subito dopo per difendersi dal nuovo attacco, rivelando una maschera di sangue, deformata dal dolore e dall'ira. Ma non riusc a parare l'affondo di Sesto, che lo trafisse allo stomaco con violenza, trapassandolo da parte a parte.
L'ex pretoriano si affrett a estrarre la lama, prima che un altro nemico lo aggredisse quando era ancora impotente, e si guard intorno. Aveva ben calcolato il numero delle forze avversarie, prelevando dallo schieramento principale effettivi sufficienti a contrastarle. Ma per timore di sguarnire troppo l'armata impegnata sulla fronte, non ne aveva a sufficienza per respingere definitivamente gli assalitori. Oltretutto, gli parve di notare che il settore cui aveva sottratto truppe stesse, se non cedendo, in difficolt.
Doveva trovare il modo di modificare la situazione, che rischiava di cristallizzarsi in due combattimenti separati senza condurre ad alcun risultato. Ma non trov il tempo di riflettere. I nemici non gli lasciavano respiro e presto fu di nuovo occupato a fronteggiarne gli assalti. Altri due cavalieri gli furono addosso, ma subito i suoi due subalterni, che avevano sposato con convinzione la sua causa, lo affiancarono garantendogli la superiorit numerica: ai tre fu facile averne ragione. Sesto osserv i cadaveri degli avversari cadere di sella ricoperti di sangue, e poi guard compiaciuto i suoi commilitoni, facendo loro un gesto di apprezzamento.
Insieme, si lanciarono contro altri cavalieri, con i quali presero a incrociare le lame. Alcuni fanti di ambo le parti si insinuarono tra le cavalcature, protendendo le lance verso il nemico pi vicino, ma anche ostacolando gli stessi commilitoni. Diventava difficile combattere in una mischia tanto caotica, si disse Sesto, che avrebbe voluto gridare ai legionari di farsi da parte. Si rese conto che erano venuti avanti perch tutte le unit che si era portato dietro stavano guadagnando terreno. Sembrava una buona cosa, ma non lo era, e imprec mentre spezzava con un fendente l'asta di un fante che si allungava verso il suo busto. C'era il rischio che i suoi si staccassero definitivamente dal resto dell'esercito, lasciando scoperto il fianco dell'armata di Licinio, ed esponendosi essi stessi a un attacco da tergo, o comunque al rischio di finire oltre le linee nemiche.
Ragione di pi per cambiare tattica.
Bad subito a liberarsi dell'avversario che lo incalzava. Dopo aver parato alcuni colpi, ne spinse la lama all'indietro con la propria per sbilanciarlo, quindi caric il braccio e sferr un fendente che per incocci nello scudo. L'impatto gli fece perdere la presa e la spada gli cadde di mano. Lui non aveva scudo, n spazio per ripiegare. L'altro fece un ghigno crudele e si prepar a sferrare un colpo impossibile da evitare. Sesto vide affiorare al proprio fianco la punta di una lancia. Not che era di un legionario liciniano che avanzava. Ne afferr l'asta e, strappandola di mano al soldato, ne prolung la traiettoria, facendone finire il metallo nell'ascella dell'avversario, sotto il braccio che impugnava la spada. L'uomo rimase con l'arto alzato per qualche istante, contrasse il viso in una smorfia di dolore e poi croll di sella.
Il soldato cui Sesto aveva soffiato la lancia avanz di qualche passo e se la riprese. Con sguardo ammirato, estrasse la propria spada dal fodero e gliela consegn. Adesso l'ex pretoriano poteva permettersi di pensare. Rimase qualche istante a valutare la situazione e si accorse di aver guadagnato altro terreno.
No, non era cos che doveva andare. Aveva evitato la sconfitta a Licinio, ma se voleva regalargli la vittoria, adesso doveva consolidare il fianco dell'armata.
Ripiegate! Ripiegate a ridosso delle altre unit sul fianco!, grid, e continu a sgolarsi finch la voce non si diffuse su tutta la linea.
Adesso era quello che doveva fare. Solo riunendosi al resto dell'esercito sarebbe stato possibile tenere a bada la colonna aggirante e, nello stesso tempo, consentire all'armata di tener testa alla pressione frontale. Il suo comando sembr disorientare diversi uomini: fino a quel momento avevano avuto la sensazione di stare vincendo, e non capivano perch dovessero ritirarsi. Ma erano soldati semplici, e non avevano una visione generale dello scontro; e lui non aveva l'autorit per dare un ordine apparentemente tanto incoerente. Tuttavia vide che alcuni ufficiali costringevano i rispettivi subordinati a ripiegare: da veterani esperti quali erano, loro avevano capito il motivo.
Il momento di confusione espose la prima linea di Licinio alla reazione nemica, che ne approfitt per incrementare l'azione, provocando qualche caduto di troppo. Molti soldati si fecero sorprendere con la guardia aperta, mentre cercavano di interpretare gli ordini, offrendosi inermi alle lame e alle lance nemiche. Sesto allora scese da cavallo, per non dare la schiena, e si limit a difendersi parando i colpi, mentre arretrava con cautela e senza fretta. Tuttavia i nemici si esaltarono, quando si resero conto di stare guadagnando terreno, facendosi ancora pi intraprendenti. Divenne difficile, anche per un soldato esperto come lui, limitarsi alla difesa.
Uniti! Serrate i ranghi! Ordine!, grid, cercando di mantenere la linea coesa per evitarne il disgregamento. Esort i soldati pi vicini ad avvicinarsi a lui e a unire gli scudi, creando una barriera. Nel suo settore poterono cos tenere pi facilmente a bada gli assalti e la pressione dei nemici, che sfogavano la loro frustrazione sugli scudi mentre, intanto, gli uomini di Licinio si avvicinavano sempre di pi al grosso dell'armata. Gli altri settori videro che la cosa funzionava, e adottarono la stessa soluzione. Presto la linea pot ripiegare in buon ordine, fino a ricongiungersi con le altre truppe.
Solo allora Sesto diede il comando di arresto. Istantaneamente, l'atteggiamento degli uomini di cui aveva preso il comando cambi: confortati dal sostegno alle spalle dei commilitoni, ripresero a offendere con decisione riportando lo scontro al puro corpo a corpo. Nello stesso tempo, il fianco di Licinio, sostenuto dai nuovi arrivati, fu in grado di sostenere la pressione frontale e riprese a spingere.
Ora il combattimento era pi che mai statico. Gli eserciti si equivalevano e nessuno dei due aveva assunto un vantaggio tattico. Non sarebbe finita troppo presto, si disse Sesto, riprendendo a menare fendenti con la sua spada dalla lama ormai vermiglia.
Per la prima volta da quando era al comando supremo degli eserciti in battaglia, Costantino non avrebbe saputo dire con certezza se avesse vinto. Aveva combattuto un'intera giornata con un'intensit che era andata scemando ora dopo ora finch, con l'approssimarsi del buio, le due armate avversarie non avevano iniziato a ritirarsi dal campo quasi per un tacito accordo. Alla luce fioca della sera precoce dell'inverno, poteva scorgere le sagome delle migliaia di caduti che ricoprivano il campo di battaglia. E non aveva idea di chi ne avesse persi di pi, se lui o Licinio. Ci di cui era certo era che il giorno seguente avrebbe dovuto riprendere i combattimenti, con un esercito stremato e decimato, e che lo stesso avrebbe dovuto fare Licinio. Chiunque si fosse ritirato avrebbe di fatto ammesso la sconfitta, un'evenienza che il prestigio di un imperatore non poteva permettere: soprattutto perch, stavolta, chi perdeva, perdeva tutto.
E non voleva essere lui quello disposto a cedere: meglio una sconfitta e la morte sul campo di battaglia che una ritirata ignominiosa.
Era certo che Licinio la pensasse allo stesso modo. Il problema era che non sapeva in che condizioni fosse l'esercito del suo avversario, dopo due dure battaglie; poteva presumere che fossero allo stremo anche loro, e sperare legittimamente di prevalere, ma poteva anche darsi che gi per il giorno seguente avessero ricevuto forze fresche dalle retrovie: un vantaggio che a lui non era concesso.
Nel complesso, valut, se pure aveva giocato d'azzardo nella battaglia appena conclusa, una ripresa dei combattimenti avrebbe rappresentato un rischio ancora maggiore. Forse perfino una follia. La stanchezza per lo scontro appena sostenuto, e per la logorante guerra in cui si era cacciato, gli avevano anche sottratto l'esaltazione che l'aveva guidato e che aveva saputo trasmettere ai suoi soldati fino a quel giorno. Adesso aveva paura. Paura di perdere definitivamente. Paura di svergognarsi scappando.
Per la prima volta, non sapeva cosa fare.
Decise di visitare il campo di battaglia: era l che, in tutta la sua carriera, aveva tratto il coraggio necessario a salire sempre pi in alto e realizzare tutte le sue ambizioni. Chiamo le guardie del corpo e ordin loro di accompagnarlo con delle fiaccole. Cavalc al trotto finch non raggiunse i primi cadaveri, che i soldati superstiti erano troppo stanchi per raccogliere e seppellire o bruciare; anche lui, come Licinio, non se l'era sentita di infliggere ai suoi legionari l'ulteriore incombenza di rastrellare il campo di battaglia: i due comandanti avevano impiegato le forze residue per rintracciare e portare via i feriti, e preferivano preservarne le energie per l'eventuale e probabile scontro dell'indomani.
Cos, sul terreno i soli esseri viventi erano gli abitanti del luogo che avevano avuto il coraggio di uscire dalle proprie abitazioni e andare a spogliare i cadaveri di qualunque cosa potesse risultargli utile. Costantino ne poteva vedere le ombre aggirarsi furtive tra le cataste dei morti. Il suo arrivo, tuttavia, ne provoc la fuga, e in breve su quello che era stato il campo di battaglia di un'intera giornata scese un silenzio spettrale e denso, rotto solo dagli sbuffi dei cavalli della sua scorta e dallo sciacquio dei loro zoccoli nel terreno acquitrinoso per l'umidit notturna e il sangue non ancora rappreso o assorbito.
La fioca luce delle torce si estendeva per un raggio ristretto, in mezzo al buio cupo di una notte invernale, illuminando una distesa informe di corpi ammassati a cataste, spezzati, tranciati, devastati, schiacciati, frantumati, calpestati, come solo su un campo di battaglia si poteva vedere. Costantino aveva assistito a spettacoli simili, e anche peggiori, numerose volte nella sua carriera, e li aveva sempre considerati come parte inevitabile della vita che aveva scelto. Sapeva che, per ascendere al trono che Diocleziano gli aveva precluso, avrebbe dovuto lasciarsi dietro una lunga scia di cadaveri, e lo giustificava dicendosi che lo faceva per salvare l'impero: per quante morti avesse causato, non sarebbero state che una piccola parte di quelle che il crollo di Roma, minata da guerre civili e da invasioni barbariche, avrebbe provocato.
Si sforz di pensarla allo stesso modo. Ma la verit, dovette ammetterlo con se stesso, era che faceva fatica. Sarebbe mai finita? Ottaviano Augusto aveva portato la pace e la stabilit dopo tredici anni di guerre contro i suoi rivali. Lui combatteva gi da prima di ascendere al trono, e dopo lo aveva fatto per altri undici anni, superando chiunque gli sbarrasse il passo. Ma adesso non aveva modo di chiudere i conti, comunque fosse andata: nella migliore delle ipotesi, si prospettavano altre lotte, prima di dare stabilit all'impero; nella peggiore, finiva l, per lui.
La luce delle fiaccole illumin un uomo con gli occhi aperti che lo fissava. Non erano sbarrati. Si rese conto che era vivo. Ma non si muoveva: aveva un lato del volto tumefatto e insanguinato, un braccio mozzo e uno squarcio nello stomaco. Era perfino incredibile che respirasse ancora. Era talmente ricoperto di fango, terra e sangue che non sarebbe stato in grado di dire se appartenesse al suo esercito o a quello di Licinio.
Si stup che fosse l tra i morti: evidentemente, i barellieri dovevano essergli passati accanto quando era privo di conoscenza, e con quelle ferite dovevano aver dato per scontato che fosse un cadavere. E lo sarebbe stato a breve, senza dubbio: aveva perso troppo sangue e pi di un organo vitale doveva essere irrimediabilmente danneggiato. Non valeva la pena muoverlo: probabilmente sarebbe morto al primo sussulto.
Eppure, quell'uomo continuava a guardarlo, senza neppure sforzarsi di dire una parola, che versimilmente nemmeno sarebbe uscita dalla sua bocca deformata. A Costantino non import che fosse della sua armata o meno. Scese da cavallo, si inginocchi e gli strinse la mano residua, restituendogli lo sguardo. L'uomo fece una smorfia che pareva un tentativo di sorriso, e a Costantino piacque pensare che fosse di gratitudine per averlo degnato della sua attenzione, rendendogli quell'estremo tributo. Dopodich, il soldato emise un rantolo e chiuse gli occhi, mentre il suo respiro si fermava.
L'imperatore si rialz, riflettendo. Non poteva lasciare che quell'uomo fosse morto invano. O che quel massacro, l'ennesimo, fosse stato inutile. O che tutti i suoi sforzi di una vita andassero in malora e l'impero ripiombasse in mani rapaci e incapaci di preservarlo dalla distruzione e dall'autodistruzione.
Ora sapeva cosa doveva fare.

14.

La voce si era diffusa, a quanto pareva. Dal momento in cui le ostilit erano state sospese, non c'era stato soldato che non gli avesse fatto i complimenti. Sesto Martiniano era combattuto tra l'ansia di dover rendere conto del proprio operato all'imperatore, dal quale stava tornando, e la soddisfazione per il plauso della truppa, che lo faceva tornare agli antichi fasti di Roma al servizio di Massenzio.
I soldati non si complimentavano con lui solo per come aveva condotto la difesa dall'assalto del contingente aggirante di Costantino, ma soprattutto perch lo aveva fatto esponendosi in prima persona, scoprendo da s che quella colonna esisteva, e infischiandosene dello scetticismo dell'imperatore. Tutti sapevano, adesso, che se Licinio non era stato sconfitto, era stato merito suo, e sper che questo potesse aiutarlo davanti all'imperatore. Non capiva come fosse potuto accadere: com'era possibile che la truppa fosse a conoscenza dell'intera vicenda? Licinio non poteva aver avuto alcun interesse a far trapelare che un suo subalterno avesse deciso autonomamente di guidare una parte dell'armata, contravvenendo espressamente a un suo ordine. Tanto pi se, come era accaduto, gli eventi avevano dimostrato che aveva avuto torto a non credergli, quando gli aveva riferito della presenza nemica sulle alture.
Sesto si sentiva a pezzi, come tutti coloro che avevano combattuto quella interminabile quanto inutile battaglia, d'altronde.
Dal momento in cui l'ala di cui aveva assunto proditoriamente il comando si era riunita al resto dell'esercito, aveva menato fendenti e affondi, dato spinte e botte, fino allo sfinimento. E senza guadagnare o perdere una spanna di terreno, alla fine. In alcuni momenti aveva dovuto ripiegare a causa della pressione nemica, in altri era avanzato, in una continua fluttuazione che era durata l'intera giornata. Il solo risultato ottenuto dalle due armate erano state cataste di morti da ambo le parti e una stanchezza infinita per tutti i sopravvissuti. Quando l'oscurit aveva iniziato ad avvolgere lo scacchiere, gi da molto tempo i soldati di ambo gli schieramenti si trascinavano con movimenti lenti, prevedibili, senza pi essere capaci di offendere, n di difendersi.
C'era gente incolume che si era accasciata a terra ancor prima di rientrare nell'accampamento, e molti si erano seduti lungo il vallo, a capo chino tra le gambe, senza neppure la forza di arrivare alla loro tenda. Per quanta fame avessero i soldati, dopo essersi limitati alla sola colazione prima della battaglia, la gran parte si rifiutava perfino di andare verso le mense, e gli ufficiali dovevano impiegare tutta la loro energia residua per convincerli a nutrirsi, in vista della pi che probabile ripresa della battaglia l'indomani.
Nessuno aveva la forza di lamentarsi. Se ne stavano muti, muovendosi, anzi trascinandosi, meccanicamente, come uomini senza volont. Sembravano sconfitti, pur non avendo perso. Ma erano talmente stremati da essere certi di perdere il giorno seguente, se la battaglia fosse ripresa. E avevano tutti paura. Si ravvivavano solo quando vedevano Sesto, raccogliendo le forze per salutarlo e congratularsi con lui. C'era chi lo indicava a chi non lo conosceva e raccontava quello che aveva fatto, prima e durante la battaglia.
Tutto ci lo riempiva di orgoglio. Ma non fu con animo fiero che entr nel padiglione dell'imperatore. Tutte quelle manifestazioni di apprezzamento nei confronti di un subordinato disubbidiente dovevano aver messo pesantemente in imbarazzo Licinio, e ne ebbe conferma quando, dopo essersi fatto annunciare, si present al suo cospetto.
La prima cosa che non pot fare a meno di notare fu lo sguardo di odio che gli lanci Senecione. Quello di Licinio era solo severo, il che, comunque, era gi sufficiente a condannarlo. Not anche l'assenza di Valente, e ci era assai strano, considerando che l'intero stato maggiore era riunito nella tenda, probabilmente per decidere come proseguire le operazioni belliche.
Erano tutti seduti, ma nessuno gli disse di accomodarsi. Aveva tutta l'aria di un tribunale di guerra. Rimase in piedi davanti ai pi alti esponenti dell'esercito imperiale, proprio come un inquisito, ed ebbe pi paura di quando si era tuffato nel cuore della mischia.
Secondo te abbiamo vinto, Sesto Martiniano?, gli chiese a bruciapelo l'imperatore.
Sesto si ritrov disorientato. Mio signore... non saprei dirlo, dalla mia limitata visuale. Di certo, anche sondando gli umori dei soldati, non abbiamo lasciato il campo da sconfitti, n prima del nemico, fin per dire dopo qualche istante di esitazione.
Giusto. La potremmo mettere cos.  tutto rimandato a domani, sembrerebbe, comment Licinio. A quanto pareva, aveva risposto correttamente, alla prima domanda dei suoi giudici.
E bisogna ammettere che, senza la tua disobbedienza ai nostri ordini, avremmo perso, continu l'imperatore. Almeno, questo  ci che pensano i soldati, grazie all'iniziativa del tuo diretto superiore.
Sesto guard Senecione, che adesso pareva a disagio.
Proprio cos, aggiunse Licinio. Il nostro Senecione si  affrettato a divulgare tra i soldati la notizia della tua disobbedienza, sperando che qualcuno ti arrestasse, col risultato che, adesso, tutti sanno che hai salvato l'armata e che avevi ragione, a dispetto delle nostre deliberazioni. Quindi, noi abbiamo fatto la figura dell'idiota, aggiunse, guardando in tralice il capo delle guardie, che chin il capo, mortificato. Ma trov comunque il tempo di lanciare a Sesto un altro sguardo fulminante. Per gli di, pens l'ex pretoriano, quanto doveva essere scontento che non fosse morto! Ecco spiegata, comunque, la dinamica degli eventi che avevano portato al clamore sorto intorno alla sua impresa...
Ho solo cercato di fare del mio meglio per farti vincere, mio signore, consapevole di quello che avevo visto. Capisco che fosse difficile da credere, e anche io, al tuo posto, avrei diffidato, ma..., si affann a giustificarsi.
Licinio lo zitt con un cenno della mano. Ovviamente, non possiamo punirti per la tua disobbedienza, riprese a parlare l'imperatore. I soldati si aspettano che ti premiamo, piuttosto: sei un eroe, adesso, grazie allo zelo decisamente eccessivo di Senecione. Ci penseremo dopo: non  ancora finita, come tutti sapete. Abbiamo perso il nostro cesare, Valente, e nostro miglior generale, caduto da prode in prima fila, e abbiamo un esercito decimato e stanco.
Ecco spiegato anche il motivo per cui il viceimperatore non era nella tenda, si disse Sesto. Era stata una giornata durissima.
Se Costantino ci desse tempo, potremmo non solo far riposare gli uomini, continu Licinio, ma anche ricevere i rinforzi dall'Asia. Ma nostro cognato  consapevole che il tempo lavora a suo sfavore, e di sicuro attaccher domani, tentando il tutto per tutto. I suoi sono allo stremo e disperati, e questo potrebbe rappresentare la sua salvezza: non hanno nulla da perdere. Sono lontani dalle loro linee di rifornimento e non hanno viveri, quindi  certo che attaccheranno.
Possiamo vincere, mio signore, intervenne un generale che si era sempre distinto per la sua piaggeria.
Dobbiamo essere realistici, lo blocc subito l'imperatore. Non possiamo nasconderci che un combattimento, domani, presenta per noi molte incognite: non abbiamo superiorit numerica, ormai, e le reclute sono molte di pi dei veterani. Quindi abbiamo soldati molto meno adusi di quelli di Costantino agli sforzi della guerra prolungata: temiamo che cederanno al primo urto, facendosi prendere dal panico.
In quel momento, un soldato entr nella tenda e chiese il permesso di parlare all'imperatore. Licinio lo autorizz. Mio signore, ai margini del campo c' un messo di Costantino. Chiede di parlamentare per stipulare una tregua o una pace, in nome del comune interesse.
Sul volto di Licinio, Sesto vide dipingersi un'espressione di sollievo.
Le guardie del corpo dei due imperatori si schierarono a semicerchio, ciascuna alle spalle del proprio sovrano, disponendosi in modo che le estremit di ognuno dei due reparti toccassero quelle dell'avversario, creando un cerchio quasi perfetto. In mezzo, Costantino e Licinio, i due imperatori, i due cognati, i due rivali, i due padroni di Roma, i due condottieri pi celebrati del mondo, i due custodi dell'eredit di Cesare, di Augusto, di Traiano, di Marco Aurelio, di Diocleziano, si studiavano, cercando ciascuno di interpretare i pensieri dell'uomo che avevano di fronte, e che avevano visto l'ultima volta quasi quattro anni prima.
Costantino rifletteva ancora su come comportarsi. Non voleva dare l'impressione di essere tanto disperato da dover mendicare un accordo, e voleva che la sua apparisse, piuttosto, come una concessione. Ma era certo che Licinio stesse facendo le stesse riflessioni; se aveva accettato di buon grado di incontrarsi con lui, era gi un buon segno: anche il cognato era allo stremo, e altrettanto consapevole che un combattimento fosse un'incognita troppo grande per rischiare ancora.
Ci siamo decisi ad accettare la vostra proposta solo ed esclusivamente perch non vogliamo che tanti buoni soldati, necessari per la difesa da nemici esterni, debbano ancora morire per le nostre ambizioni. Quando avremo vinto, cosa ci rimarr per difendere l'impero, altrimenti?, esord Licinio pomposamente.
Costantino fece un sorriso di scherno. Ma falla finita con questo plurale maiestatis tra noi! Siamo cognati ed entrambi imperatori. Nessuno ci sente e possiamo parlare come ci pare. E se hai accettato  perch sei consapevole, come me, che potresti perdere, oggi, replic, mostrando con un braccio il proprio esercito schierato alle sue spalle, a un migliaio di passi di distanza e pronto all'eventuale battaglia, se non si fossero messi d'accordo.
Licinio sbuff sprezzantemente. Allora diciamo che sono pi responsabile di te, cognato, rispose, indicando a sua volta con il braccio le proprie truppe, altrettanto pronte a scatenare un nuovo scontro. I miei soldati aspettano solo un mio ordine per aggredire i tuoi, malridotti, malnutriti e ammaccati: il tuo  un esercito di spettri, e lo sai. Per questo vuoi una tregua. E se io te la concedo,  solo perch tengo alla salvezza dell'impero pi di quanto tenga alla mia ambizione. Al contrario di te, che per le tue mire faresti qualunque cosa.
Costantino sapeva bene di essere in condizioni d'inferiorit. Ma sapeva anche che Licinio non avrebbe accettato di incontrarlo, se avesse avuto il coltello dalla parte del manico. La sicurezza dell'impero non c'entrava niente. Direi di mettere da parte le recriminazioni e parlare da persone responsabili che hanno a cuore le sorti di Roma, allora, dichiar.
Se avessi avuto a cuore le sorti di Roma, non avresti brigato per sottrarmi l'Illirico e darlo a tuo cognato Bassiano, replic ostinatamente Licinio.
Dovevi restituirmelo. Faceva parte degli accordi stipulati anni fa. Invece hai fatto di tutto per tenertelo: anche assassinare mio cognato, volle specificare.
Non c'entro nulla con la morte di Bassiano, ribatt Licinio, n la volevo.
Gi. Volevi portarlo dalla tua parte: e quando non ci sei riuscito, hai dato ordine di ucciderlo, lo incalz. Era solo l'ultimo di una lunga lista di episodi, iniziati quando lui era ancora un giovanissimo tribuno agli ordini di Diocleziano, che aveva intenzione di fargli pagare. Ma ogni cosa a suo tempo.
Ti ripeto: sono stati eventi che esulavano dal mio controllo.
Gi, cos tanto fuori dal tuo controllo che i due personaggi coinvolti nell'omicidio, Senecione e Sesto Martiniano, sono adesso le tue principali guardie del corpo, a giudicare da quanto mi dicono i prigionieri.
Eravamo in guerra, noi due. Tu hai invaso i miei territori. La mia  stata solo una reazione, si difese Licinio.
Quindi, se adesso ci mettiamo d'accordo, li consegnerai a me per rendere giustizia al povero Bassiano, giusto?
Non se ne parla. Consegnarti il comandante e il vicecomandante delle mie guardie del corpo apparirebbe a tutti come una capitolazione, da parte mia, si oppose Licinio.
Costantino poteva comprendere il suo punto di vista. Avrebbe fatto altrettanto, al suo posto. Capiva di non poter insistere, su quel punto. Sarebbe venuto il tempo della vendetta. Ma sai bene che devi darmi qualcosa, se vogliamo trovare un accordo. E se non mi dai loro due, hai gi il tuo vantaggio. Quale sarebbe il mio?
Di uscire vivo e non sconfitto da questa faccenda, replic beffardo il cognato, indicando di nuovo le proprie truppe schierate a battaglia.
Lo stesso vale per te, rispose immediatamente Costantino, mostrando a sua volta i propri soldati, altrettanto pronti a combattere.
Segu qualche istante di tetro silenzio. Si poteva sentire il respiro di entrambi, e perfino quello delle guardie del corpo tutt'intorno, tra le quali, ovviamente, Licinio aveva avuto il buon senso di non portare i due criminali che Costantino avrebbe desiderato arrestare e giustiziare.
L'Illirico. Te lo restituisco, dichiar infine il cognato a denti stretti.
Me l'hai gi dato tanti anni fa. Era gi mio, si limit a rispondere Costantino.
Altro silenzio. L'atmosfera si fece ancor pi tagliente.
Ma la gente ha la percezione che sia rimasto mio fino a oggi. Quindi  pi che abbastanza; di pi sarebbe ancora una volta una capitolazione, dichiar Licinio.
Insisto. Era gi mio, lo incalz. Anche la mia gente lo sa, che era mio. Voglio altro: per esempio, che tu faccia entrare esponenti cristiani a corte, tra i tuoi ministri. Non ne hai, attualmente, insist Costantino, vedendolo cos arrendevole. E che ti impegni a costruire chiese in ogni citt principale dei territori di tua pertinenza, che dovrai appaltare agli architetti e alle ditte di cui ci valiamo in Occidente, che hanno gi acquisito vasta esperienza. Dovrai creare una struttura che si preoccupi di convincere i possidenti simpatizzanti del cristianesimo a donare denaro e poi a destinarlo a questo fine. Il mio ministro Osio, vescovo di Cordova, gestisce questi flussi di denaro e ha acquisito una vasta esperienza in tal senso, in questi ultimi anni; potr inviarti persone di fiducia con cui costituire un ministero apposito.
Licinio non rispose subito. Sembr valutare la proposta, e infine annu. Stileremo un accordo in tal senso, disse infine.
Costantino tir un sospiro di sollievo. La facilit con cui aveva accettato gli faceva capire che il cognato non reputava importante la clausola, oppure che non aveva alcuna intenzione di rispettarla, una volta stipulata. Ma a lui andava bene cos. Se Licinio avesse tenuto fede all'accordo, lui avrebbe esteso l'influenza dei suoi sostenitori cristiani anche all'Oriente, minando dall'interno il potere del cognato. Se non l'avesse rispettato, avrebbe avuto una ottima scusa per scatenare una nuova guerra.
Probabilmente, tutto questo lo sapeva anche Licinio. Ma era una tregua quella che entrambi cercavano, non una pace. Sapevano che non sarebbe finita finch uno dei due non avesse prevalso sull'altro. E per il momento, avevano ambedue bisogno di tirare il fiato, quindi andava bene cos.
Adesso potevano anche parlare di faccende pi leggere. Come sta mia sorella?, chiese Costantino, soddisfatto.
A quanto pare, sei un eroe..., comment Paolo, sforzandosi di sorridere. Sesto gli mise la mano sull'avambraccio, osservando la fasciatura intrisa di sangue che avvolgeva la spalla del suo subalterno.
L'infermeria traboccava di feriti. Le brande ne ospitavano solo una parte e molti erano stesi per terra, l'uno accanto all'altro. Medici e infermieri correvano da un capo all'altro del padiglione, e spesso anche fuori, dove erano appoggiati quelli meno gravi e altri che, disposti in fila, attendevano il loro turno per farsi dare erbe o medicine per lenire qualche dolore. Paolo, che faceva parte della guardia del corpo dell'imperatore, aveva avuto un trattamento di riguardo, con costanti attenzioni e una branda leggermente scostata dalle altre, come se fosse stato un ufficiale.
Dobbiamo ringraziare il nostro comandante per questo. Non volendolo, anzi, volendo nuocermi, ha fatto conoscere a tutti quanto  successo. E ora l'imperatore non sa cosa fare di me, rispose Sesto.
Sarebbe anche ora che decidesse cosa fare di lui.  un imbecille, indegno di comandarci, disse senza mezzi termini Paolo.
Sar un imbecille, ma  un politico, non un soldato come noi. Sa destreggiarsi bene tra gli ambienti di potere, comment amaramente l'ex pretoriano.
Provieni da una famiglia prestigiosa. Dovresti cavartela anche tu..., sugger Paolo.
Sesto sorrise ironico. Ho sempre lambito gli ambienti di potere, senza mai raggiungerli. Ogni volta che c'ero vicino, sono stato respinto, spieg. Cos, ho fatto sempre il soldato....
Meglio. Certi giochi di potere mi fanno schifo, approv Paolo. Forse  per questo che sei l'unico aristocratico che mi sta simpatico.
Sesto non ebbe il coraggio di dirgli che ormai non aveva nient'altro cui puntare che la carriera, e sarebbe stato disposto, adesso, a fare cose che in passato lo disgustavano. Probabilmente, per, non avrebbe avuto modo e tempo per realizzare alcunch: l'imperatore, impegnato in quel momento a trattare con Costantino, di certo stava gi pensando a come fargliela pagare.
Allora spero di starti simpatico ancora per molto tempo. Vorrebbe dire che l'imperatore mi lascer vivere..., dichiar.
Lo far di sicuro: non si giustizia un eroe, anzi lo si promuove. Vedrai se non ho ragione, replic ottimista Paolo.
Sempre che si metta d'accordo con Costantino e non ci tocchi riprendere a combattere: nel qual caso rischiamo davvero brutto. A parit di condizioni, Costantino  un condottiero migliore: mi secca ammetterlo, ma  cos.
Io spero che si mettano d'accordo e che rimangano in armonia. L'impero ha bisogno di pace e, sebbene io sia al servizio di Licinio, ammiro Costantino, anche per la sua scelta di puntare sui cristiani in modo ben pi deciso del cognato, spieg Paolo.
Sesto si accigli. Aveva appena trovato un amico, e adesso rischiava subito di perderlo. Sei cristiano?, gli domand con livore non voluto.
Paolo annu. Gi. Non lo vado sbandierando in giro per abitudine, suppongo, dopo tanti anni in clandestinit. Ci metto sempre un po' a rendermi conto che adesso  una religione lecita: con tutto quello che abbiamo passato.... Un mio zio  stato privato di tutti i beni, e un mio lontano cugino  stato divorato dalle belve nel circo....
Sesto si irrigid. Io considero Costantino un criminale, invece, ribatt. Sta uccidendo l'impero, con le sue iniziative. E spero che prima o poi Licinio lo spazzi via. Posso anche tollerare che la religione tradizionale e quella dei cristiani convivano, insieme ad altre, ma non posso tollerare un imperatore che privilegi cos sfacciatamente i cristiani. E come se non bastasse, anche i barbari. Sta sovvertendo tutti i valori che hanno portato Roma a essere l'impero pi potente della storia! Ci porter alla rovina. Se spinge tutti a diventare cristiani, non ci sar pi nessuno a combattere e dovremo avvalerci solo di barbari: i cristiani s'impossesseranno dell'amministrazione civile, i barbari di quella militare, e Roma non esister pi.
Non esister pi la Roma che conoscevi, forse. E poi, io sono cristiano: ti sembra che non combatta?, lo provoc Paolo.
Sesto lo guard sorpreso. Gi, ora che ci penso. Io stesso ho assistito a casi di obiezione di coscienza nell'esercito, da parte di cristiani, ai tempi di Galerio, ammise. Voi cristiani non combattete, per non infliggere la morte...Tu invece s, e anche bene....
Appunto.  una questione di coscienza. La scelta  individuale, spieg Paolo. Io ritengo che sia necessario combattere.  il mio lavoro, come soldato e guardia del corpo di un imperatore. Commetterei peccato se non lo difendessi, semmai.
Ecco un cristiano di buon senso, se non altro... Non come Minervina e tanti altri esaltati, pens Sesto. Ma era pur sempre un cristiano: una minaccia per l'impero.
Sesto Martiniano, sei convocato dall'imperatore!. Un soldato lo chiam. Si alz dalla sedia accanto alla branda di Paolo e lo guard perplesso, mentre l'amico gli restituiva un'espressione di incoraggiamento, e segu la staffetta.
Dall'espressione soddisfatta dei legionari che avevano avuto l'occasione di veder rientrare l'imperatore dal suo incontro con Costantino, cap che la tregua era stata raggiunta. Erano tutti raggianti all'idea di poter finalmente riposare, smettere di combattere, tornare a casa dalle proprie famiglie. Molti di quelli rimasti nell'accampamento si assiepavano lungo il vallo per veder rientrare le truppe schierate da Licinio a mo' di monito durante il vertice. E adesso che la preoccupazione per il destino dell'armata era venuta meno, i suoi pensieri turbinarono intorno alla propria sorte.
Una volta al cospetto dell'imperatore, immancabilmente affiancato da Senecione, si sent scrutato e valutato pi che mai. Licinio attese a lungo prima di parlare, mentre Senecione lo fissava con un risolino di soddisfazione. Il che non lasciava ben sperare, evidentemente. A dispetto di quello che affermava Paolo, c'era da temere, eccome.
Sesto Martiniano, hai disubbidito a un preciso ordine dell'imperatore, e per questo andresti giustiziato senza mezzi termini.  grave che lo faccia un soldato, ma che sia il vicecomandante delle guardie del corpo a farlo  un crimine di lesa maest particolarmente odioso, dichiar solennemente Licinio. E Sesto sud freddo. Tuttavia, riprese l'imperatore, riconosciamo che hai agito per tutelarci, e il risultato finale dimostra che hai avuto ragione. Pertanto, abbiamo messo a tacere la tua disobbedienza, diffondendo gi ora la voce che si  trattato del fraintendimento di una staffetta, che ora  morta in battaglia. In realt, noi ti avevamo dato proprio l'ordine di costituire un contingente per affrontare la colonna nascosta di Costantino, che tu stesso avevi scoperto. Questo ti varr di nuovo il comando delle nostre guardie.
Sesto, che aveva sussultato a ogni parola di Licinio, emise un sospiro di sollievo. Guard il sovrano con gratitudine, poi spost lo sguardo su Senecione, che immagin affranto, e destinato a una umiliante destituzione. Invece, l'ormai ex comandante continuava a sorridere.
Licinio riprese a parlare. Domani, in una cerimonia in cui premieremo coloro che si sono pi distinti in battaglia, sarai insignito del nuovo grado personalmente dal nostro nuovo cesare, Senecione, specific l'imperatore, lasciando allibito Sesto.
Costantino contempl la lunga colonna di soldati mettersi in marcia. Era pur sempre in un territorio che fino al giorno prima era stato nemico, pertanto aveva disposto una formazione quadrata, con la cavalleria leggera sulle ali e le salmerie al centro, come da copione quando ci si riteneva minacciati. Non si poteva mai sapere, con un uomo infido come Licinio.
Tuttavia, poteva ritenersi soddisfatto: i suoi uomini avevano le riserve contate, di viveri e di equipaggiamento, e ben poche possibilit di rimpinguarle finch non fossero giunti nel settore occidentale dell'impero. Gli accordi, infatti, non prevedevano che il suo collega lo rifornisse lungo la marcia: Costantino non aveva voluto tirare troppo la corda. E sapeva gi che avrebbe perso qualche soldato, durante il percorso: molti erano feriti gravi, altri delle reclute allo stremo delle forze, che si sarebbero accasciati sulla strada rifiutandosi di alzarsi a dispetto delle esortazioni dei loro ufficiali. E poi, ci sarebbero state le diserzioni. Da soldato esperto qual era, sapeva bene cosa accadeva agli eserciti in ritirata, che non tornavano a casa motivati dal ricco bottino acquisito in una guerra da trionfatori e col morale alle stelle per il successo.
Non c'era stato il successo auspicato, eppure poteva ritenersi soddisfatto. Era giunto a un passo dal disastro, ciononostante aveva strappato finalmente l'Illirico al cognato, senza subire pi perdite di quante ne avesse inflitte; anzi, nel computo globale delle due battaglie sostenute, a Cibalis e a Mardia, poteva vantare numeri a suo vantaggio: dei giudici imparziali lo avrebbero dichiarato vincitore della contesa.
Non era riuscito a disfarsi del rivale, e forse la strada per impossessarsi dell'impero nella sua totalit, per poter rendere omogenee le sue riforme, sarebbe stata ancora lunga; ma per come si erano messe le cose, aver guadagnato tempo per organizzare e pianificare al meglio una nuova, decisiva offensiva, poteva considerarsi un successo. Ancora qualche anno, e suo figlio Crispo sarebbe stato in grado di aiutarlo, regalandogli quel valore aggiunto di cui aveva bisogno per infliggere il colpo mortale al cognato. Solo in Crispo, infatti, vedeva un potenziale generale in grado di uguagliarlo: in lui, ne era certo, avrebbe trovato un degno collaboratore, cui delegare compiti anche delicati, senza doversi sempre occupare di tutto in prima persona perch non riteneva nessun altro all'altezza. Nel figlio, infatti, rivedeva se stesso da bambino, ed era certo che gli avrebbe dato infinite soddisfazioni. Non come imperatore, per via della sua condizione, ma certamente da generale.
Si sofferm a considerare l'ironia della sorte: un giorno, gli sarebbe toccato lasciare il trono a un erede che non era pi legittimo di Crispo, in realt, ma che doveva figurare come tale. E se non fosse stato altrettanto in gamba del figlio? Su Crispo avrebbe messo la mano sul fuoco: sarebbe stato un grande imperatore, se solo lui, a suo tempo, avesse sposato Minervina. L'erede partorito forse proprio in quei giorni da una schiava, e fatto passare per figlio di sua moglie Fausta, invece, difficilmente avrebbe potuto dargli altrettante soddisfazioni... Auspicando, naturalmente, che fosse un maschio. Ma le logiche del potere erano ferree: nessuno avrebbe messo in discussione la sua successione, mentre la posizione di Crispo sarebbe stata sempre in bilico.
Tutto sommato, si era pentito di non aver sposato Minervina. E non perch l'avesse mai amata, come suo padre aveva amato Elena. In fin dei conti, Fausta gli era servita politicamente solo per breve tempo: la parabola del padre Massimiano aveva compiuto un rapidissimo arco, da quando aveva preteso di tornare al potere. Se lo avesse fatto, adesso non avrebbe vissuto come un cruccio la incapacit della giovane di avere figli. Fin dalla nascita Crispo sarebbe stato considerato da tutti il suo erede legittimo, e associato all'impero non appena avesse ricevuto la toga pretesta, o perfino prima, se avesse voluto: lui era l'imperatore, e poteva tutto.
Gli sfil accanto una legione a ranghi molto ridotti. Era stata in prima linea, ed era tra le unit che avevano subito le perdite maggiori. Incroci casualmente lo sguardo di un soldato macilento, la maglia di ferro squarciata sul fianco, la dalmatica strappata in pi punti. Era un alemanno un tempo aitante e vigoroso, che la dura campagna aveva consumato. Tremava dal freddo, e la sua pelle era di un pallore inquietante, i suoi occhi spettrali cerchiati da profondi solchi scuri. Si chiese se sarebbe riuscito a sopravvivere alla marcia e, per un istante, si sent furioso con se stesso per non essere stato in grado di assicurargli un ritorno sicuro e un meritato riposo: in fin dei conti, apparteneva a un'unit che si era distinta per valore in due durissime battaglie, e avrebbe meritato un rientro in patria pi dignitoso. Fu tentato di farlo salire su uno dei carri che trasportavano i feriti, ma poi vide che la gran parte dei superstiti della sua legione erano ridotti nello stesso modo. E, in ogni caso, quando incontr il suo sguardo, l'uomo lo fiss con orgoglio: non c'era alcuna richiesta o alcun rimprovero, nei suoi occhi o nella sua espressione, e Costantino fu certo che non avrebbe accettato trattamenti privilegiati.
Si disse che doveva sempre mostrarsi un comandante all'altezza dei soldati che gli avevano garantito la salvezza, e altri anni nei quali consolidare il proprio potere. Molti di loro non erano cittadini romani, ma barbari che qualunque altro comandante avrebbe trattato con disprezzo, come carne da macello; ma lui aveva dato loro fiducia, e quei guerrieri lo avevano ripagato combattendo sempre con fierezza, senza mai tirarsi indietro, come forse i romani, ormai avvezzi alle mollezze del benessere della civilt imperiale, non avrebbero pi saputo fare. Loro sapevano di godere del suo rispetto, e lo avevano ricambiato con una cieca dedizione, ben pi concreta ed efficace di quella che altri soldati nutrivano nei confronti dei loro comandanti, nella parte di impero amministrata da Licinio. Era sempre pi convinto della scelta che aveva compiuto: i barbari erano il futuro, i romani un passato glorioso ma ormai svuotato dell'energia necessaria e della determinazione per difendere un impero di proporzioni immense e sottoposto a minacce di ogni sorta.
Rimase sul chi vive per due giorni, temendo che quella serpe di Licinio gli giocasse qualche brutto scherzo. Ma non successe nulla, a parte il fatto che ogni mattino il suo attendente gli riferiva il numero dei morti e delle diserzioni. Poi, a met del terzo giorno di marcia, arriv una staffetta, che gli comunic di aver cavalcato a briglia sciolta direttamente dalla sua capitale Arelate. Era Osio ad averla mandata, come scopr dal sigillo apposto in calce alla lettera che l'uomo gli consegn. Ma l'occhio gli cadde subito sulle due notizie che il vescovo aveva avuto tanta premura di comunicargli.
L'erede era nato, finalmente. Era un maschio ed era in buona salute. Gi tutti sapevano che il padre gli avrebbe attribuito il proprio nome.
Ma ci che pi lo colp furono le righe immediatamente successive. Ho il grande piacere di comunicarti anche, mio sovrano, che l'imperatrice  incinta, e ci porr qualche problema, perch il bambino dovrebbe nascere non pi tardi di agosto, ovvero tra sei mesi.
Abbiamo due figli magnifici, Sesto. Minervina squadr colui che avrebbe dovuto essere il suo uomo, scandendo e scegliendo con cura le parole con cui aveva deciso di accoglierlo, dopo aver atteso a lungo il suo ritorno a casa, da quando aveva saputo che l'esercito di Licinio era tornato a Nicomedia.
Non un saluto, n recriminazioni sulla sua partenza senza salutarla o anche solo avvertirla, o sul loro rapporto ormai sgretolato. Solo un accenno ai figli, gli unici che ancora li legavano, oltre ai tanti ricordi di un'epoca passata nella quale eventi e sensazioni meravigliosi si erano alternati ad altri orribili e vergognosi.
Per una volta sono d'accordo con te. Sono qui per vederli, infatti, rispose freddamente Sesto, con un'espressione impenetrabile, bloccandosi a diversi passi di distanza da lei.
Dobbiamo parlare, prima, rispose Minervina, sforzandosi di mantenere un atteggiamento risoluto.
Non abbiamo nulla da dirci, replic altrettanto deciso l'uomo.
Sono sicura di s, invece. Due come noi hanno sempre qualcosa da dirsi. Puoi pensare che adesso siamo due estranei, e hai i tuoi buoni motivi per farlo, ma quello che c' stato tra noi ci legher per sempre, qualunque cosa accada.
Direi che  accaduto di tutto, infatti: prima Costantino, poi il tuo dio... Non sei pi tu, e da lungo tempo; i figli sono arrivati troppo tardi, quando ormai eravamo distanti. Sesto non sembrava intenzionato a tenderle una mano.
No. Sono arrivati proprio per sancire il nostro legame: per ricordarci che, nonostante tutto, tu sei l'uomo pi importante della mia vita, e io la donna pi importante della tua. Anche solo per questo, dobbiamo prestarci sempre ascolto.
Sesto apr la bocca per replicare, ma rimase senza parole per qualche istante. Ti ascolto, dunque, disse infine.
Minervina sospir. Sapeva bene che toccava a lei fare un passo, e forse anche pi di uno. Si avvicin, ma vedendolo irrigidirsi, si blocc a met strada. Io sono la stessa donna di prima, Sesto, dichiar con solennit. Ho ancora le stesse pulsioni, e ti assicuro che desidero ancora giacere con te, con la stessa intensit che provavo un tempo, gli spieg. Certe volte mi sveglio nel cuore della notte, assalita da quelle immagini, dal ricordo di quei momenti di intenso piacere che mi hanno regalato tanta felicit, e vorrei toccarmi... Ma mi forzo a non farlo, per non cedere ai sensi e lasciarmi di nuovo risucchiare in un mondo che mi impedirebbe di capire appieno il messaggio di Cristo. E io ho bisogno di seguire i Suoi precetti, per purificarmi l'anima e la coscienza. Se assecondassi i miei istinti e i miei desideri, non ci riuscirei, lo so gi: la mia volont non  mai stata forte, e il solo modo di dimostrare a me stessa che sono capace di tenere il punto  di non cadere in tentazione. Quando lo avr fatto, quando avr disciplinato la mia mente e il mio corpo a tenere a freno le mie pulsioni senza lasciarmene trascinare, allora, e solo allora, potr tornare da te come tu mi vuoi. Ma adesso, ti chiedo di rispettare la mia scelta, se veramente mi ami. Io ti amo, ma voglio darti la parte migliore di me, non la peggiore. Ho sbagliato a non fartelo capire, e voglio rimediare: ma dammi tempo.
Sesto scoppi in un'amara risata. Ah! Direi che c' stato un salto di qualit rispetto a quando sono partito..., dichiar. Adesso mi dici che devo solo avere pazienza: quando saremo decrepiti e avvizziti, o quando io sar morto, ti degnerai di fare l'amore con me, o anche solo di amarmi come fanno uomini e donne normali e coerenti!.
Io non so - se devo essere sincera - quanto durer questo percorso che ho intrapreso, continu a spiegargli. Aveva riflettuto a lungo su ci che voleva davvero, e aveva deciso di dirgli la verit: lui adesso non era una priorit, ma era comunque importante e sarebbe tornato a esserlo ancora di pi, ne era certa. So solo che devo percorrerlo fino alla fine, altrimenti, sar stato tutto inutile. Soprattutto qui in Oriente, i cristiani devono ancora lottare contro i preconcetti della gente e della corte: c' ancora molto lavoro da fare, e io voglio collaborare per affermare il solo credo che possa salvare l'umanit. E c' ancora tanto male nel mondo, che devo contribuire a eliminare. Se mi lasciassi trascinare dai miei sensi, che tu sai bene quanto siano potenti, sarei distolta dalla missione che mi sono proposta.
Sei una sognatrice, Minervina, rispose lui. Ma la donna vide che aveva gli occhi umidi e l'espressione si era leggermente intenerita. Il male non si pu estirpare, e ci in cui credi non pu essere giusto, se ti impedisce di essere una persona reale e di amare come abbiamo la possibilit di fare.
Se non altro, sembrava disposto al dialogo. Minervina lo trov confortante. Io sto servendo il Signore anche per te che non ci credi, mio caro Sesto. Presto verr la fine dei tempi, annunciata nei testi sacri, e Dio punir coloro che non hanno creduto in Lui, salvando quanti hanno condotto una vita retta in Suo nome. E io spero, con i miei sforzi, di guadagnare la salvezza anche a te. Spero che Dio capir che, se ti amo, c' del buono anche in te, e i nostri spiriti potranno unirsi in una vita eterna fatta dell'amore che Cristo predicava.
Sesto la guard strabuzzando gli occhi. E d'improvviso cambi atteggiamento. Follia... follia! Ma ti rendi conto di quello che stai dicendo?, inizi a gridare, stravolgendo i suoi lineamenti per l'ira. Che il mondo finir presto e che moriranno solo quelli che non credono nel tuo dio... E nello stesso tempo, mi dici che staremo insieme quando saremo vecchi: come se adesso non fosse gi tardi, con te che hai quarantadue anni e io cinquanta! Ma non capisci quanto sei incoerente? Mi stai prendendo in giro! Come fai da quando non hai pi voglia di stare con me! Ecco la verit... Te lo dico io come finir: il mondo non avr certo termine, e non certo cos presto come affermate voi pazzi, e noi nel frattempo invecchieremo senza amore e senza piacere. E tu, solo quando sar troppo tardi, ti volterai indietro e, se non avrai perso completamente il senno, ti biasimerai per quanto sei stata stupida a violentare la tua natura, in nome di un'idea ridicola e velleitaria, e a rinunciare a tutto ci per cui eri predisposta, a ci che ti avrebbe reso felice e permesso di fare felice qualcuno!.
Minervina rimase annichilita, senza riuscire a trovare le parole per contrastarlo. Voleva tranquillizzarlo, rassicurarlo, e invece aveva involontariamente scavato un solco ancor pi profondo tra loro. Quando se lo vide passare vicino, diretto alla stanza dei piccoli, senza pi degnarla di uno sguardo, cap che non c'era pi nessuna parola che potesse convincerlo.
Ma era certa di amarlo, e lo avrebbe salvato lo stesso.

15.

Sei anni dopo
Negli ultimi giorni si moltiplicheranno i falsi profeti e i corruttori e le pecore si cambieranno in lupi, e l'amore si cambier in odio. Infatti aumentando l'iniquit, gli uni con gli altri si odieranno, perseguiteranno e tradiranno. E allora si manifester l'ingannatore del mondo come Figlio di Dio e far segni e portenti e la terra sar consegnata nelle sue mani e compir empiet che mai sono avvenute nel mondo. Allora il genere degli uomini verr al fuoco della prova e molti si scandalizzeranno e si perderanno. Quelli invece che persevereranno nella propria fede saranno salvati dalla maledizione.
Il vescovo di Nicomedia guard i fedeli che insieme a lui avevano sfidato l'autorit imperiale e si erano riuniti in chiesa. Minervina, seduta in prima fila, contraccambi orgogliosa il suo sguardo, abbracciando i suoi due gemelli di dieci anni e stringendoli a s. Accanto al capo della comunit cittadina, il presbitero Ario annuiva e si preparava a fare la sua omelia, come spesso accadeva da quando aveva trovato rifugio a Nicomedia, ricercato ed esecrato pi dai suoi correligionari egiziani che dall'imperatore Licinio. Anzi, il sovrano lo lasciava perfino in pace, si diceva, perch fomentasse le discordie tra cristiani, ma lui non gli mostrava alcuna gratitudine. Tutt'altro.
Fratelli e sorelle, esord, Questo passo della Didach, che il nostro amato vescovo ha citato, ci ricorda in quali tempi oscuri abbiamo ripreso a vivere: c' stato un ingannatore, il nostro attuale imperatore, che ci ha illuso di volerci proteggere ma che adesso, invece, ha ripreso a discriminarci, a perseguitarci, perfino, ostacolando le nostre funzioni e togliendoci ogni punto di riferimento. Ora giunger a sottoporci alla prova del fuoco, cos come i suoi predecessori, che ci hanno bruciato vivi, fatto divorare dalle belve, torturato. Ma noi dobbiamo perseverare, amici miei: se persevereremo nella nostra fede verremo salvati dalla maledizione, e alla fine dei tempi saranno i malvagi e i seguaci di quell'ingannatore a perdersi, non noi!.
I fedeli annuirono convinti. Minervina esort i figli a mostrare il loro compiacimento per le infervorate parole di Ario, che lei ammirava ogni giorno di pi, per la sua determinazione, il suo fervore, la sua brillante capacit espositiva. Martino giunse addirittura ad applaudire, mentre dagli occhi di Martina sgorg qualche lacrima. Fu fiera di loro: stavano venendo su proprio come desiderava, puri e allevati nella fede in Cristo, nutrendosi dei suoi precetti e applicandoli alla lettera. Non sarebbero mai stati contaminati dai mali del mondo.
Ario riprese subito a parlare. Noi dobbiamo seguire l'esempio di Ges e come Lui diventeremo, nel regno dei cieli che verr presto! Come Lui, saremo investiti dallo Spirito Santo e diventeremo tutti figli di Dio! Vi cito un passo del Vangelo degli Ebioniti che forse, un giorno, si potr scrivere con ciascuno di voi come protagonista... Mentre il popolo era battezzato, giunse anche Ges e fu battezzato da Giovanni e quando risal dall'acqua si aprirono i cieli e vide lo Spirito Santo in forma di colomba che scendeva ed entrava in lui. E una voce dal cielo diceva: Tu sei il mio figlio amato, in te mi sono compiaciuto'. E ancora: Io oggi ti ho generato'. Subito una grande luce illumin il luogo. Vedendo questo, Giovanni disse a Ges: Tu chi sei, o Signore?'. E di nuovo una voce dal cielo a lui: Questo  il mio figlio amato del quale mi sono compiaciuto'. Ges  il primo di tutti noi: il primo che Dio ha generato come Suo figlio.  Colui che ci indica la via, col suo sacrificio. Avete appena visto, dalla lettura che vi ho citato, che Dio lo aveva generato: era un essere umano, che Dio ha trasformato in divino. Lui non ha avuto paura, ha affrontato la sua missione per fungere da esempio. Teniamo sempre presente cosa  stato capace di fare Lui, che si  fatto uomo tra gli uomini, nonostante fosse Figlio di Dio e potesse rimanere seduto al Suo fianco, per condividere il nostro destino e farsi carico dei nostri peccati! Solo rimanendo forti come lo  stato Lui potremo farci beffe degli ingannatori, che potranno martoriare i nostri corpi, ma mai le nostre anime!.
Ora basta! Questa riunione  illegale!. Le porte della chiesa si erano aperte e un drappello di soldati vi aveva fatto irruzione. L'ufficiale in testa marci spedito verso l'altare. State violando l'ordinanza imperiale che prevede la celebrazione delle vostre funzioni all'aperto e fuori le mura della citt!, disse.
Due soldati affiancarono il comandante, si avvicinarono al vescovo e lo afferrarono per le braccia. Ti avevo avvertito, vescovo Eusebio: adesso languirai in prigione per un bel pezzo. E vedremo se dopo ti verr di nuovo voglia di disobbedire all'imperatore!, grid l'ufficiale, per farsi udire dagli altri fedeli. Minervina lo sent distintamente, ma dubit che quelli alle sue spalle ci riuscissero: i soldati si divertivano a punzecchiare i presenti con le punte delle lance, ridendo alle loro grida di spavento. Ne vide uno prendersela in particolare con un vecchio, che spinse con l'arma verso la parete, fino a costringerlo in un angolo. Frattanto, la gente intorno cercava di sottrarsi alla loro pressione, ammassandosi al di fuori della portata delle lance, ma molti si ostacolavano a vicenda, spintonandosi e perdendo l'equilibrio.
Due soldati marciarono nella sua direzione e le persone intorno a lei si spostarono tutte insieme verso le pareti. Minervina guard Ario, che rimaneva immobile senza battere ciglio, e decise di imitarlo. Ma un uomo che correva per sottrarsi ai soldati travolse Martino, facendogli perdere l'equilibrio e mandandolo a sbattere contro la panca con la testa. Il ragazzino non apr gli occhi subito, e la madre si precipit su di lui abbracciandolo. Lo tir su e lo mise a sedere, vedendo che riprendeva conoscenza, poi prese per mano Martina, che tuttavia guardava i militari con aria di sfida, immobile come Ario. Nel guardarla, l'occhio le cadde sul vecchio di prima, che era alle sue spalle: il soldato che lo tormentava lo aveva inchiodato al muro trapassandogli la spalla con la lancia, mentre altri due gli facevano scorrere le punte delle loro armi lungo la tunica, strappandola e graffiandogli la pelle, inondando di sangue l'indumento.
Minervina ebbe paura. Per s, per i propri figli. Sapeva che avrebbe dovuto essere forte, come il Signore, come Ario, come la stessa Martina; ma non ci riusciva. Il percorso per essere una perfetta cristiana era ancora lungo, ma in parte la confortava vedere che gli altri non si stavano dimostrando pi determinati di lei. Anzi, ormai era rimasta la sola nel mezzo della chiesa, mentre tutti i fedeli si erano accucciati piangenti lungo i muri e negli angoli. Esort Martino ad alzarsi, poi prese per mano lui e la figlia, e decise di fare altrettanto; ma un soldato, ormai vicino, mise la lancia tra le gambe di Martina, che incespic e cadde. Minervina conosceva il carattere volitivo della bambina, e subito si frappose tra la figlia e il soldato. Ma Martina si rimise subito in piedi e, sopravanzandola, sferr un calcio allo stinco del militare.
Questi url pi di stizza che di dolore, e fece un passo verso di lei serrando la stretta sulla lancia. Ma in quel momento, altri passi marziali risuonarono fino all'alto soffitto dell'edificio. E davanti a s Minervina vide comparire Sesto, alla testa di un'altra colonna di guardie del corpo dell'imperatore. Il suo uomo spinse da parte con decisione il soldato che la stava molestando, e quello non os protestare: sapeva bene chi si trovava di fronte e chi erano i nuovi soldati entrati in chiesa.
Centenario! Non sai tenere a freno i tuoi uomini?  il vescovo il solo responsabile di questa violazione: prenditela con lui e basta!, grid all'ufficiale che aveva preso Eusebio.
Ma costoro sono dei sediziosi..., mormor il graduato, non pi baldanzoso come in precedenza.
Le disposizioni imperiali prevedono punizioni solo per i ministri dei cristiani, insist Sesto. Quindi fa' sgombrare i tuoi uomini e, dopo che sono usciti tutti, fai presidiare quest'edificio perch non entri pi nessuno!.
L'ufficiale, suo malgrado, obbed, e in breve i suoi soldati defluirono fuori dall'edificio, portandosi dietro il vescovo. I fedeli erano ancora spaventati, e rimasero diffidenti quando gli uomini di Sesto li invitarono a uscire.
Ma che ti salta in mente? Ti avevo detto di non fare sciocchezze!, la invest subito, guardando i bambini e scuotendo il capo.
Ho fatto quello che ritenevo giusto. Se non ci ribelliamo a queste ingiuste disposizioni, sar sempre peggio..., si giustific lei.
Ma chi  che ti riempie la testa di queste idiozie? Sar sempre peggio proprio se indispettite l'imperatore con le vostre provocazioni! Non vi sta vietando di tenere le vostre messe, ma solo di farle dentro la citt e al chiuso..., ribatt lui.
 comunque una discriminazione, insist Minervina. E non  giusto: in Occidente si costruiscono chiese in quantit e i pi stretti consiglieri dell'imperatore sono cristiani. I miei correligionari posso venerare Cristo come pi gli piace: qui dovremmo farlo in clandestinit?
Be', mi dispiace per te, ma in questa parte di impero siamo ancora a Roma, nonostante che l'Urbe stia dall'altra parte, replic stizzito Sesto. Culti e tradizioni sono ancora quelli di un tempo. I territori sotto Costantino non so pi neppure cosa siano: di certo non la Roma dei nostri padri... Vuoi capire o no che dovete stare attenti? L'imperatore ha rimosso i cristiani dalla corte e da tutti i posti di responsabilit nell'amministrazione: nessuno vi tutela pi, da queste parti. Se non ti facessi seguire sempre, non avrei saputo di questa faccenda e adesso chiss cosa vi sarebbe capitato....
Nulla. Il Signore protegge chi ha fede in Lui.
Ah s? E quel vecchio allora? Era dedito al culto mitraico? Per questo si  fatto male?.
Minervina osserv l'uomo che era stato ferito: i suoi parenti lo avevano adagiato su una panca e cercavano di bendargli la ferita. Scosse la testa.
Ma non pensi ai bambini? Non ti basta esporti a questi rischi! Ti porti dietro anche loro!, insist Sesto.
Il Signore ci protegge, padre!, dichiar con convinzione Martino. E anche se non lo facesse, ci guadagneremmo comunque la salvezza nel regno dei cieli, a differenza tua!.
Stavolta fu Sesto a scuotere la testa. Guard il proprio figlio con disprezzo, poi si volt e se ne and.
E fu questo, pi di ogni altra cosa, a fare male a Minervina. Ogni volta che lui dimostrava disappunto per come lei stava allevando i due gemelli, e ostentava disprezzo nei loro confronti, ne soffriva.
Ma non li avrebbe mai sottratti a Cristo solo per farlo contento.
L'udienza  aperta. Le parti in causa hanno facolt di parlare, dichiar Osio, facendo cenno all'avvocato difensore dell'uomo citato in giudizio di dare inizio alla sua arringa. E sper che fosse breve: aveva ben altro da fare che presiedere i tribunali su questioni di poco conto.
Grazie, illustre vescovo, disse il retore, alzandosi in piedi e lanciando un'occhiataccia al collega che aveva preso le parti dell'accusatore. Voglio innanzitutto precisare che il mio cliente ricusa questo tribunale, che non riconosce come legale. Egli sostiene che il giudizio doveva rimanere affidato a un giudice civile, e non essere trasferito davanti a un giudice ecclesiastico. E mi permetto di dire che le recenti leggi introdotte dal nostro amato imperatore prevedono che si possa ricorrere a un tribunale ecclesiastico solo se entrambe le parti fanno istanza per il trasferimento. In questo caso, invece,  stata solo la controparte a richiedere il cambio; il mio cliente non ha apposto la firma sull'istanza, eppure ci troviamo qui, adesso, e se ne chiede il motivo.
Osio sospir. La legge prevede anche che, in caso di dissenso, prevalga la volont della parte lesa, dichiar. Ecco perch siamo qui.
E da quando, se posso permettermi?, insistette l'avvocato.
La disposizione  stata promulgata venti giorni fa. Dovresti tenerti pi aggiornato, avvocato, ribatt con un certo compiacimento Osio. L'aveva suggerita a Costantino poco tempo prima, infatti, facendogli presente che ai tribunali ecclesiastici giungeva ancora un numero troppo scarso di cause, e proprio per il motivo che aveva appena esposto il retore: il contenzioso proliferava tra cristiani e non cristiani, soprattutto, pi che tra persone dello stesso credo, ed era sufficiente che uno dei due non fosse d'accordo perch il giudizio rimanesse affidato al tribunale civile. E cos, la legge promulgata tre anni prima, per conferire pi influenza alla Chiesa anche in ambito giuridico, era stata svuotata della sua efficacia.
L'uomo storse la bocca, imbarazzato, e il suo cliente ebbe un gesto di stizza. Chiedo scusa, illustre vescovo. Forse la disposizione non  stata ancora diffusa capillarmente: per questo mi  sfuggita....
I fatti, avvocato. Veniamo ai fatti, lo richiam Osio.
Il retore si schiar la voce. Allora, mi limiter a esporre la vicenda, dichiar solennemente. Il mio cliente  stato in Persia per ragioni di lavoro, negli ultimi tre anni: commercia in tessuti, e ha fatto un grande carico di merce oltre l'Eufrate, che ha rivenduto nelle province dell'impero.  tornato a casa, che nel frattempo aveva lasciato al figlio perch la amministrasse in sua vece, e vi ha trovato i suoi schiavi. Com'era ovvio, ha preteso che questi gli scaricassero la merce in magazzino, ma costui, e indic la parte lesa, si  rifiutato, adducendo il motivo che era libero e, pertanto, non poteva pi dargli ordini. A quanto pareva, era un dipendente del figlio, ma per problemi alla schiena non svolgeva pi lavori pesanti, bens di amministrazione delle propriet.
Tacque qualche istante per riprendere fiato, poi riprese. Il suo ex padrone non ci ha creduto, cos il signore gli ha mostrato l'atto del suo affrancamento. Ma poich il documento era redatto in una forma che il mio cliente non conosceva, e non recava firme di un funzionario civile, bens simboli cristiani, ha pensato di essere stato preso in giro e ne  nato un diverbio, che poi  degenerato, ma non solo per colpa del mio cliente. Egli non poteva sapere quanto erano cambiate le cose nell'impero, durante gli anni della sua assenza; anche perch, prima di arrivare in Occidente, ha stazionato per un certo tempo in Siria, dove questo tipo di disposizioni non esistono. Oltretutto, non poteva sapere che in quegli anni il figlio si era convertito cristiano ed era ricorso a procedure cristiane per affrancare lo schiavo di famiglia. Pertanto il mio cliente  parte lesa nella stessa misura in cui lo  la controparte, se non di pi. Anche lui ha riportato ferite, nella colluttazione, concluse, esortando il cliente a mostrare alcune ecchimosi lungo le braccia.
Osio annu e disse. Devo correggerti, avvocato: il figlio del tuo cliente non  ricorso a procedure cristiane per affrancare il vostro schiavo.  ricorso a procedure dello Stato, che prevede che l'affrancamento in Chiesa abbia lo stesso valore di quella civile. Ora che abbiamo chiarito questo importante punto, che parli la parte lesa.
Tocc all'altro avvocato schiarirsi la voce e avanzare verso il tribunale, mentre l'antagonista si ritraeva, con l'espressione da cane bastonato. Illustre vescovo, dichiar, il mio collega ha esposto la vicenda in modo molto parziale, trascurando la vera e propria aggressione avvenuta nei confronti del mio cliente, le cui spese legali, non a caso, sono pagate proprio dall'uomo che lo ha affrancato e che  in sala per testimoniare a suo favore, non potendolo fare gli altri presenti, perch tutti schiavi della parte avversa. Egli non era presente,  vero, ma parler dell'estrema mitezza del mio cliente, che non ha potuto far altro che difendersi, come aveva diritto di fare qualsiasi uomo libero, di fronte a una folle aggressione. Prova ne siano le condizioni in cui  ridotto. Con un ampio gesto, mostr alla corte il suo assistito: un anziano signore avvolto dalle bende in diversi punti del corpo. Il mio cliente ha un braccio spezzato e il naso rotto, oltre al volto tumefatto, e non ci sente pi dall'orecchio destro. Inoltre, a seguito dei colpi subiti gli  calata la vista all'occhio destro. Sarebbe stata una barbarie se fosse stato uno schiavo: figuriamoci un uomo libero!.
Osio non lo ascolt pi. Era un giudizio gi scritto, prima ancora di essere dibattuto. Anche per questo aveva voluto che le cause tra pagani e cristiani finissero davanti a un tribunale ecclesiastico: doveva essere chiaro a tutti che i cristiani non potevano pi subire alcun sopruso. Con Licinio ancora in possesso della parte orientale dell'impero e in grado di esercitare una forte attrazione sui sostenitori degli altri culti, anche d'Occidente, Costantino non poteva permettersi provvedimenti radicali contro chi non fosse seguace di Cristo, e gli raccomandava sempre moderazione, sia nella legislazione che nei giudizi. Ma finch i fautori degli di tradizionali avessero avuto un campione in Licinio, che ammiccava alla loro causa lasciando inapplicati i provvedimenti concordati a favore dei cristiani nei suoi territori, anzi arrivando a discriminarli sempre di pi, avrebbero continuato a manifestare la loro protervia contro le disposizioni imperiali pi favorevoli al nuovo credo.
Osio aveva provveduto personalmente a rimuovere alcuni elementi non cristiani tra i principali collaboratori di Costantino, fabbricando false prove contro di loro o semplicemente denunciandoli quando ne scopriva qualche scheletro nell'armadio, e sostituendoli con cristiani. Subito dopo la guerra contro Licinio, l'imperatore non aveva voluto rimuovere nessuno, nel timore di perdere l'appoggio del partito dei sostenitori degli di tradizionali e, quindi, di offrire al collega-rivale una testa di ponte all'interno dei propri territori. Ma nel corso degli anni il conflitto tra i due si era esacerbato, in un crescendo di recriminazioni e incomprensioni, e l'imperatore non si fidava pi di chiunque non fosse cristiano, reputandolo un sostenitore di Licinio. Aveva pertanto lasciato mano libera a Osio nel disfarsi di chiunque fosse lecito sospettare di connivenza con il cognato, e il vescovo non si era fatto pregare: adesso, a corte aveva tutti uomini di sua fiducia, che eseguivano i suoi ordini senza discutere.
E ne aveva bisogno, in vista di una nuova guerra, che appariva sempre pi probabile: dopo il mancato riconoscimento reciproco dei consoli eletti per l'anno successivo, che erano i rispettivi figli dei due imperatori, la rottura era nell'aria. Avrebbe scommesso che uno dei due avrebbe portato l'attacco entro l'anno a venire, e doveva prepararsi per mettere Costantino nella condizione di cogliere, stavolta, una vittoria definitiva.
E mentre l'avvocato della parte lesa terminava la sua esposizione, si mise a riflettere sulla condanna da comminare al commerciante: si trattava solo di stabilire quanti giorni di prigione fargli scontare e l'entit della multa da fargli pagare.
Non  un ragazzo meraviglioso?, disse Costanza accarezzando il figlio Liciniano sulla testa e fissandolo orgogliosa.
Sesto Martiniano annu convinto. Ma certo che lo . L'altro giorno  venuto con me al campo delle esercitazioni e ci ha dato un saggio del suo talento, vero, ragazzo?, rispose, guardando il figlio dell'imperatore.
Lo spero... L'istruttore mi ha detto di non aver mai visto un bambino di dieci anni usare tanto a lungo una spada da allenamento senza stancarsi, dichiar fieramente Liciniano.
E non era piaggeria, la sua, te lo posso assicurare, mia signora, conferm Sesto rivolgendosi a Costanza. Ero presente, ed effettivamente ha sorpreso anche me.
E digli di Cesare.... Il bambino gli diede una gomitata in modo complice.
Be', un'altra cosa che mi ha stupito  che conosceva a memoria il passo del De bello gallico dove Cesare narra della resa di Vercingetorige ad Alesia, spieg compiaciuto Sesto. Non ci crederesti, ma sa descrivere la scena di quando il capo gallico depone le armi ai piedi del proconsole come se l'avesse vissuta personalmente....
 cos appassionante..., specific il bambino. Anch'io, un giorno, ricever la resa di un capo barbaro, che deporr le sue armi ai miei piedi.
E poi che ne farai, di lui?, gli chiese Sesto.
Mio padre dice che  sbagliato fare come l'imperatore Costantino, che dopo aver sconfitto i barbari li recluta come soldati: sono infidi, rispose il bambino. Io farei proprio come Cesare: lo farei uccidere in carcere dopo averlo esibito nel mio trionfo! Se gli antichi facevano cos e hanno portato l'impero a durare tanto tempo, vuol dire che agivano per il meglio, per Giove!.
Cos si parla!, comment Sesto, dandogli una pacca sulla spalla e beccandosi subito un'occhiataccia da parte della madre: Liciniano era pur sempre il principe. Il capo delle guardie le sorrise, con un'espressione di scuse: Costanza era ancora innamorata di lui e il suo era solo un rimbrotto.
E poi, l'imperatrice sapeva che lui adorava il figlio. Quel che non sapeva era che Liciniano era proprio il figlio che Sesto avrebbe voluto avere; con i suoi due gemelli non parlava quasi mai, e certo non condividevano, come il principe, la sua visione delle cose e il suo amore per le tradizioni. Minervina li aveva preparati a diventare dei cristiani fanatici, e infatti non sembravano dar segno di voler vivere fuori dalla finta realt che la donna aveva creato loro intorno; una realt fatta di un mondo destinato a finire presto, di salvezza spirituale eterna, di punizioni per coloro che non credevano, e privo di necessit concrete. Neppure sapeva, Sesto, se il figlio Martino fosse attirato dal mestiere di soldato: ogni volta che aveva iniziato a parlarci, il bambino attaccava delle litanie imparate a memoria su ci che aveva sentito nelle prediche di quei fanatici in chiesa. E con la ragazza, Martina, non sapeva proprio di cosa parlare: era una femmina.
In Liciniano, invece, aveva trovato da tempo uno stimolante interlocutore, un discepolo attento e curioso, con cui passava volentieri le lunghe ore in cui la guardia non era impegnata in mansioni ufficiali per la protezione dell'imperatore. Licinio dedicava molto meno tempo al figlio: si poteva dire, quindi, che Sesto fosse la principale figura maschile di riferimento, per il principe, e ci lusingava il comandante, che poteva raccontare al ragazzino le sue imprese da pretoriano, di cui non aveva mai neppure sentito l'impulso di parlare con il proprio figlio Martino.
Ora va', mio tesoro. Il tuo istitutore ti aspetta, intervenne la madre, esortando Liciniano ad andare via con lo schiavo. Il bambino ubbid, salutando Sesto con pi trasporto di quanto facesse con la madre.
Ti vuole bene, disse Costanza, quando furono soli. Poi si alz e and verso di lui. Ma non quanto te ne voglio io, aggiunse, cingendolo alla vita e protendendo la bocca verso la sua.
Sesto non si lasci pregare. La cinse a sua volta e la baci avidamente; perch gli piaceva, perch era l'imperatrice, perch era tanto giovane, perch era la madre di un bambino adorabile, perch Minervina aveva preso un'altra strada e non si sapeva se sarebbe tornata sui suoi passi.
Ma perch una donna come te continua a volere un vecchio come me? Ormai non mi manca molto ai sessant'anni, e tu ne hai meno della met di me..., le chiese.
Sar banale, ma la ragione  che ti amo, rispose Costanza, con un'espressione di candore.
Anch'io ti amo, e ogni giorno chiedo agli di come sia possibile. Non pensavo che avrei pi amato, nella mia vita, le rispose. Talvolta le aveva parlato della passione sfrenata che aveva nutrito per Minervina, e si era anche sfogato con lei per le pene che la madre dei suoi figli gli aveva inflitto. Ed era sincero, dicendole di amarla: ma non era lo stesso sentimento che aveva provato per quella che considerava comunque la donna della sua vita; era pi posato, riflessivo, pi normale. Non sentiva una stretta allo stomaco quando la vedeva, non era rapito dalle emozioni, non gli girava la testa quando lei gli si avvicinava, come era accaduto con Minervina, n poteva paragonare le pur notevoli doti di Costanza a letto con quelle, fuori dal comune, della sua precedente amante; ma supponeva che dipendesse soprattutto dalla sua et non pi verde, oltre che dalle caratteristiche inimitabili di Minervina. Quel miscuglio di malizia e dolcezza, di sensualit e candore, di ingenuit e di pericolosit, che solo lei possedeva e che la rendeva unica.
Ma Costanza lo faceva sentire ancora giovane, sapeva essergli complice ed era bella: tutte qualit che, unite al suo ruolo di imperatrice, la rendevano molto affascinante ai suoi occhi. E non aveva voluto rinunciarci, nel corso degli anni, sebbene il rischio di essere scoperto da Licinio fosse tutt'altro che trascurabile: l'imperatore, che tollerava le scappatelle della moglie, non avrebbe perdonato il comandante delle sue guardie del corpo, se avesse saputo della loro relazione.
E poi, ti amo anche perch ami mio figlio, pi di quanto lo ami suo padre, aggiunse la donna. So che tu lo proteggerai, quando non ci sar pi l'imperatore a tutelarlo.
Temi per lui?, le chiese.
Certo. Sono sicura che Senecione lo uccider, non appena succeder a mio marito.  un individuo privo di scrupoli, e vuole regnare: non si accontenter di fargli da reggente, ne sono sicura.
Su questo non posso darti torto, ammise Sesto. Senecione  capace di qualunque cosa. E Licinio stravede per lui, quindi  anche intoccabile.
Ma stravede anche per te, specific Costanza. La verit  che mio marito gode della vostra rivalit. Finch vi guardate in cagnesco,  sicuro che non vi coalizzerete contro di lui, e pu evitare che singolarmente minacciate il suo potere; inoltre, trae profitto dalla vostra competizione, che vi induce a dare il meglio per primeggiare ai suoi occhi. Divide et impera.
Io non ho le ambizioni di Senecione, per; n la sua mancanza di scrupoli, tenne a precisare Sesto.
Male. Dovresti, invece: sei salito a un punto tale che non puoi pi permetterti di stare fuori dalla lotta per il potere, gli spieg lei. Puoi star certo che se il cesare ne avesse la possibilit, ti farebbe fuori senza pensarci due volte: se non l'ha fatto,  perch sa che il tuo valore ti ha procurato la stima dell'intero corpo della guardia, che ti vendicherebbe subito. E allora, tanto vale che agisca tu per primo:  una lotta senza esclusione di colpi.
Dovrei ucciderlo?, reag sgomento Sesto.
Sappiamo tutti che una nuova guerra con il mio fratellastro  imminente, insist Costanza. Succederanno cose che potrebbero dargli maggiore potere. Dovresti premunirti. Se non lo fai, dopo potrebbe essere troppo tardi. Per te... e per Liciniano.
Sesto riflett a lungo. Non so se ne sono capace. Mi sono sempre tenuto lontano da questi giochi spietati. Sono solo un soldato, disse infine.
Se vuoi essere tu il cesare, dovrai accettarli, questi giochi.
Sesto rimase meravigliato. Non ho mai manifestato quest'intenzione!, disse. Ed era vero. Ma aveva anche deciso di dedicarsi alla carriera, e l'idea di diventare cesare, improvvisamente, lo lusingava.
Tuttavia, sarebbe il modo migliore per proteggere Liciniano, non credi? Con te mi sentirei tutelata, propose Costanza.
Ma vedo una strada irta di ostacoli..., protest debolmente.
Non necessariamente. L'unico  Senecione, precis l'imperatrice. Messo fuori gioco lui, chi credi che sceglierebbe Licinio? Sei tu il candidato pi probabile e il militare di maggior prestigio di questa parte di impero. E io far in modo che se ne convinca: un minimo di ascendente su mio marito ce l'ho, che credi?.
L'uomo non sapeva cosa dire: si sentiva travolto da quelle proposte cos veementi e decise. Pareva che Costanza avesse gi le idee chiare.
E come pensi che dovrei agire?
Tu, per ora, non dovrai fare niente. Non puoi rischiare di essere accusato personalmente di aver nuociuto a Senecione. Lascia fare a me, rispose prontamente la donna.
S, pens Sesto. Aveva proprio le idee chiare. Ebbe la sensazione che Costanza ci pensasse gi da tempo, e che lo stesse solo mettendo a parte di un progetto di cui lui era uno strumento.
Ma decise di non opporsi. Lei lo amava.

16.

Fausta sent il bisogno di alzare gli occhi al cielo. Ma per nascondere la sua espressione agli occhi della suocera, prese in braccio la sua figlia minore, Elena, e la sbaciucchi sulla guancia morbida e profumata. Ma gli altri quattro bambini erano corsi incontro alla vecchia Elena, che era appena entrata nel triclinio senza neppure farsi annunciare, come era sua odiosa abitudine.
Le due donne incrociarono gli sguardi per un attimo, ma fu abbastanza per trasmettersi reciprocamente tutto l'astio che le divideva. Poi Elena ammorbid la sua espressione e si rivolse con un sorriso radioso ai bambini che, nel frattempo, l'avevano circondata.
Allora? Come stanno i miei ragazzi, oggi?, chiese al pi grande, Costantino. Era il solo che Fausta detestasse, per il semplice fatto che era il solo a non essere uscito dal suo grembo.
Caro Costantino, penso che sia arrivato per te e Costanzo il momento di iniziare un nuovo gioco. Vi va di impararlo?, disse ai due bambini pi grandi.
Certo! Che gioco ?, chiese Costanzo, che era nato solo pochi mesi dopo il fratello maggiore.
Si chiama: impara ad amare Cristo e a imitarlo.
E come si gioca?
 semplice. C' una persona, che ho scelto per voi, che per un paio d'ore ogni giorno vi porter in chiesa e vi legger e racconter la sua vita, i suoi miracoli e gli esempi di saggezza e bont che ha lasciato.
E io non posso partecipare?, chiese Costantina, che aveva solo un anno in meno ma raramente accettava di essere trattata come una sorella minore. Di tutti i suoi figli, Fausta era convinta che fosse quella dal carattere pi determinato.
L'anno prossimo toccher anche te, sta' tranquilla. Abbi ancora un po' di pazienza, le rispose Elena, accarezzandole il capo.
Fausta era allibita. Ma come si permetteva, quella vecchia, di organizzare la vita dei suoi figli senza chiederle il permesso? Come imperatrice-madre, si sentiva in diritto di influire sulle scelte della famiglia pi di lei, e non lo sopportava. Costantino adorava la madre, e non ne metteva mai in discussione la volont; cos, pi d'una volta lei era stata costretta a tollerare la sua invadenza. Ma stavolta era troppo.
Non credi che avresti dovuto parlarne con me, prima?, le chiese infine, sforzandosi di mantenere un tono neutro, che nascondesse la sua ira.
Elena non si scompose. Tu, mia cara, non sei molto interessata alle faccende spirituali, precis. Come tuo padre, sei rimasta fondamentalmente legata alle divinit tradizionali. Considero pertanto un mio preciso dovere formare questi ragazzi nel rispetto di Cristo.
E sottrarli alla mia influenza..., pens Fausta, senza per dirlo. In ogni caso, dichiar invece, devo ricordarti ancora una volta che sono i miei figli, e qualunque decisione tu prenda su di loro,  con me che devi parlarne, prima.
Ne ho parlato con l'imperatore. Mi pare pi che sufficiente, rispose con noncuranza Elena, riprendendo a giocare con i nipoti senza pi degnarla di uno sguardo, sancendo, almeno per lei, la conclusione della conversazione.
Ma per Fausta era appena iniziata. Vedo che tendi a scordare che la coppia imperiale siamo io e mio marito, non tu e tuo figlio.... Avrebbe voluto dirle di peggio, ma temeva che, in un'eventuale lite, Costantino avrebbe dato ascolto pi alla madre che a lei.
E tu tendi a scordare il rispetto che devi alla madre dell'imperatore, replic Elena, senza neppure alzare lo sguardo verso la donna.
Fausta si morse la lingua fin quasi a farla sanguinare. La madre dell'imperatore dovrebbe limitarsi a fare la madre dell'imperatore..., si forz a dire.
Elena continu a ignorarla, mentre Costantino, Costanzo, Costantina e Costante, il pi giovane dei tre figli maschi dell'imperatore, apparivano disorientati dalla tensione che stava montando tra le due donne. Bambini, uscite un istante, devo parlare con vostra madre, dichiar improvvisamente, facendo cenno poi alle due schiave presenti di portare i quattro bimbi in grado di capire fuori dalla stanza.
Una volta rimaste sole, con la sola infante Elena in braccio a Fausta, la madre dell'imperatore si avvicin alla nuora e finalmente la guard negli occhi. E Fausta ebbe un leggero sussulto: era lo stesso sguardo gelido del figlio quando era scontento, e lei sapeva quanto potesse essere pericoloso, dopo aver visto quanti cortigiani e collaboratori erano stati allontanati o severamente puniti per averlo contrariato. Ma non aveva alcuna intenzione di mostrarsi una pusillanime: l'imperatrice era lei, e se si fosse fatta mettere i piedi in testa in quella circostanza, che appariva come la resa dei conti di tanti anni di tensione sotterranea, non avrebbe mai pi potuto rivendicare il suo ruolo di prima donna dell'impero.
Ragazzina, dovresti solo ringraziare i tuoi falsi di per la posizione che occupi, le sibil in viso Elena. Mio figlio non ti avrebbe mai sposato, se non gli fosse servita per qualche mese l'alleanza con tuo padre. Eri solo una bambina viziata e tale sei rimasta: dovresti solo essere contenta se una donna pi grande di te si fa carico delle questioni pi delicate in tua vece. Hai mai anche solo guardato i documenti contabili? Io li vedo spesso insieme a Osio. Ti sei mai occupata di questioni che non riguardino il tuo trucco e le tue acconciature, o lo sfornare figli come sei tenuta a fare, visto che solo questo ti  richiesto, e fin troppo a lungo hai fatto attendere tuo marito? Io seguo l'amministrazione dell'impero come i principali ministri della corte, mi occupo delle questioni relative alle diocesi, alle prefetture e alle province, dell'approvvigionamento e di tanto altro. Credo proprio di sapere molto di pi di te sulla vita, in ogni suo aspetto!.
Fausta si sent fremere di rabbia, e non riusc pi a tenersi. Si alz in piedi e, stringendo i pugni, le restitu il livore. Io almeno sono figlia di un imperatore, e ho tutti i diritti di occupare il posto che occupo, replic tagliente. Tu, piuttosto, dovresti ritenerti fortunata e ringraziare il tuo folle dio per essere stata la puttana di un imperatore! Cos'eri prima, se non una semplice taverniera in un oscuro paesino lungo il Danubio, che si faceva mettere le mani sul culo da tutti i clienti? E a chi pensi che tenga di pi, Costantino: a me, che gli sto dando un erede dietro l'altro, o a una vecchia come te, che ormai ha fatto il suo tempo? Non ci penserebbe un istante ad allontanarti dalla corte e dai tuoi nipoti, se glielo chiedessi!.
Elena spalanc i suoi occhi solitamente intrappolati in un groviglio di rughe. Gonfi il petto e disse: Prova a suggerirglielo, allora, e vedremo chi la spunter, disse scandendo le parole. Poi si volt e usc dalla stanza.
Ma non fece rientrare i bambini, che port via con s.
Figlio nostro, il momento  finalmente arrivato, annunci Costantino quando Crispo, convocato dall'imperatore, entr nel tablino e si sedette davanti a lui.
Il giovane si chiese a cosa si riferisse. Era stato console, era stato nominato cesare, erano due anni che partecipava alle campagne di confine con il padre, e adesso cosa lo aspettava di pi importante? Tacque, in attesa che Costantino si spiegasse.
Ti abbiamo valutato a lungo, durante le campagne che abbiamo combattuto insieme, e possiamo solo tessere le tue lodi, prosegu il padre. Sei un valoroso, e sappiamo quello che diciamo: come noi, hai la tendenza a stare nel cuore dell'azione. Ma sai anche ragionare, e nei casi in cui ti abbiamo affidato la responsabilit di settori dello schieramento hai saputo prendere sempre delle iniziative tempestive. Con le armi in mano sei imbattibile, e i soldati ti amano. Ti considerano un esempio da seguire e, quando li arringhi, sai essere sempre convincente. E poi, sei determinato, sai quello che vuoi e sai come ottenerlo. Hai un'energia inesauribile, proprio come noi alla tua et. Non potremmo sperare di pi da un figlio.
Sono onorato che tu abbia questa opinione di me, padre, comment, scegliendo con cura le parole. Tengo molto al tuo giudizio e ho fatto del mio meglio per sentirmi degno di te. Spero di riuscire sempre a godere della tua massima considerazione. So di non poter ambire ad altro che a servire te e, poi, i tuoi figli legittimi, ma ringrazio il Signore che mi ha dato questa possibilit. Non era proprio cos, e se il padre lo reputava simile a lui, sapeva bene che le sue ambizioni non potevano essere contenute: in futuro, ne era consapevole, non si sarebbe accontentato di un ruolo di second'ordine. Ma il padre non aveva neppure cinquant'anni ed era in ottima salute, e si trattava di un futuro molto lontano.
Costantino si schiar la voce. In realt, il Signore ti ha dato molte pi possibilit: facendoti dono di tutte queste qualit, ti ha forgiato per essere un imperatore, non un subordinato, gli rivel. E noi sappiamo bene che ti senti un predestinato: ci deluderesti, se non ti ci sentissi. Quindi, se noi non ti dessimo l'opportunit di essere un sovrano, tu te la procureresti, e nascerebbero un mucchio di guai per l'impero.
Crispo lo guard, disorientato.
Abbiamo intenzione di designarti augusto, figlio mio, e di assegnarti la parte di impero che sottrarremo a Licinio.
Il giovane si sent frastornato. Avrebbe desiderato chiedere al padre di ripetere, per essere certo di aver capito, ma non osava, per timore di apparire stupido o ingrato. Imperatore a soli vent'anni? Tutto si sarebbe aspettato, tranne che questo. Io... non so cosa dire padre..., balbett.
Lo sappiamo, ammise Costantino. Lo sappiamo che non te lo aspettavi: ti abbiamo ripetuto fino alla nausea che eri un figlio illegittimo, e che ti saresti dovuto accontentare di una posizione subordinata nell'impero. Abbiamo iniziato a dirtelo prima ancora che tu avessi dei fratelli, per toglierti ogni illusione dalla testa. Ma la verit e che, anche ora che hai ben tre fratelli maschi, abbiamo capito che nessuno di loro, n chiunque altro nostra moglie partorisca, potrebbe soddisfarci come te.  davvero impossibile: sei tutto ci che speravamo da un erede, e non credevamo di poterlo dire a qualcuno e di qualcuno. Pertanto, abbiamo deciso che, conferendoti la sovranit adesso che i tuoi fratelli sono molto piccoli, nessuno verr mai a contestartela. E in futuro, saranno loro a doversi accontentare di una posizione subordinata: siamo ancora in tempo per farli crescere con questa convinzione, il che dovrebbe metterti al riparo da rivendicazioni.
Crispo era sempre pi emozionato. Ma... Licinio? Non ha accettato la mia nomina a cesare... figuriamoci ad augusto..., obiett.
Anche per questo, ci serve subito una guerra con Licinio, gli spieg il padre. I rapporti sono ormai compromessi e nostro cognato ha preso una deriva anticristiana che danneggia i nostri interessi; gi questo ci costringe ad affrettare i tempi per farla finita con lui. Dobbiamo prenderci i suoi territori e darli a te, per fare in modo che l'impero segua una direzione univoca, razionale, coesa. E la gente, i soldati soprattutto, devono vederti combattere al nostro fianco, con un comando indipendente; dopo il nostro successo, al quale contribuirai in forma autonoma, ti seguiranno ovunque, e sosterranno il tuo potere contro chiunque voglia metterlo in discussione. Sarai l'altro imperatore per cos lungo tempo che, quando moriremo, tu rimarrai il solo e indiscusso padrone dell'impero, e potrai scegliere se delegarne delle parti ai tuoi fratelli oppure no. Per tutti questi motivi, una guerra con Licinio non si pu pi posticipare.
Crispo avrebbe voluto raccogliere le idee, valutare tutte le cose straordinarie che il padre gli aveva detto, e poi esprimere le sue opinioni. Ma si sentiva assalito dall'entusiasmo, e gli chiese: Quando inizier la guerra?
In primavera, rispose con piglio deciso Costantino. I goti hanno ripreso a sconfinare in Mesia, e noi li aggrediremo con un esercito fin troppo abbondante per una semplice campagna di contenimento. Licinio capir subito che miriamo ad altro, e ne avr conferma quando costringeremo i barbari a ripiegare in Tracia e li inseguiremo fin l, violando il confine territoriale con nostro cognato. Allora di sicuro reagir, se non l'avr gi fatto prima. Tu, nel frattempo, avrai il comando della flotta, e te ne starai fermo fino al nostro ordine di partenza. Quando nostro cognato reagir e marcer contro di noi, tu condurrai la flotta dietro le sue linee pi avanzate, puntando su Bisanzio, punto di congiunzione tra i suoi domini europei e quelli asiatici. E lui si trover tra due fuochi.
Crispo annu, ammirato dalla strategia del padre. E sorpreso dal ruolo che gli aveva riservato: non si aspettava di fare l'ammiraglio, sebbene avesse gi acquisito esperienza in mare. Voleva dire che l'imperatore si fidava davvero di lui e delle sue qualit.
Adesso ci troviamo costretti a congedarti: attendiamo Osio con dei noiosi ma importanti dati e documenti finanziari: anche di questo dovrai occuparti, quando sarai augusto. Ma siamo certi che te la saprai cavare egregiamente anche in questo ambito. E per ora non diciamo niente a nessuno, della tua designazione: neppure a Osio; se la notizia trapelasse adesso, potrebbe essere destabilizzante per molta gente che si aspetta una successione legittima e incontestabile. Aspettiamo i tuoi sicuri trionfi in guerra, concluse la conversazione Costantino.
Crispo non la smise di ringraziare, infine lo salut e usc dalla stanza pervaso da sogni di gloria. Non si era mai sentito cos felice ed esaltato: sentiva fremere ogni muscolo del proprio corpo, e la mente andava rapida ai compiti che avrebbe dovuto svolgere nella imminente campagna. Per questo, ebbe un moto di fastidio quando l'ancella di Fausta lo raggiunse, comunicandogli che la padrona lo attendeva nelle proprie stanze. Le disse che sarebbe andato subito, ma in realt non ne aveva voglia. Non ne aveva da tempo, ormai, ma Fausta sembrava non poter rinunciare a lui e comunque, tra le ragazze che un principe poteva concedersi, era quella che sapeva dargli pi piacere nell'intimit. Lo aveva fatto diventare uomo e conosceva tutti i suoi segreti, tutti i modi per farlo godere: nessun'altra avrebbe potuto starle alla pari, per come lo aveva forgiato lei, prendendolo fin da piccolo come amante.
Ma odiava se stesso per esserne dipendente, e ora, dopo la conversazione col padre, anche per aver tradito la fiducia dell'imperatore, che gli aveva mostrato tutta la sua considerazione. Costantino gli aveva appena comunicato la sua intenzione di farlo co-imperatore, e lui esprimeva la sua gratitudine spassandosela con la moglie? Non poteva essere. Non sarebbe mai pi potuto essere.
And nel cubicolo di Fausta ben determinato a dirglielo. Era ora di finirla: oltretutto la donna stava diventando sempre pi imprudente, chiamandolo nel suo talamo anche quando l'imperatore era in citt, rischiando di farli scoprire.
Io... non posso. Non posso pi, furono le prime parole che le disse non appena lei gli apr la porta, trasformando in un istante l'espressione gioiosa della donna in una di mestizia.
Come sarebbe?, gli rispose lei, corrucciandosi.
Io... non posso tradire cos la fiducia di mio padre, mi spiace.  finita. La scans, mentre Fausta tentava di abbracciarlo. Sentiva il profumo che gli faceva acuire tutti i sensi fin da prima della pubert e temette di non resistere. Si volt per andarsene, ma fu trattenuto per un braccio.
Ti sei innamorato di un'altra, vero? Di una... della tua et?, disse lei.
Crispo abbozz un sorriso. Ma no...  solo che non voglio rovinare tutto a causa della nostra relazione. L'imperatore si aspetta cos tanto da me....
Per l'imperatore sei solo un bastardo! Non ti dar mai nulla di pi delle briciole!, insist la donna.
Ti sbagli: mi ha appena designato augusto, e mi dar la parte di impero che ci accingiamo a togliere a Licinio. Sar il suo primo erede, si lasci scappare, stizzito.
Fausta si stacc da lui di scatto. Lo guard come se lo vedesse per la prima volta, i bei lineamenti del viso induriti dalla collera e dall'incredulit. Non... non  possibile. Ha tanti figli legittimi. Vuole solo tenerti buono perch teme la tua forza..., protest.
Non  vero, insist a dire. Sapeva di dover tacere, ma con lei, ne era altrettanto consapevole, tornava bambino: quella relazione avviata cos precocemente lo aveva segnato, relegandolo a una perenne soggezione nei suoi confronti. Comunque lo vedremo presto. Mi ha assegnato un comando indipendente, nella guerra: questo vorr pur dire qualcosa. E poi, dopo la vittoria, annuncer la mia nomina, aggiunse.
La donna era diventata irriconoscibile da un momento all'altro. L'immagine della perfidia si dipinse sul suo volto. Non far mai augusto il padre di quelli che ritiene i suoi figli, ma che sono tuoi!.
Di tutte le rivelazioni che aveva ricevuto quel giorno, quella di Fausta fu quella che pi lo sconvolse. Ma cosa stai dicendo? Come fai a saperlo? Io sono stato sempre attento!.
Non sempre. Quando eri pi giovane e non sapevi controllarti, no: e di sicuro Costanzo  figlio tuo, ribatt lei. Ma probabilmente anche gli altri: ho conservato il tuo seme, perch altrimenti tuo padre, che fino ad allora non era riuscito a generare figli con me, avrebbe divorziato considerandomi inutile.
Tu... mi hai imbrogliato! Mi hai usato!. Crispo era devastato.
Credi che per lui farebbe differenza? Ti farebbe giustiziare!.
Crispo deglut. Un attimo prima, era l'uomo pi felice del mondo; adesso il mondo stesso sembrava crollargli addosso. Ma giustizierebbe anche te, riusc a rispondere.
Non  detto: dipende da come gli espongo la cosa..., insinu lei. Devi dirgli che rinunci al ruolo di augusto. Digli quello che vuoi: che non ne sei degno, che reputeresti la tua posizione precaria, in considerazione dei tanti eredi legittimi che possono reclamare il trono, e che non vuoi essere causa di guerre civili che possano portare l'impero alla rovina....
Il ragazzo era troppo sconvolto per affrontare la faccenda: troppi fattori turbinavano nel suo animo. Se ne and, rimuginando su cosa avrebbe dovuto fare.
Ma non trov alcuna risposta.
Minervina non volle credere ai propri occhi. Non aveva assistito ai terribili spettacoli nell'arena ai tempi delle persecuzioni di Diocleziano, quando i cristiani venivano divorati dalle fiere, ma non poteva essere stato tanto pi raccapricciante di quello che stava vedendo. Sent un flusso acido risalirle lungo il petto, e fu costretta a correre in un angolo e appartarsi, per rigettare la colazione che aveva consumato durante il viaggio fino a Sebastia con Ario.
Si chiese se avesse fatto bene a seguire il presbitero nella sua missione. Forse avrebbe fatto meglio a dar retta a Sesto e a rimanere accanto ai propri figli, invece di spostarsi tanto lontano da Nicomedia. Una volta liberatasi, tuttavia, ricord a se stessa il compito che si era riproposta: contribuire a far s che il cristianesimo raggiungesse quello status di religione lecita che Galerio, e poi Costantino e Licinio, le avevano pi volte attribuito con le loro disposizioni imperiali. In Oriente proprio Licinio stava violando le sue stesse leggi, e consentendo ai suoi governatori di calpestarle impunemente, e adesso ne aveva appena avuto la riprova pi evidente.
Torn accanto ad Ario, che stava parlando col vescovo della citt, pi determinata che mai ad affiancare il presbitero nel suo intento di portare la salvezza a quei disgraziati che stavano patendo a causa del loro credo.
Siamo partiti appena abbiamo saputo di questa brutta storia, stava dicendo Ario, che andava ovunque ci fosse un palcoscenico dove poter diffondere la sua interpretazione della natura di Cristo. Non pensavo che fossero giunti a questo punto. Ero rimasto a quando il governatore li aveva imprigionati. Il povero Melezio, mio buon amico, mi ha scritto esortandomi a portare qui il mio conforto: molti dei suoi commilitoni coinvolti in questa vicenda apprezzano la mia visione.
S, sulle prime sembrava che dovesse risolversi tutto con una detenzione, spieg il prelato. L'accusa era semplicemente quella di essersi dichiarati cristiani e di non voler sacrificare in favore del sovrano: proprio come ai tempi delle persecuzioni. In realt, i soldati cristiani avevano semplicemente inviato una formale protesta al governatore per indurlo a rispettare le disposizioni imperiali vigenti in materia di tolleranza religiosa: le discriminazioni di cui aveva fatto oggetto i militari cristiani erano troppo pesanti e continue per essere ignorate. Ma poi, quando sono iniziate a trapelare notizie di una possibile guerra tra i due imperatori, il governatore ha preteso che questi poveri confratelli si mettessero a disposizione dei loro superiori per essere pronti a partire per il fronte. Ed  stato proprio Melezio a farsi loro portavoce e a dire che mai avrebbero combattuto contro un imperatore come Costantino, che rispetta e promuove la fede cristiana, per un imperatore che la calpesta. Allora sono stati accusati anche di diserzione. Ed  successo quello che vedi....
Ario osserv il triste spettacolo. Da quanto tempo stanno l in quelle condizioni?, chiese.
Da quattro giorni.  incredibile che alcuni siano ancora vivi, vero?
No, non  incredibile, comment il presbitero. La fede in Cristo pu donarci energie insospettabili. Il Signore ci  pi vicino che mai, vede le nostre sofferenze e ci dona la forza per affrontarle. Costoro sono dei martiri, e sono consapevoli di essersi gi guadagnati il regno dei cieli, senza bisogno di attendere la fine dei tempi. E sono certo che il loro sacrificio non sar vano: non ci sar pi cristiano, adesso, disposto a sostenere il tirannico regime di Licinio. L'imperatore ha i giorni contati.
Fossi in te, starei attento alle parole che scegli: l'imperatore ha spie ovunque..., mormor il prelato, guardandosi intorno spaventato.
E allora? Non pu ucciderci tutti: ormai i cristiani sono troppi, anche sui suoi territori. Le persecuzioni di Diocleziano hanno dimostrato che eventi del genere non fanno altro che renderci pi forti: perfino quel folle di Galerio lo aveva capito, prima di morire. E sia lui che Massimino Daia, i pi feroci tra i nostri persecutori, sono morti tra i pi atroci tormenti. La loro fine dovrebbe essere un monito, per Licinio, dichiar ad alta voce.
A Minervina bast sentirlo parlare cos per accantonare ogni dubbio sul suo viaggio a Sebastia. Era proprio la determinazione del presbitero ad averla convinta che la sua visione del credo cristiano era quella giusta, e che bisognava impegnarsi per diffonderla e affermarla. Sebbene Sesto non la pensasse cos, si era persuasa di aver fatto quel viaggio anche per i figli. Non li aveva affatto abbandonati, tutt'altro: stava pensando ad assicurare loro un futuro tranquillo e solido, nell'amore per Cristo e senza il rischio di essere perseguitati per la loro fede. Solo combattendo adesso, negli anni a venire avrebbero potuto proclamare ai quattro venti il loro credo senza timore di essere puniti o discriminati, o, peggio ancora, fare la fine dei poveretti che aveva davanti agli occhi.
Vorrei anzi andare a confortarli, se non ti dispiace, dichiar Ario, che lasci sul posto il vescovo e inizi a camminare verso di loro. Tu vieni con me, Minervina?.
Dopo un attimo di esitazione, la donna annu e si incammin al suo fianco. E a mano a mano che procedeva verso i condannati, inizi a distinguere i lineamenti spettrali di quelli ancora vivi, e i cadaveri congelati di chi non ce l'aveva fatta a resistere. Quando mise piede sulla superficie ghiacciata dello stagno in cui li avevano radunati, ebbe di nuovo un conato, che si sforz di contenere. Ne cont mentalmente quattordici, ancora vivi. Aveva ragione Ario: era incredibile che di quaranta soldati abbandonati senza acqua n cibo n vestiti, in pieno inverno, in uno stagno gelato, almeno un terzo fosse ancora in vita. Solo il Signore poteva infondere tanta forza in un essere umano.
Alcuni di loro si erano creati una nicchia con i corpi dei compagni morti, per ripararsi dal vento gelido che aveva sferzato le loro membra giorno e notte negli ultimi quattro giorni. Per essere dei legionari di una delle unit pi gloriose dell'esercito romano, la xii Legio Fulminata, sembravano gracili ed emaciati: le sofferenze dovevano averne radicalmente modificato l'aspetto. La pelle, esposta al freddo tranne che per le parti intime, dove indossavano il perizoma, era pallida come quella dei cadaveri l accanto, le loro espressioni assenti come quelle dei commilitoni deceduti ai quali nessuno aveva avuto la forza di chiudere gli occhi. La sola caratteristica che li differenziava dai cadaveri era il tremore che li pervadeva; sembravano statue che un terremoto faceva quasi dondolare. Tutte statue uguali, raffiguranti uomini seduti, con le braccia conserte strette al petto.
I loro parenti piangevano e gridavano ai margini dello stagno, tenuti a freno dalle guardie. Dei funzionari, che dovevano essere i rappresentanti del governatore, sedevano accanto a un vascone pieno di acqua fumante, con serventi che lo alimentavano in continuazione e altri, pi distanti, che lavoravano accanto a una caldaia. Minervina si interrog sul significato di quella presenza, ma proprio in quel momento Ario grid: Melezio, amico mio! La tua determinazione  un esempio per tutti. Vengo a portarti il conforto della parola di Dio. Vedo con orgoglio che i lunghi discorsi che abbiamo fatto insieme nel recente passato e le risorse che ho investito su di te sono stati messi a frutto nel pi nobile dei modi. Tu e i tuoi uomini siete la pi alta testimonianza della fede in Cristo!.
Il presbitero si rivolgeva a un uomo pi anziano degli altri, che aveva un braccio alzato in direzione dei funzionari. Due soldati avanzarono verso il condannato, proprio quando Ario lo aveva quasi raggiunto. E mentre le guardie lo prelevavano, sollevandolo con cautela e aiutandolo a sostenersi, il veterano guard Ario mormorando: Mi... mi dispiace. Io... ci ho provato.
Sul volto del presbitero si dipinse un'espressione di disappunto. Minervina osserv Melezio mentre veniva portato verso il vascone. Uno dei funzionari lo accolse, gli mise una coperta di lana addosso e lo strofin vigorosamente per qualche istante, mentre i soldati lo sostenevano; poi, al cenno di un uomo che, a giudicare dalla borsa che aveva con s, doveva essere un medico, lo fecero adagiare nella vasca, dove Melezio si abbandon a un'espressione di sollievo.
Centenario Melezio, dichiar un altro funzionario ad alta voce, poich hai finalmente riconosciuto l'errore in cui sei incorso e rinunciato alla tua perniciosa fede, riconoscendo l'autorit dell'imperatore, il governatore consente che tu possa tornare in possesso dei tuoi diritti di cittadino romano, e ti mette a disposizione tutto ci che  necessario per farti guarire dalle ferite che ti sei voluto infliggere perseverando nel tuo errore.
In quel momento, un altro degli spettri ancora viventi nello stagno, vedendo il trattamento riservato al suo ufficiale, prov ad alzare il braccio. Le membra congelate ne frenarono il movimento, che fu molto lento. Ario e Minervina se ne accorsero quando l'arto era ancora attaccato al corpo: solo il palmo della mano aperto e leggermente sollevato, con le dita all'ins, lasciava trasparire le intenzioni del soldato. Il presbitero fece qualche passo verso di lui, frapponendosi tra i funzionari e il condannato, e lo fulmin con lo sguardo. Non ti azzardare... La tua famiglia non ricever pi nulla, altrimenti, sibil feroce, e quello subito reclin la mano, pi velocemente di quanto l'avesse alzata.
Minervina, assorta dalla scena, sent dei rantoli e del rumore di scrosci d'acqua alle sue spalle. Si volt, e con lei Ario, e vide Melezio dimenarsi nella vasca, e poi accasciarsi a pelo d'acqua; subito dopo, la sua testa scomparve sotto la superficie. Le guardie accorsero a tirarlo su, e il medico si avvicin, esaminandolo per qualche istante. Infine, alz il capo, scosse la testa e disse: Niente da fare. Il suo cuore stremato non ha retto al repentino cambio di temperatura. Mi spiace. Per gli altri dovremo operare per gradi; intanto, aggiungete acqua fredda: questa  troppo calda, evidentemente.
Ario torn di scatto a fissare il soldato che aveva tentato di alzare il braccio. Visto? Spero che ti sia passata la voglia di tradire la tua fede..., sibil. Poi si spost al centro dello stagno e alz la voce, perch raggiungesse tutti gli astanti: Vedete, fratelli? Melezio  stato debole e il Signore lo ha abbandonato!  morto senza la prospettiva di raggiungere la salvezza e la liberazione! E anche se fosse sopravvissuto, la salvezza gli sarebbe stata comunque negata, perch ha tradito la sua fede, per la quale questi altri uomini, specific, indicando i cadaveri sulla superficie ghiacciata dello stagno, si sono invece dimostrati disposti ad andare fino in fondo! E sono gi nel regno dei cieli, accanto a Dio, e giudicano le nostre azioni, preparandosi ad accoglierci insieme a Lui quando verr la fine dei tempi!.
Molti degli astanti annuirono, e Ario si sent incoraggiato a continuare. Forse Cristo ha chiesto piet, quando era sulla croce? Forse ha rinunciato a pregare suo Padre onnipotente? Certamente no! Ha patito fino in fondo i tormenti che gli hanno inflitto i suoi aguzzini, nella certezza di ascendere al cielo e consapevole della responsabilit che si era assunto, di sollevarci dai nostri peccati e di consentirci la salvezza! Cos, ora questi valorosi soldati, e tutti coloro che sono morti per la nostra fede, stanno salvando coloro che non hanno un simile coraggio, e con il loro sacrificio, l'anticristo e il nostro persecutore sar sconfitto, oppure costretto ad accettare la forza della nostra fede e a tollerarla!.
Quindi Ario torn a fissare i sopravvissuti. Nessuno os alzare le braccia. Qualcuno trov la forza di annuire.
Ma Minervina era tormentata dalle parole che aveva sentito dire al presbitero in precedenza. Maestro, os chiedere: Cosa intendevi quando hai detto: La tua famiglia non ricever pi nulla, altrimenti?.
Ario le lanci uno sguardo di condiscendenza. Mia cara, nel corso degli anni mi sono fatto dei sostenitori che hanno donato del denaro per la nostra causa, le spieg. E io lo metto a disposizione di chi soffre per difendere la nostra fede. Costoro muoiono sapendo che ci prenderemo cura delle loro famiglie, e ci d loro una forza ancora maggiore per affrontare il loro destino.
Ma... Quell'uomo gi sapeva che avresti sostentato la sua famiglia, mi sembra..., obiett.
E che differenza fa?, ribatt Ario. Certo, a suo tempo ho comunicato a Melezio che, se si fosse opposto alle violazioni del governatore, avrei aiutato lui e chiunque lo avesse sostenuto. Nessuno di noi immaginava che il governatore sarebbe stato disposto a spingersi a tal punto, in realt: pensavamo solo alla prigione o alla degradazione. Ma una volta intrapresa questa strada, non potevano tirarsi indietro senza togliere credibilit alla nostra religione, e li abbiamo convinti ad andare avanti nella loro lotta. Adesso sono dei martiri che verranno ricordati in eterno per il loro sacrificio: un macchia sulla coscienza di Licinio, che avr modo di pentirsi di aver lasciato mano libera al governatore, e un vantaggio per Costantino, che diventer pi che mai il difensore di Cristo e godr di un sostegno sempre pi vasto tra i nostri confratelli.
Minervina annu, poco convinta. Di sicuro Ario sapeva quel che faceva... ma non era cos che lei si era immaginata di diffondere e affermare la parola di Cristo... D'altra parte, per, Sesto e Osio le avevano sempre detto che era fin troppo ingenua; forse era vero che il mondo andava in un modo che lei non poteva comprendere; probabilmente, bisognava usare strumenti che le erano sconosciuti e che non avrebbe mai condiviso, per ottenere dei risultati.
Si rassegn all'idea di essere solo un gregario. Lei avrebbe portato a tutti la parola di Cristo nel solo modo che conosceva.
Con l'amore.

17.

Si fanno beffe di noi, comment Crispo, fissando i cavalieri sarmati far danzare i propri cavalli oltre la linea di confine, senza fare alcun tentativo di fuggire oltre. Anzi, alcuni sventolavano i loro stendardi con le teste di drago in cima alle lunghe lance, come a voler invitare i romani ad attaccarli.
Costantino sorrise sprezzante, mantenendo lo sguardo sui barbari. Tra poco avranno ben poco di cui divertirsi, dichiar. Neppure immaginano cosa gli piover addosso.
Non sarebbe meglio assalirli subito? Potrebbero scappare davvero al di l del Danubio.
Non lo faranno, rispose convinto l'imperatore. Sanno che se fuggissero al di fuori del territorio imperiale, verso settentrione, li inseguiremmo; in Tracia, invece, pensano che non possiamo attaccarli senza violare il territorio di Licinio, e se la prenderanno comoda. Sono settimane che fuggono, e ora che si sentono al sicuro, vorranno riposarsi e rifocillarsi. Diamo tempo al grosso dell'esercito di raggiungerci e poi ne faremo un solo boccone.
Crispo fiss il padre con profonda ammirazione. Le cose erano andate esattamente come aveva previsto l'imperatore: i barbari erano stati sorpresi lungo il confine della Pannonia dall'esercito di campagna di Costantino, che era giunto in forze a dare manforte alle forze limitanee, secondo lo schema ormai collaudato da anni con la riforma dell'esercito; l'imperatore, per, stavolta aveva fatto guadare il Danubio a una parte della propria armata, tagliando subito ai razziatori la via della ritirata oltrefrontiera e costringendoli a ripiegare sempre pi a oriente, fino a passare il confine tra la Mesia e la Tracia, che rappresentava la linea di demarcazione tra i suoi territori e quelli di Licinio.
E adesso, aveva un pretesto per irrompere nell'area sotto il controllo del cognato, e iniziare la guerra civile da una posizione di netto vantaggio, con linee di collegamento con le retrovie pi corte e parte della marcia gi compiuta. E nel frattempo, il resto della sterminata armata che aveva raccolto si stava radunando pi a sud, a Tessalonica, mentre la flotta era ancorata davanti ad Atene. Una strategia impeccabile: l'impero di Licinio sarebbe stato investito da una tempesta inarrestabile.
Crispo and a dormire riflettendo sulla gloria che lo attendeva. Da quando era entrato nell'et della ragione, aveva sempre visto il padre pianificare il modo pi efficace di colpire Licinio: anni e anni di strategie mirate a impossessarsi dell'impero nella sua totalit, che ora, se le cose avessero continuato ad andare per il giusto verso, sarebbe finito nelle sue mani. Sapeva bene che l'imperatore stava scommettendo su di lui, e sulla sua capacit di conquistarsi l'onore che gli aveva fatto designandolo suo erede; e aveva tutta l'intenzione di guadagnarsi ogni singolo stadio di terreno su cui avesse dominato in futuro. L'inseguimento ai barbari non gli aveva offerto la possibilit di mettersi in luce, ma adesso aveva l'occasione di mettere in mostra le sue qualit di soldato e condottiero: otto anni prima era stato troppo piccolo per partecipare alla grande guerra tra i due signori supremi dell'impero, e aveva ascoltato con avidit i racconti delle due grandi battaglie che Licinio e Costantino avevano combattuto, fremendo di frustrazione per non essere stato n un soldato n uno spettatore. Allora il padre aveva affrontato il conflitto portandosi dietro solo ventimila uomini ma ora, con il proprio potere consolidato e una riforma dell'esercito ormai a regime, stava radunando la pi grande armata che i romani avessero costituito da tempi immemorabili.
E lui era l, al centro dell'azione, a fianco del padre. Dove aveva sempre desiderato essere.
Sarebbe dovuto essere al colmo della felicit, eppure aveva paura. Stava realizzando tutti i suoi sogni, anche quelli che non aveva mai osato sperare potessero realizzarsi, ma tutto avrebbe potuto sciogliersi come neve al sole da un momento all'altro, se Fausta avesse dato corso alle sue minacce. Ed era certo che, se l'avesse assecondata, avrebbe comunque deluso suo padre: doveva forse dimostrarsi un valoroso in battaglia e poi un vigliacco rinunciando al trono che l'imperatore, sfidando i benpensanti, l'opinione comune e forse i suoi stessi consiglieri, aveva avuto il fegato di assegnargli? Costantino lo ammirava perch lo sentiva simile a lui, gli aveva detto: ma se avesse rinunciato alla corona sarebbe apparso privo di ambizione, e quindi quanto di pi distante potesse esserci dal padre. Poteva solo immaginare come ci sarebbe rimasto Costantino, e non voleva neppure pensarci.
Non sapeva proprio come uscirne e la mattina seguente, quando l'esercito si fu schierato, pronto a varcare il confine e a dare inizio alle ostilit, apparentemente contro i sarmati, ma in realt contro Licinio, si sentiva paralizzato dall'angoscia. Rimase muto accanto al padre, mentre entrambi osservavano le due ali di cavalleria avanzare con movimento avvolgente contro i fianchi dei barbari, fino all'ultimo restii a schierarsi e increduli, di fronte all'azione dei romani. Quando i reparti d'attacco piombarono addosso ai sarmati, molti di essi erano ancora privi di equipaggiamento o nelle retrovie, e i varchi aperti dalla carica concentrica divennero subito voragini. Costantino diede ordine alla fanteria di avanzare, e le legioni presero a marciare a passo sostenuto.
Crispo aveva sentito parlare tante volte delle leggendarie cariche di cavalleria che Costantino era solito condurre alla testa dei propri uomini, al pari di Alessandro Magno, e avrebbe voluto assistervi. Ruppe il silenzio per chiedergli perch non vi avesse partecipato, pi che altro perch si sentiva a disagio al suo fianco: temeva che il suo senso di colpa trasparisse e avrebbe voluto trovarsi lontano dal padre.
Partecipiamo personalmente alle cariche quando ce n' bisogno, spieg Costantino. Quando la nostra presenza  essenziale per stimolare gli uomini a dare il meglio in uno scontro decisivo. Ma nel corso degli anni abbiamo imparato a non sprecare energie n correre rischi inutili, quando il risultato  scontato, o in scontri minori. E qui si stanno verificando entrambe le circostanze. Quindi impara, figlio, gli spieg cogliendo l'occasione, se come noi hai il combattimento nel sangue, sappi frenare i tuoi impulsi quando non  strettamente necessario partecipare personalmente allo scontro, e sappi invece intuire quando i tuoi uomini hanno bisogno di vederti alla loro testa. Claudio Marcello  caduto in una stupida ricognizione, dopo essere sopravvissuto a mille battaglie sempre in prima fila, tanto da sconfiggere in duello un capo nemico e guadagnarsi le sue spoglie.
Crispo annu meccanicamente, ma il suo disagio si accentu: pi Costantino dava per scontato che loro due fossero uguali, pi inorridiva al pensiero di dovergli comunicare la sua rinuncia al trono.
Quando la fanteria romana arriv a ridosso degli avversari, non ci fu pi nulla da sfondare. I loro ranghi non si erano mai formati, e i legionari penetrarono con irrisoria facilit tra le linee sarmatiche, dove molti non erano riusciti neppure a montare in sella e si offrirono inermi alle spade nemiche. In tanti gettarono le armi e alzarono le braccia in segno di resa, oppure alzarono le braccia e basta, perch le armi non le avevano mai impugnate.
Qui non c' pi niente da fare, comment Costantino. Presto, figlio mio, vedrai molti di quei guerrieri militare insieme alle nostre legioni. Adesso  il momento che tu raggiunga la flotta ad Atene e attenda l'ordine di avanzare verso l'Ellesponto. Noi marceremo su Tessalonica e l ci riuniremo al resto dell'esercito. Ci vedremo presto a Bisanzio. Qualunque cosa intenda fare Licinio,  l che dobbiamo arrivare, ricordalo: solo impossessandoci del punto di passaggio tra Asia ed Europa renderemo nostro cognato inoffensivo.
Crispo accolse come una liberazione la comunicazione del padre. E non solo perch non vedeva l'ora di assumere il comando della flotta.
Ma tu lo sai quando torna nostra madre?, chiese Martina al fratello. Si sentiva annoiata. Peggio ancora di quando la mamma attaccava con quelle asfissianti litanie su Cristo e i suoi messaggi. Ma almeno non si sentiva sola. Non le piaceva stare sola sebbene Martino non fosse di grande compagnia: passava il tempo a pregare, oppure a duellare contro fantocci con la sua spada finta. Due cose che la annoiavano mortalmente.
Nostra madre ha detto di essere impegnata in una missione importante per diffondere la parola del Signore e portare conforto a degli sventurati. Torner quando avr finito, dichiar solennemente il bambino, come se leggesse il testo di un libro. Quanto la irritava, quando parlava cos! Ma gli voleva bene, e si mise a ridere.
Ah! Una volta ho sentito nostro padre dire che il dovere di una madre dovrebbe essere di portare conforto ai propri figli, prima ancora che agli sconosciuti, comment, pi che altro per provocarlo.
Martino sbuff, abbass lungo il fianco la sua spada, che fino a quel momento aveva volteggiato nell'aria, e assunse una posa da guerriero che, a undici anni, lo rendeva piuttosto ridicolo. Nostro padre  un senza Dio, asser con decisione. La sua mente  oscurata e lui non  in grado di ragionare con lucidit. Chi non  stato toccato dalla parola del Signore  perso nel buio di una foresta oscura.
E allora, come mai giochi sempre a fare il soldato, come se volessi imitarlo?. Provocare il fratello poteva diventare un buon antidoto contro la noia, decise la bambina.
Martino arross. Ma non si dette per vinto. Che c'entra? Sono un uomo: e gli uomini devono combattere. Nostra madre dice che il nostro credo  in pericolo, per colpa dell'imperatore, e io mi preparo per difendere Cristo dai suoi nemici. C' una bella differenza con nostro padre: lui ha sempre combattuto contro Cristo!.
Martina sapeva che non era vero. A lei non importava molto che il padre stesse poco con loro. Lo considerava un estraneo e non sentiva la sua mancanza. Ma Martino ne soffriva e, anche se non lo dava a vedere, pativa lo scarso affetto che il padre sembrava nutrire nei suoi confronti. Qualche volta, dopo le sue rare visite, aveva visto il fratello piangere, oppure stringere i pugni stizzito.
Non vedo come tu possa considerarti un uomo, se io non mi considero ancora una donna, disse Martina. Le donne fanno l'amore e i figli, a quanto so, e io ancora non so cos': ho chiesto pi volte a nostra madre di parlarmene, ma  quasi scappata via dalla vergogna. Allora ho interrogato tutte le schiave, ma anche loro sono state evasive... Solo Penelope mi ha detto qualcosa, ma  di poco pi vecchia di me, e anche lei ne parlava per sentito dire....
Il ragazzino si mostr improvvisamente incuriosito. Si morse il labbro e chiese: E che ti ha detto?, guardandola con attenzione.
Be', che uomini e donne giacciono insieme, nudi o quasi, e si divertono un sacco. A volte nascono i figli, a volte no. Dipende dal momento e dal modo in cui lo fanno, spieg, allargando le braccia, quasi ad ammettere la sua ignoranza.
Che vuol dire che giacciono?, la incalz Martino.
Martina non era certa di aver capito. Pare che si struscino l'uno contro l'altra finch all'uomo non esce un liquido. Se questo liquido finisce dentro la donna, allora il bambino nasce. Altrimenti, si sono divertiti e basta.
E dove dovrebbe entrare questo liquido? In bocca?, chiese lui.
Boh? Forse in qualunque buco. In effetti, noi femmine ne abbiamo pi di voi, forse proprio per questo motivo.
E tutto questo sarebbe divertente?, obiett Martino. A me sembra una perdita di tempo. Lo farei giusto se avessi bisogno di fare un figlio. Subito dopo, riprese a menare fendenti con la sua spada giocattolo.
Non saprei. Quel che so  che vorrei provare. Chiss.... E si strinse nelle spalle.
Inizi a fantasticare su come potesse essere. Veniva tenuta alla larga dai suoi coetanei e, come i figli delle altre matrone della Nicomedia che contava, non andava a scuola ma aveva dei precettori privati, che si alternavano nell'istruzione dei due gemelli. Ed erano tutti preti, che l'avevano sempre ammonita sulla necessit di astenersi da pensieri impuri, che l'avrebbero resa sordida agli occhi di Dio. Ma immagin di strusciarsi nuda contro il corpo di un ragazzino che le piaceva, e che ogni tanto aveva incrociato da lontano al teatro, durante le rappresentazioni, nel palco riservato ai personaggi di rango. Era il figlio dell'imperatore, Liciniano, e aveva pressappoco la sua et, e se lo figur nudo, mentre si avvicinava a lei e la accarezzava. Nella sua mente, Martina lo lasci fare, quindi si fece spogliare e toccare i seni acerbi. Poi tese la mano e la fece scorrere lungo le braccia scultoree del ragazzo.
Le sue fantasie furono interrotte da rumori violenti in corrispondenza dell'ingresso della loro abitazione. Sent urla di terrore, poi uno schiavo irruppe nella stanza, si precipit su di lei e su Martino e li abbracci. Venite con me!, esclam, prendendoli per mano. Ma subito dopo entr un uomo massiccio con la spada in mano, seguito da un altro. Il primo si avvicin al servo e gli sferr un colpo sul viso con l'impugnatura dell'arma, facendolo crollare a terra tramortito. Martina guard inorridita il volto del domestico, dove campeggiava uno squarcio sulla guancia, da cui fuoriusciva un fiotto di sangue che si allarg in una macchia scura sul pavimento.
Istintivamente si port verso Martino, che la sorprese avanzando verso l'energumeno sferrando un fendente con la sua spadina. Lo colp sul fianco, ma l'uomo reag con una risata sprezzante. Afferr il braccio di Martino, lo strinse forte e lo costrinse a mollare la presa. Lo sollev, mentre l'altro prendeva lei e, senza una parola, la port via. Uscirono sulla strada, dove furono messi a forza su un carro coperto.
Chi siete? Dove ci portate?, chiese disperata Martina.
Non ebbe alcuna risposta.
Costantino ha radunato almeno centomila uomini a Tessalonica. E non gli servono certo per cacciare via sarmati e goti.  chiaro che sta per lanciarsi contro di noi. Tanto pi che in Grecia  ancorata anche la sua flotta, adesso. Quale pensate che sia la sua strategia?, esord Licinio, inaugurando la riunione del suo stato maggiore.
Punter su Bisanzio, senza dubbio, dichiar il cesare Senecione. Per precluderti i tuoi possedimenti in Europa. Cos, con le spalle coperte, si lancer su Nicomedia.
E allora, dobbiamo intercettarlo prima dell'Ellesponto, assolutamente, dichiar l'imperatore. Quanti uomini possiamo mobilitare subito? Siamo pronti da tempo a quest'evenienza, quindi, cesare, ci aspettiamo di poter disporre di un esercito sufficiente a fronteggiarlo in Tracia. Sesto Martiniano fu colpito dal tono e dallo sguardo di Licinio. O era molto preoccupato, e ne aveva tutte le ragioni, oppure ce l'aveva con Senecione per qualche ragione.
Senecione si schiar la voce. Era a lui che, alle prime avvisaglie di guerra, fin dall'anno precedente, Licinio aveva affidato il compito di potenziare le guarnigioni in Europa, per essere pronti a fronteggiare o a condurre un'invasione. Non solo sono sufficienti, mio signore: sono anche superiori, dichiar. Posso assicurarti che siamo in grado di mettere insieme centocinquantamila uomini in breve tempo, facendo passare in Europa i trentamila della riserva arretrata che abbiamo nei pressi di Bisanzio. Lungo la linea di Adrianopoli, nei pressi della citt, a settentrione lungo il Danubio e a meridione, lungo la costa, abbiamo centoventimila uomini, la met dei quali gi in posizione centrale. Possono darsi manforte a vicenda e riunirsi, in qualunque direzione Costantino intenda attaccare.
Licinio fece una smorfia. Speriamo che sia cos, replic nervosamente. Scommettiamo che si tratta di reclute inesperte messe l a fare numero, tanto per gettarci fumo negli occhi. Dubito che tu abbia sottratto veterani alle guarnigioni asiatiche.
Adesso Sesto ne aveva la conferma: Licinio era irritato con Senecione. Che Costanza avesse gi agito? Il cesare parve imbarazzato. Mio signore, l'anno scorso abbiamo incrementato i reclutamenti proprio in vista di questo conflitto,  vero... Ma ho cercato di mantenere una percentuale adeguata di veterani in Europa. E tutti questi mesi di attesa saranno pur serviti alle reclute per istruirsi....
Nulla vale quanto una battaglia, per istruirsi!, alz la voce l'imperatore. E i barbari di Costantino combattono battaglie ogni anno. Sono tempratissimi, e diventano veterani in pochi mesi.
Ma... Non  colpa nostra se i nostri confini sono meno esposti alle infiltrazioni barbariche e i persiani se ne stanno tranquilli, prov a giustificarsi Senecione. Inoltre, tu non desideri ingaggiare barbari....
Licinio sbuff. E la flotta? Se lui ha la flotta, anche la nostra deve essere pronta, disse, cambiando discorso di fronte all'inoppugnabile obiezione del cesare.
Anche in questo caso, posso assicurarti che abbiamo la superiorit numerica, ribatt Senecione. L'ammiraglio Abanto dispone di duecento navi da guerra di varie dimensioni, ed  davanti a Bisanzio, pronto a veleggiare dovunque gli ordineremo.
Ma come fai a dire che abbiamo la superiorit numerica se neppure conosci la quantit di navi di nostro cognato?, replic stizzito Licinio. Sei approssimativo e superficiale!, url ancora l'imperatore.
Senecione lanci uno sguardo d'odio a Sesto, che ne fu disorientato. L'imperatore stava umiliando il suo cesare davanti a tutti, e adesso quest'ultimo sembrava prendersela con lui. Pi volte Licinio li aveva punzecchiati l'uno di fronte all'altro, per mantenere inalterata la rivalit tra i due uomini pi importanti dell'impero dopo di lui, ma non era mai giunto a tanto. Stavolta non era una strategia, la sua, per esercitare il suo potere su di loro, ma pura ostilit nei confronti di Senecione.
Sesto si disse che avrebbe dovuto gioirne: qualunque cosa fosse successa tra i due, gli dava l'opportunit di approfittare del calo di influenza del rivale e raggiungere gli obiettivi che gli aveva prospettato Costanza. Eppure, lo sguardo che gli aveva lanciato il cesare gli aveva procurato la sensazione che le cose non sarebbero andate cos lisce.
Perdonami, mio signore. Ho fatto del mio meglio. Forse il magister officiorum saprebbe fare di pi..., disse chinando il capo Senecione, chiamando in causa Sesto.
Pu essere! Ringrazia gli di che un cambio al vertice adesso, con la guerra alle porte, destabilizzerebbe lo Stato, altrimenti puoi star certo che lo faremmo!, ribatt Licinio.
A quanto pareva, i rapporti erano davvero degenerati, tra l'imperatore e il suo vice. Adesso non potevano esserci pi dubbi: Costanza aveva agito. Sesto, per, aveva ancora quella spiacevole sensazione che lo attanagliava.
Comunque, dobbiamo agire con quello che abbiamo, stabil Licinio. Partiamo subito per la Tracia, attendiamo i rapporti degli esploratori e infine stabiliremo dove attestarci. Poi tolse i documenti dal tavolo e si conged, sancendo la conclusione della riunione. Mentre tutti defluivano verso l'uscita, Senecione afferr Sesto per un braccio e lo trattenne finch non rimasero soli.
Questa te la faccio pagare, puoi giurarci, sibil il cesare.
Sesto gli lanci uno sguardo interrogativo. Io non ti ho fatto niente. Se non sai soddisfare le aspettative dell'imperatore,  affar tuo, protest.
Getti fango su di me e pensi di passarla liscia?, insist Senecione. Credi che non sappia che la lettera anonima che ha ricevuto Licinio sia opera tua?.
Costanza. C'era lei dietro tutto, era sempre pi ovvio. Certo, poteva pure parlargliene, per permettergli di reagire: era evidente che il cesare avrebbe accusato lui. E cosa avrei fatto, esattamente?, gli chiese.
Come se non lo sapessi... Quelle accuse di distrazione dei fondi imperiali a mio favore. Quelle calunnie inaudite!.
Sesto riflett. Io non c'entro, te lo assicuro. Ma se l'imperatore adesso ce l'ha tanto con te non sar certo sulla base di una missiva anonima. Ci saranno state indicazioni precise che gli avranno permesso di verificare e trovare conferma, no?, disse infine.
Senecione sbuff. Mi hai incastrato, ma io ho incastrato te, ora. E adesso farai tutto quello che ti dico io, disse a denti stretti.
Non credo proprio. E non ho tempo per queste sciocchezze. C' una guerra da combattere, nel caso tu non te ne sia accorto. E fece per andarsene.
Dovrai trovarlo il tempo, replic il cesare. E tu non combatterai. Starai a guardare, anche quando l'imperatore ti dar degli ordini. E non prenderai alcuna iniziativa, lasciando fare a me e permettendomi di recuperare la reputazione che tu mi hai distrutto. Dovrai apparire un codardo, e guai a te se oserai anche solo tentare uno di quei folli atti di eroismo per cui smani tanto.
Sesto scoppi in una fragorosa risata. Scosse la testa e disse: Il mestiere del codardo lo lascio fare a te: sei sempre stato bravo a guardare e a tessere le tue meschine trame, mentre gli altri combattevano in prima fila. Io sono un soldato e far ci che ritengo giusto.
Non credo proprio. Almeno finch i tuoi figli sono nelle mie mani, rispose Senecione con un sorriso malvagio, scandendo ogni singola parola.
Sesto si chiese se aveva capito bene. Ma uno sguardo all'espressione del cesare lo convinse che non mentiva.
Ma cosa ti  saltato in mente?. Sesto accolse cos Costanza, in quello che doveva essere il loro ultimo incontro clandestino prima della sua partenza per il fronte. Era andato nell'abitazione in cui si vedevano abitualmente ben prima dell'orario previsto, ansioso di parlarle e di capire meglio cosa era successo. L'aveva attesa passeggiando nervosamente per la stanza, girando intorno al letto che tante volte era stato teatro delle loro evoluzioni. Talvolta, quando arrivava prima, fissava le lenzuola immaginando cosa avrebbero fatto o ricordando i momenti pi intensi che avevano vissuto insieme; ma adesso pensava solo al guaio che l'imperatrice aveva causato, e il rancore nei confronti della donna era montato col trascorrere del tempo.
L'imperatrice, che sembrava pronta a gettargli le braccia al collo, lo guard disorientata. Scusami,  solo un po' di ritardo..., rispose, abbozzando un sorriso. Ma subito si rabbui nel vedere l'espressione stravolta dell'amante.
Hai provocato Senecione, e per colpa tua adesso i miei figli sono scomparsi, prosegu Sesto, senza cambiare tono.
Scomparsi..., ripet Costanza meccanicamente.
Proprio cos! Li ha rapiti, convinto che abbia messo in giro io le accuse nei suoi confronti!, arriv a urlare.
Costanza scosse la testa. Mi dispiace. E cosa pensa di ottenere, cos?, rispose. Sembrava aver gi recuperato l'equilibrio.
Cosa importa? Adesso importa solo ritrovarli, ribatt lui. Si sedette sul letto e, i gomiti sulle ginocchia, si mise le mani sulla testa. Vuole che mi comporti da vigliacco in guerra, per far risaltare lui. E solo dopo, dice, me li restituir. Vuole bilanciare il discredito che gli hai provocato con quello che subir rinunciando a combattere come so.
Che serpe!, esclam Costanza, sedendosi accanto a lui e abbracciandolo.
Ma Sesto si scost. I miei figli non sarebbero in pericolo, senza il tuo colpo di testa, disse.
Costanza lo guard meravigliata e con un'espressione di biasimo. Sei certo che non lo avrebbe fatto comunque, per evitare che lo mettessi in ombra sul campo di battaglia, come sempre avviene?
Sciocchezze.
La donna non si diede per vinta. In ogni caso, ti avevo detto che avrei agito. E l'ho fatto per te, per farti diventare cesare.  anche un tuo desiderio, no?
Adesso non mi sembra pi tanto importante, dichiar sconsolato Sesto.
La lotta per il potere  questa, Sesto. Benvenuto tra noi. Anche se, onestamente, non pensavo che Senecione arrivasse a tanto, si giustific Costanza, accarezzandolo.
Ma Sesto non era in vena di smancerie. Dovevi spiegarmi cosa avevi intenzione di fare. Dovevi sapere che, qualsiasi cosa fosse accaduta, lui avrebbe dato la colpa me e avrebbe reagito danneggiandomi, in qualche modo, si lament.
Era inutile perdersi in dettagli. E poi, ero io ad avere le armi giuste per colpirlo, grazie alle mie spie di corte. Proprio perch non volevo comprometterti ti ho tenuto fuori, si giustific lei.
Direi che non  servito. Senecione non ha pensato proprio a te. Ha colpito solo me. Quella sciagurata della madre  andata chiss dove con i suoi amici predicatori, e io devo partire domani per il fronte, disse Sesto. Non ho modo di cercarli n di indagare.
Costanza si mostr spazientita. Era pur sempre un'imperatrice, abituata a essere compiaciuta da tutti; perfino dal marito, che le lasciava fare ci che voleva. Ma insomma! Hai sempre detto che dei tuoi figli non ti importava niente. E che la madre ti detesta!.
Sesto la guard, allibito. Non poteva credere che una donna, una madre, dicesse cose simili.
Perch mai ti fai condizionare, adesso che hai il potere a portata di mano?, insist lei. Ti rendi conto di cosa vuol dire se diventi cesare? Che se Licinio cade in guerra, sarai tu l'imperatore: e potremo fare ci che vogliamo, noi due, finch Liciniano  piccolo.
Sesto diede un pugno sul letto, per non doverlo dare a lei. Gi, a te non importa nulla n di me n dei miei figli: vuoi il potere assoluto, per te e tuo figlio. Io sono solo uno strumento, e i miei figli sono sacrificabili. Lo sar anch'io, quando non ti servir pi, protest.
Costanza fece un'espressione contrita, e dai suoi occhi sgorg qualche lacrima. Come puoi dire questo? Io ti amo, ti ho sempre amato, e te lo dimostrer, cercando i tuoi figli, disse quasi singhiozzando.
Sesto sent affiorare un barlume di speranza nell'abisso della sua disperazione. Nutriva rancore per Costanza, adesso, ma non aveva scelta: poteva affidarsi soltanto a lei. La guard negli occhi per la prima volta da quando era arrivata. Io... lo apprezzerei molto.
Far del mio meglio, lo rassicur. Le mie spie a corte, che mi hanno permesso di incastrarlo, potrebbero anche scoprire dove li tiene. E se li trover, ti invier un messaggio, ovunque tu ti trovi.
Fallo avere anche alla madre, allora. Quando torner e non li trover, scatener un putiferio, e non vorrei che attirasse troppo l'attenzione. Non sa quanto pericoloso possa essere Senecione.
Lo far, disse Costanza, accarezzandolo ancora e cingendogli il braccio intorno alle spalle. E adesso, non vuoi salutarmi come si conviene tra innamorati?.
Sesto rimase rigido, ma non si sottrasse al suo abbraccio. Aveva un disperato bisogno di essere consolato, di partire per la guerra sapendo che c'era almeno una persona che si preoccupava per lui. E aveva bisogno di credere che lei lo amasse davvero, anche se detestava il suo atteggiamento di sufficienza. Forse era colpa sua; forse era stato lui a farle credere che dei figli non gli importasse nulla, che fosse pi affezionato a Liciniano...
Ma la verit era che si trattava dei suoi figli. E anche se non erano come li desiderava, anche se non era mai riuscito a dialogare con loro, portavano il suo nome e in loro scorreva il suo sangue, il sangue di una schiatta illustre e vetusta. E comunque fossero cresciuti, e in qualunque modo Minervina li avrebbe influenzati, erano la cosa migliore che avesse fatto nella sua vita.
Cosa hai fatto al viso?. Lo schiavo che le apr la porta di casa aveva una fasciatura che gli celava met del volto, e Minervina si sent in dovere di chiedergli cosa gli fosse successo. L'uomo fece una smorfia e chin il capo, imbarazzato.
Signora...  successa una cosa terribile..., disse con un filo di voce.
I... i miei ragazzi stanno bene?, volle assicurarsi la donna.
Lo schiavo si port le mani al viso, e Minervina sent una stretta allo stomaco. Si sent improvvisamente debole e temette di cadere a terra. Quando l'uomo si protese a sostenerla, cap che stava accadendo.
Dove sono? Dove sono?, lo incalz quando si riprese.
Non... non lo so, domina. Li hanno rapiti.
Minervina si fece portare oltre la soglia, ma si ferm subito dopo. Rapiti. Chi li ha rapiti?
Erano un gruppo di uomini, non lo sappiamo chi li ha mandati. Abbiamo cercato di trattenerli, ma Pietro  morto e io sono ridotto in questo stato.
Quando  successo? Quando?
Sei giorni fa, signora. E da allora, non abbiamo pi notizie. Non sapevamo come raggiungere n te n il magister officiorum, ma abbiamo denunciato il rapimento alle autorit.
E?
Nulla. Sono andato anche ieri a chiedere notizie. Sono spariti. Abbiamo descritto gli uomini che li hanno presi, ma non pare che corrispondano a qualche pregiudicato.
Minervina si accasci sulla prima sedia che trov. Perch mai qualcuno avrebbe dovuto rapire i suoi bambini? Era per un motivo legato a Sesto, senza dubbio. Era un uomo di potere, ormai, e doveva essersi fatto dei nemici. Forse aveva fatto uno sgarbo a qualcuno e quello si era vendicato. Signore, se era cos, i due gemelli potevano essere gi morti, a quest'ora! Non voleva neppure pensarci. Voleva pensare che fossero ancora vivi. Doveva pensare che fossero ancora vivi. Ma certo: perch li avrebbero portati via, altrimenti? Se li volevano morti, li avrebbero uccisi subito. Qualcuno voleva ricattare Sesto e li teneva prigionieri, allora. Ma erano bambini. Solo bambini. Era facile che capitasse loro qualcosa, che si ammalassero, che commettessero qualche colpo di testa e si facessero ammazzare. O che avessero un incidente, senza la loro madre e i loro schiavi a proteggerli.
Improvvisamente le venne il dubbio che potesse essere a causa sua. In fin dei conti, si stava esponendo molto per la sua fede, in un momento in cui i cristiani erano discriminati e malvisti dalla corte imperiale. E se fosse stato un nuovo modo escogitato da Licinio per perseguitare i suoi correligionari? Se avesse voluto dare l'esempio facendo sparire proprio i figli del magister officiorum? S, forse avevano voluto punirla per il suo attivismo. In fin dei conti, si era sempre mostrata in pubblico al fianco di Ario, che era andato a pestare i piedi a un bel po' di gente, perfino ai cristiani stessi.
Di una cosa, per, poteva essere certa. Non avrebbe mai dovuto lasciare soli i bambini. Sesto aveva ragione, ed era stata una sciocca a non dargli retta. Si era preoccupata pi della sorte di estranei che di quella dei propri figli: le pareva gi di sentire Sesto ripetere le stesse parole che le aveva detto in precedenza. Signore, ti prego, fa' che siano vivi e in buona salute. Non li abbandoner mai pi, se riesco a ritrovarli... Ma non punire loro per i miei peccati. Loro non hanno alcuna colpa. Punisci me, se ho mancato, ma fammeli ritrovare....
Gi, ma come ritrovarli? Che fossero stati rapiti per causa sua o di Sesto, non sapeva proprio a chi rivolgersi, per avere aiuto. Ario, il vescovo e tutti i cristiani che ricoprivano cariche di responsabilit potevano fare qualcosa? Ne dubitava: era un rapimento che poteva essere stato concepito solo in un ambiente non cristiano.
E allora, era Sesto il solo cui potesse rivolgersi. Era il terzo uomo pi potente dell'impero orientale, non era cristiano e, soprattutto, era il padre. Doveva informarlo, e sperare che il suo istinto di genitore spazzasse via tutti i rancori che aveva accumulato verso la sua famiglia nel corso degli anni.
Ma Sesto era al fronte. A quell'ora, a quanto aveva saputo durante il viaggio di ritorno, doveva essere con l'imperatore e con l'esercito oltre l'Ellesponto, in Europa.
Non le rimaneva che raggiungerlo.

18.

Trovato!, annunci trionfante il capo del drappello inviato alla ricerca del guado. Costantino smise di osservare il lavoro dei soldati che tagliavano gli alberi e and sollecito verso di lui.
Dov'?, chiese ansioso. Dalla cima della collina che aveva occupato a ridosso del fiume Ebro poteva contemplare il paesaggio circostante, il proprio esercito accampato sulla sponda pi vicina e quello di Licinio su quella opposta, ma non gli sembrava di vedere un punto dove il fiume fosse attraversabile.
Vedi quell'ansa?, disse il soldato, scendendo da cavallo e indicando un settore poco a monte della collina. Il letto  piuttosto stretto, rispetto al resto, e l'acqua  pi bassa di quanto ci aspettassimo. E sicuramente, di quanto si aspetti il nemico, altrimenti lo avrebbe presidiato: invece non c' nessuno. Con qualche difficolt e l'acqua fin quasi alle narici dei cavalli siamo arrivati fin sull'altra riva, e non abbiamo trovato nessuno ad attenderci. Se fossimo stati di pi, saremmo potuti piombare sul fianco o alle spalle dell'armata di Licinio e non se ne sarebbero accorti che all'ultimo. Ma basta alzare il livello del greto con un po' di terra, e si pu transitare piuttosto agevolmente.
Costantino cel a stento la propria soddisfazione. Cominciava davvero a credere che il dio dei cristiani, che aveva scelto di sostenere, lo stesse ripagando per ci che aveva fatto per la sua causa; e che stesse punendo Licinio, il quale aveva scelto di rifiutare il suo sostegno a Cristo. Almeno, cos l'avrebbero vista i soldati.
Molto bene. Allora possiamo rinunciare a tagliare tutti questi alberi e prepararci a guadare il fiume. Non c' pi bisogno di costruire ponti, per affrontare tuo cognato, comment uno dei suoi subalterni dello stato maggiore.
Niente affatto, replic l'imperatore. Il lavoro procede come lo abbiamo iniziato. I nostri soldati continueranno a disboscare la collina e ad ammassare i tronchi lungo la sponda del fiume, per far vedere a Licinio che le nostre intenzioni non sono cambiate. E quando lui si convincer che ci muoveremo solo dopo che i ponti sono stati costruiti, attaccheremo usando il guado. Un attacco rapido con la cavalleria, che apra la strada alla fanteria, e impegni il nemico sul fianco, con la copertura di arcieri appostati qui sopra. Allora la sua superiorit numerica sar inutile.
I subalterni annuirono tutti, apparentemente convinti e compiaciuti del piano. Nei giorni precedenti, quando i due eserciti si erano andati ammassando lungo le rive dell'Ebro, che avevano finito per ospitare quasi trecentomila uomini in tutto, qualcuno aveva espresso delle perplessit sull'esito della battaglia. Nonostante gli sforzi di Costantino per allestire la pi grande armata che avesse mai comandato, fino a radunare ben centotrentamila uomini, Licinio era riuscito a superarlo, e gli esploratori ne avevano contati almeno ventimila di pi, nel campo avversario. L'imperatore aveva ostentato sicurezza, ripetendo a tutti che non era il numero a contare, ma in realt era preoccupato. Licinio non aveva alcun interesse ad attaccare, e sarebbe toccato a lui, se voleva rompere lo stallo ed evitare di tornarsene a casa con un pugno di mosche, attraversare il fiume sui percorsi obbligati costituiti dai ponti, sotto il tiro degli arcieri nemici, che avrebbero avuto facile gioco contro i suoi soldati ammassati e incolonnati. E una volta giunte a riva, le varie colonne avrebbero trovato ad attenderle uno sbarramento di soldati gi ordinatamente disposti di fronte al ponte di cui si erano valse.
Una strategia del genere poteva condurre alla vittoria solo disponendo di effettivi in numero superiore; in caso contrario, era un disastro annunciato. Per questo aveva sguinzagliato esploratori alla ricerca di un guado, che gli permettesse di rompere gli schemi e ricorrere ad altre tattiche, che non lo costringessero a un prevedibile attacco frontale.
Adesso poteva ritenersi ragionevolmente fiducioso. Le sue possibilit di vittoria erano alte. Ci muoveremo entro due giorni, all'alba, quando i lavori dei primi ponti saranno appena iniziati, spieg. Sar il momento in cui il nemico si sar convinto di dover aspettare ancora a lungo, prima di combattere, e non sar preparato ad affrontarci. Ma fate subito diffondere la voce tra i soldati: devono saperlo, che non saranno obbligati a un attacco frontale, dichiar. Si era convinto che fosse necessario rialzare quanto prima il morale della truppa: i legionari erano consapevoli di ci che li aspettava una volta costruiti i ponti, e a nessuno sorrideva la prospettiva di offrirsi come bersaglio inerme a un nemico ben appostato; aveva temuto diserzioni, nei giorni precedenti, che avrebbero accentuato il divario numerico tra il suo esercito e quello del cognato.
Il suono delle asce che intaccavano il legno dei tronchi sulla collina risuon tutt'intorno e nella vallata sottostante, lungo le due rive del fiume. Fu certo che arrivasse anche alle orecchie di Licinio, il cui campo si stendeva a perdita d'occhio oltre l'Ebro e intorno alla citt di Adrianopoli. Alle spalle dell'armata nemica, Costantino poteva intravedere i contorni incerti dell'Ellesponto, e immaginare la citt di Bisanzio, il crocevia tra Asia ed Europa.
Era a portata di mano. Non doveva far altro che allungarla e prendersi tutto.
Il Signore, nella Sua infinit bont, ci invia un segno del Suo favore!, esclam entusiasta un ufficiale cristiano del suo stato maggiore.
L'idolatra, il persecutore, lo spergiuro trover sulle rive dell'Ebro la sua fine!, esclam un altro cristiano.
Era proprio cos che dovevano vederla, si disse; che fosse vero o meno.
Hanno iniziato a costruire i ponti solo ieri. Costantino li vorr finire quanto prima, perch sa che il tempo lavora contro di lui; se anche fosse veloce come Giulio Cesare, quando ne costru uno sul Reno in quindici giorni, prima di due settimane non saranno pronti, dichiar Licinio, dando inizio al consiglio di guerra nel suo padiglione, al centro dell'accampamento accanto ad Adrianopoli.
Senecione annu con convinzione. Cesare era Cesare, Costantino non  certo al suo livello, e gli attuali legionari non hanno le capacit di quelli di un tempo: soprattutto i suoi, molti dei quali sono barbari, capaci di costruire solo capanne di fango e paglia. Calcoliamo pure venti giorni, come minimo..., osserv con ironia.
Pu darsi. In ogni caso, possiamo permetterci di sguarnire altri presidi nella zona di Bisanzio, asser l'imperatore. Se li mandiamo a chiamare adesso, per quando Costantino prover ad attraversare saranno gi arrivati, e avremo altri ventimila uomini ad affrontarlo. A quel punto, per lui sar un vero suicidio.
Inoltre, possiamo essere certi che tra i suoi uomini il morale  basso. Lo sanno bene, che andranno incontro al suicidio, e non possono essere sereni; inoltre, i tanti non cristiani che militano tra le sue file saranno scontenti: scontenti di combattere contro un imperatore che sostiene i loro valori, e a favore di uno che li nega, e scontenti di combattere al fianco di cristiani, che li stanno esautorando da tutti i posti di responsabilit e di potere. Il suo sar un esercito diviso, fu la disamina di Senecione.
Sesto Martiniano annu poco convinto, senza dire una parola; non poteva condividere quell'ottimismo. In linea di massima, era d'accordo con loro sugli evidenti punti di debolezza della strategia e dell'armata di Costantino, ma era anche consapevole del valore di condottiero dell'avversario. I suoi comandanti sottovalutavano le sue capacit di comando, che lo mettevano in condizione di motivare i suoi uomini in ogni circostanza, e la sua abilit tattica, che gli consentiva di escogitare le soluzioni pi imprevedibili. A dispetto di quello che asseriva Senecione, se Costantino era secondo a Cesare, lo era solo di poco; e a nessuno pi di lui costava ammetterlo.
Stavolta, la nostra sar una vittoria inequivocabile, si compiacque Licinio. Speriamo solo che nostro cognato non si sottragga alla cattura: vogliamo poterlo giustiziare davanti a tutti.  da quando era un giovane tribuno presuntuoso e irritante, che sogniamo di farlo. Lui aveva la strada spianata davanti a s, in quanto figlio di un imperatore, e ci guardava dall'alto in basso nonostante noi avessimo un grado pi elevato; noi ci siamo dovuti fare da soli.
Potrai farlo con le tue stesse mani, se vorrai. Sei l'imperatore, e dopo la sua morte rimarrai il signore incontrastato dell'impero. Di tutto l'impero, lo incoraggi Senecione. Adesso, direi che possiamo anche lasciare che gli uomini si rilassino e mettere meno sentinelle di guardia. Giover al loro morale riposarsi.
Perch no? Non  necessario tenerli sulla corda per altre due settimane e pi: rischiamo di farli arrivare allo scontro logorati dalla tensione, approv Licinio. Tu che ne pensi, Sesto Martiniano? Sei insolitamente silenzioso, oggi.
Licinio era talmente compiaciuto della situazione che aveva perfino modificato il proprio atteggiamento ostile verso Senecione. Sesto avrebbe voluto essere parte attiva nella riunione del consiglio, ma il cesare gli aveva intimato di non farsi bello e di non esporsi in alcun modo: sapevano entrambi che l'imperatore reputava saggi i suoi suggerimenti e ormai tendeva a seguirli, e Senecione non voleva rischiare che accadesse.
Eppure, non poteva tacere del tutto: non serviva a molto salvare i propri figli, se poi sarebbero stati costretti a vivere in un mondo forgiato da Costantino e dai suoi barbari. Si schiar la voce e disse, consapevole di avere su di s lo sguardo truce del cesare: Per averlo affrontato almeno una volta pi di te, mio signore, so che Costantino ha sempre in serbo qualche sorpresa. Non si rassegna mai ad adottare la tattica pi ovvia e prevedibile. Non se trova una soluzione alternativa. E dubito che affronter la battaglia in inferiorit numerica e strategica, come sembra adesso. Io, per esempio, sono preoccupato da quella collina appena oltre l'Ebro, su cui sembra fervere l'attivit. Ricordati di Cibalis..., azzard.
Quella collina?  semplicemente il posto dove Costantino ha scelto di andarsi a procurare legname. Basta vedere quanti tronchi vengono calati lungo il pendio dalle corde... Li tirano gi in continuazione, obiett l'imperatore.
Gi. Ma tutti quei movimenti di soldati potrebbero nascondere qualcosa di diverso, continu a sostenere, a costo di far irritare Senecione.
Il cesare si sent in dovere di intervenire. Qualcosa di diverso? Quello  solo il posto, nei dintorni, dove i boschi sono pi fitti, e dove quindi trover pi legno per i ponti!.
S, ma non  l'unico. Ve ne sono anche altri, di boschi, lungo la sua sponda, fece notare. Perch l non vediamo nessuno? Deve andarsi a prendere proprio tutto il legno in un posto di difficile accesso, dove  costretto a usare argani e funi per portare i tronchi a riva? Se vi avesse nascosto un contingente, o magari dei tiratori, l'attivit dei taglialegna sarebbe un'eccellente copertura.
Ah! Sei rimasto influenzato da Cibalis, ma qui l'orografia non  la stessa... La collina ce l'abbiamo di fronte, non di fianco, obiett Licinio.
Il nostro pavido magister officiorum  davvero segnato da quell'esperienza, che ha vissuto in prima persona. Il suo giudizio non  obiettivo e proporrei di non tenerne conto, intervenne Senecione.
Quella collina si trover sul nostro fianco, se subiremo attacchi da un'altra direzione. E Costantino tende a muoversi per linee esterne....
Ah! Attacchi da altre direzioni? E da dove, da Bisanzio? Ci ha sorpassato e neppure ce ne siamo accorti?, ironizz Senecione. Basta, Sesto Martiniano, lo avvert, fissandolo con un'espressione di minaccia.
Qui basta lo diciamo soltanto noi, cesare Senecione, intervenne Licinio, stizzito. Magister officiorum, quello che asserisci pu essere corretto, aggiunse, rivolgendosi a Sesto. Ma poco probabile, considerato lo scacchiere. Tuttavia, pu essere saggio inviare due colonne, una a settentrione e una a meridione, a qualche stadio di distanza da qui, per intercettare eventuali tentativi di aggiramento. Provvederemo in giornata, ma senza impiegare troppi uomini: non vogliamo dividere l'esercito in tre tronconi, altrimenti faremmo un favore a Costantino, permettendogli di attaccarci qui in superiorit numerica.
Sesto annu, ma in quel momento entr nella tenda una staffetta tutta impolverata. Senza attendere il permesso di parlare, si avvicin all'imperatore e disse in tono concitato: Mio signore, il nemico sta attraversando il fiume poco pi a monte, oltre la collina, con la cavalleria, nel punto in cui le due rive sono pi vicine.
Licinio strabuzz gli occhi. Cosa vogliono fare? Sar una colonna di razziatori per fare approvvigionamento..., dichiar.
No, mio signore,  tutta la cavalleria di Costantino. E con l'imperatore in testa.  un attacco vero e proprio. E alle loro spalle si vede la fanteria schierata per attraversare a sua volta, precis la staffetta.
L'imperatore guard i suoi subalterni. Da un momento all'altro aveva perso la sua baldanza.
Non hanno un ponte a disposizione. Avranno delle difficolt a guadare: in nessun punto, nei dintorni, l'acqua  tanto bassa, comment.
In effetti vanno piuttosto lenti: l'acqua arriva fino alle selle..., rispose il soldato. Forse durante la notte hanno buttato terra sul greto innalzando il livello del letto per un breve tratto....
Ecco! Allora abbiamo tutto il tempo di reagire, intervenne Senecione. Mandiamogli contro subito una colonna che argini il loro arrivo a riva, dando tempo al grosso dell'esercito di armarsi e accorrere sul posto. Non vedo proprio come Costantino possa sperare di trasferire tutto il suo esercito da questa parte, se dispone solo di quel guado. Li faremo fuori uno alla volta, man mano che approdano....
Licinio riprese la sua determinazione e annu. Bene, cesare, da' subito disposizioni in tal senso e va' in prima linea con tre legioni. Noi seguiremo con le nostre guardie del corpo, alla testa del resto dell'armata. Sesto, tu disponi per la marcia dell'esercito, comand, con il piglio del vecchio generale.
Sesto trov strano che Costantino si esponesse a un simile rischio. Se sperava di sorprendere il nemico attraversando il fiume prima che fossero pronti i ponti, non poteva pensare di riuscirci facendo giungere le sue truppe sulla riva opposta alla spicciolata. Continu a pensare che quella collina avesse qualcosa a che fare con la sua strategia. Ma tacque: ormai era troppo tardi per qualsiasi cosa.
Usc dalla tenda e, fatti pochi passi, vide davanti a s la persona che meno avrebbe pensato di incontrare nell'accampamento.
Minervina.
Si blocc davanti a lei. Che ci fai qui?, le chiese, ma poteva intuirlo.
I nostri figli sono stati rapiti. Non ne conosco il motivo. Io... Non sapevo a chi rivolgermi. Dobbiamo fare qualcosa per ritrovarli, mormor lei tra i singhiozzi.
Sesto sospir. Era cos complicato spiegarle che se ne stava occupando Costanza e che lui aveva le mani legate... Lei non avrebbe capito. Io devo andare in battaglia, adesso. Siamo attaccati. Ne parleremo dopo... Se sar ancora vivo. Tu rimani qui; spero che tu sia al sicuro, riusc solo a dirle, consapevole di aver appena scavato un solco ancor pi profondo tra di loro.
Ma non poteva evitarlo.
Lasciateli arrivare! Non tentate subito di sfondare!. Costantino si sgol per frenare l'impeto dei primi cavalieri giunti sulla riva orientale dell'Ebro, che stavano per gettarsi contro i nemici venuti a frenare l'attacco. Nonostante la grande quantit di terra immessa nel fiume per innalzarne il letto, l'attraversamento stava avvenendo lentamente. Non c'era da sperare in una carica, arrivando sull'altra sponda alla spicciolata. E intanto, i nemici avevano il tempo di affluire verso il guado e schierarsi.
L'imperatore spronava il suo cavallo, immerso nell'acqua fino al dorso, per raggiungere a sua volta l'altra sponda. Voleva essere in testa alla colonna per controllarne i movimenti. Ma il fondo del fiume era molto instabile, e spesso la bestia scivolava o affondava, lasciandosi trasportare per qualche passo dalla corrente. E tutti i cavalieri avevano problemi simili. Era una vera fortuna che i nemici non si aspettassero l'attacco: in altre circostanze, avrebbero gi massacrato tutti i suoi uomini con estrema facilit, approfittando della loro lentezza e del fatto che in molti fossero intrappolati nel fiume. Invece, i pochi soldati di Licinio giunti a presidio del settore non erano in grado di respingerli, e non potevano far altro che attendere il grosso dell'esercito.
Tuttavia, not in prima linea degli arcieri. E alle loro spalle, il numero di legionari si stava moltiplicando: presto avrebbero iniziato a reagire. Sfog la sua impazienza sul cavallo, esortandolo con pi vigore ad avanzare, e finalmente si avvicin alla riva. L'animale arranc tra i canneti lungo la sponda, poi risal il lieve pendio e lo port sulla terra solida, dove si trovavano altri cavalieri con le bestie scalpitanti. Ma proprio allora iniziarono a piovere frecce. Costantino le sent sibilare intorno a s, e cadere in acqua. Qualche cavallo nitr per lo spavento, qualcun altro si imbizzarr, facendo cadere nel fiume il suo cavaliere.
Scudi in avanti! Non state troppo attaccati!, grid, mentre i suoi scudieri si chiudevano intorno a lui. Osserv le file nemiche, rendendosi conto che non c'era alcuno schieramento di arcieri: solo pochi uomini che mettevano alla prova la loro abilit, ciascuno per conto proprio e senza alcun coordinamento con gli altri. Era una timida azione di disturbo, la loro, in attesa dei commilitoni. Tuttavia, altri venivano a dar loro manforte, e col trascorrere del tempo i dardi aumentarono, iniziando a mietere qualche vittima, tra uomini e cavalli. Costantino si volt: la sua colonna di cavalieri era sempre sfilacciata lungo il fiume, e alcuni erano ancora sulla sponda occidentale, in attesa del loro turno; il guado era troppo stretto perch potessero passare pi di pochi uomini per volta. Con gli scarsi soldati di cui disponeva a riva avrebbe potuto fare ben poco. A ogni istante ne sopraggiungeva uno, ma doveva ancora tracorrere del tempo prima che il numero di effettivi fosse sufficiente a tentare una carica.
Non poteva far altro che attendere.
Ma la tensione si accresceva a ogni istante. Anche le file nemiche si ingrossavano, e presto sarebbero state in grado di lanciare un contrattacco, se fossero state incoraggiate dalla scarsa presenza di nemici lungo la sponda. Si rese conto che lui e i suoi pochi uomini erano una preda troppo invitante. Lo aveva appena realizzato quando vide i cavalieri nemici disporsi a cuneo e lanciarsi al galoppo verso di loro.
Adesso?, gli chiese uno degli scudieri, che aveva in mano lo stendardo da alzare come segnale.
No. Non ora.  troppo presto per rivelare quel che abbiamo in serbo, rispose Costantino. Prepariamoci a respingerli: non sono molti.
L'imperatore fece serrare i ranghi, approfittando del fatto che gli arcieri nemici avevano sospeso il tiro, per permettere ai loro commilitoni a cavallo di caricare. Poi ordin di avanzare, per evitare che l'impatto facesse finire nel fiume la sua linea. Subito alle sue spalle, andarono ad ammassarsi quelli che sopraggiungevano man mano, aumentando la profondit della formazione.
L'impatto fu assorbito dai suoi scudieri, che sbilanciarono i due avversari pi vicini, permettendogli di avanzare e trafiggerne uno alla gola. L'altro, nel frattempo, aveva recuperato stabilit e sferr un affondo di lancia nella sua direzione. Costantino si ritrov la punta conficcata nella sella, a una spanna dalla coscia, ma fu pronto a sferrare un fendente dall'alto in basso e a tranciare l'asta. Poi diede di sprone e si lanci contro il cavaliere inerme, calando la spada tra collo e spalla e aprendogli uno squarcio profondo fino al petto. Un istante dopo, entrambi i nemici erano caduti di sella, e ci che restava di essi veniva calpestato dagli zoccoli dei loro stessi cavalli.
Ai suoi subalterni non sfugg la sua impresa. Un grido di trionfo si alz lungo tutta la linea, accompagnato dalle esortazioni alle spalle. Vedendo il loro imperatore minacciato, i cavalieri ancora nel fiume intensificarono gli sforzi per raggiungere la riva, e in breve l'affluenza si accrebbe. Costantino si compiacque, ancora una volta, di quanto la sua presenza in prima linea motivasse la truppa: valeva sempre la pena correre rischi, se serviva a trasformare i suoi uomini in guerrieri di livello superiore. Ogni cavaliere mostr quanto valeva, e di l a poco i nemici preferirono battere in ritirata e riunirsi al resto dell'esercito, che nel frattempo si era notevolmente accresciuto. Costantino sper di vedere Sesto Martiniano, ma non gli parve di notarlo.
Si stava rendendo conto che la sua volont di rivalsa nei confronti dell'ex pretoriano stava diventando addirittura superiore alla smania di togliere di mezzo Licinio. Il cognato era un suo nemico personale, ma Martiniano rappresentava tutto ci che stava cercando di cancellare per salvare l'impero; dunque, forse era perfino pi nocivo dell'altro imperatore.
Cap che il nemico stava partendo di nuovo al contrattacco prima ancora che l'azione avesse inizio. Adesso le file di Licinio si erano ingrossate e, se fosse stato al posto dei comandanti, avrebbe reputato quello il momento giusto: l'avanguardia del cognato era ormai consistente, mentre lo schieramento dei cavalieri di Costantino era ancora molto approssimativo e parziale. Se c'era un'occasione in cui poter ricacciare nel fiume gli attaccanti e stroncarne l'azione, era proprio quella. E infatti, subito dopo si form un nuovo cuneo, molto pi largo del precedente. A questo, ne era certo, non avrebbe potuto resistere.
Serr nuovamente i ranghi dei suoi uomini e vide partire la carica nemica. Stavolta era seguita dall'avanzata a passo svelto della fanteria. Si volt, e vide che aveva forse ancora met della propria cavalleria nel fiume. No, non ce l'avrebbe fatta, stavolta. E dovevano saperlo anche i suoi uomini. Eppure non sent una protesta, n un'invocazione ad agire. Li aveva resi dei valorosi e si sent fiero di loro.
Attese. Attese ancora, senza muovere un muscolo, lo sguardo fisso sul nemico che si avvicinava al galoppo, nelle orecchie il rimbombo di centinaia di zoccoli che tambureggiavano sul terreno. Aspett finch non inizi a distinguerne i lineamenti dei volti, cercando ancora una volta, e inutilmente, Sesto Martiniano. Solo allora guard il proprio scudiero, che alz il labaro.
L'insegna con il monogramma di Cristo sovrast gli elmi dei cavalieri tutt'intorno. Non passarono che pochi istanti; poi, una pioggia di cinquemila frecce contemporaneamente, provenienti dalla collina a fianco, si abbatt sulla carica nemica, provocando una carneficina.
Nel momento stesso in cui una tempesta di dardi si scaten sull'avanguardia, tutti i componenti dello stato maggiore, da Licinio a Senecione, guardarono istintivamente Sesto Martiniano.
Le frecce provenivano tutte dalla collina che il magister officiorum aveva indicato come possibile minaccia. Senecione non disse una parola, ma fremette di sdegno: la bella figura che aveva fatto il suo rivale mettendo tutti sull'avviso implicava una sua brutta figura per non essere stato altrettanto previdente.
Ecco come Costantino pensava di sostenere l'attraversamento del fiume..., mormor l'imperatore, rivolgendosi pi a se stesso che agli altri.
La soluzione escogitata dal comandante nemico si stava rivelando devastante, per l'esercito di Licinio: dovevano esserci diverse migliaia di arcieri, appostati nei boschi dell'altura, in grado di tirare a loro piacimento, senza alcuna pressione, su bersagli a portata di mano, appena oltre la riva, che non potevano far altro che fuggire per sottrarsi ai loro tiri. Ma ripiegando, non facevano altro che consentire alla cavalleria e alle truppe pesanti di Costantino di completare la traversata dell'Ebro, prendere agevolmente terra e schierarsi a battaglia a ranghi compatti.
Pi compatti di quanto sarebbero mai riusciti a essere gli uomini di Licinio, stritolati tra quelli che fuggivano e quelli che ancora affluivano dal campo, in un disordine destinato solo ad aumentare.
Sesto tacque. D'altra parte, non gli veniva in mente altro che frasi del tipo ve l'avevo detto. Ma anche gli altri non sapevano che dire, e assistevano impotenti e attoniti allo scempio che stava avvenendo lungo la riva del fiume. Licinio si era affrettato ad avanzare a ridosso dell'avanguardia, e l'esercito lo aveva seguito a stretto giro. Ma aveva ordinato l'alt quando aveva visto quale minaccia incombeva su chiunque si avvicinasse al punto in cui le truppe nemiche si stavano radunando, protette dai loro arcieri. E dietro la cavalleria di Costantino, sull'altra riva era pronta anche la fanteria. Se Licinio non avesse trovato una soluzione, suo cognato avrebbe portato l'intero esercito sulla sponda orientale e avrebbe lanciato un attacco nelle condizioni che lui stesso aveva scelto, contro un nemico disorientato e gi decimato.
A ogni istante l'imperatore perdeva qualcuno. Se n'erano ammassati talmente tanti a ridosso delle truppe nemiche, che neppure la fuga si presentava agevole. Il bersagliamento improvviso aveva seminato il panico tra i soldati, e i loro ufficiali non riuscivano a tenere le unit compatte: c'era chi scappava semplicemente verso Licinio, ovvero in direzione dell'accampamento, chi verso settentrione lungo il fiume, chi verso l'Ellesponto. Qualcuno si gettava addirittura in acqua, per scampare alle frecce. Ma senza alcun ripiegamento coordinato, i fuggitivi si ostacolavano a vicenda, bloccandosi e offrendosi come vittime alle saette nemiche. Dalla sua visuale, Sesto vedeva una pioggia talmente fitta e continua di frecce da aver creato una cappa scura in movimento sopra le teste dei soldati dell'avanguardia.
Lungo la sponda si era gi creata una catena umana di cadaveri e feriti, abbattuti dai dardi. Sesto poteva intravedere uomini con il corpo disseminato di aculei, che si trascinavano lungo il terreno, bloccandosi improvvisamente, trafitti da un dardo fatale. Altri cercavano di scavalcare i compagni morti, ma finivano per fare da bersaglio e crollavano sui cadaveri con una saetta nella schiena, andando ad aumentare la catasta di corpi.
E intanto, l'armata di Costantino prendeva sempre pi possesso della sponda orientale, senza subire pi alcuna molestia dal nemico.
Dobbiamo fare qualcosa! Non possiamo affrontare la battaglia dopo un inizio cos disastroso! I soldati combatterebbero col morale a terra!, esclam Licinio con un gesto di stizza.
Presto attaccheranno in forze. E ci troveranno scompaginati, ammise Senecione.
Dobbiamo riuscire a rendere difficoltoso il loro schieramento e, se possibile, ricacciarli nel fiume, prosegu Licinio.
Finiranno le frecce, prima o poi... Mica sono persiani, dichiar un altro componente dello stato maggiore.
Ma per quando le avranno finite, loro saranno tutti da questa parte, obiett giustamente Licinio. No, dobbiamo fare qualcosa prima. Sesto Martiniano, tu lo avevi previsto. Cosa faresti?.
Sesto temeva che l'imperatore gli avrebbe fatto quella domanda. Guard Senecione, che lo fiss truce. Il magister officiorum sospir: aveva pi di un'idea, ma non poteva esporla senza provocare il cesare. Forse era possibile avanzare lungo il fiume con una colonna di carri delle salmerie che facesse da schermo alla nuova avanzata dell'armata; oppure, si poteva compiere un movimento aggirante che permettesse ai soldati di aggredire il nemico da settentrione, ovvero al di fuori della portata degli arcieri sulla collina...
Ma doveva tacere. Adesso toccava al cesare: era lui a voler condurre il gioco.  una situazione difficile, mio signore. Non so proprio cosa farei, al posto tuo.
Sesto si accorse che il suo amico Paolo, schierato pi all'esterno, a protezione dei fianchi dell'imperatore, lo guardava sorpreso. Licinio apparve piuttosto deluso. Forse potresti condurre una carica contro lo schieramento, nel punto in cui si trova Costantino: forse, cavalcando velocemente, riusciresti a portare gli uomini allo scontro relativamente indenni..., propose.
Sempre pi difficile. Finora era stato costretto ad apparire solo privo di fantasia. Ora diventava una questione di coraggio. E gli faceva ancor pi male.
Senecione lo fiss in modo minaccioso. Non me la sento, mio signore, disse. Io... sono stato male, stanotte, e mi sento molto debole.
Licinio sgran gli occhi e lo guard con disappunto. Scosse la testa. Stai diventando vecchio, Sesto Martiniano. Una volta, saresti stato tu stesso a proporti, fu la sua devastante considerazione.
Anche Paolo aveva un'espressione allibita e disorientata. La guardia lo ammirava, e una reazione del genere lo disorientava. Sesto avrebbe voluto spiegargli tutto, ma non poteva.
Ma se mi permetti, mio signore, posso provarci io. Sono certo di potercela fare, intervenne Senecione.
Licinio lo squadr, sorpreso. Non sei un uomo d'azione, cesare. Non hai mai fatto cose del genere e non ti chiediamo di farlo, disse.
Ma io ho bisogno di farlo, insist Senecione. Voglio dimostrarti che di me ti puoi fidare e che per te farei qualunque cosa, a dispetto di quello che puoi aver pensato per le maldicenze che ti hanno riferito.
L'imperatore riflett. Poi lanci uno sguardo all'avanguardia, che ormai aveva rinunciato a ostacolare lo schieramento del nemico.
Vedrai che il mio esempio incoragger anche gli altri a contrattaccare. Li ricacceremo nel fiume!, continu Senecione.
E sia, dichiar Licinio, sospirando. Era chiaro che non aveva alcuna fiducia nel suo cesare come condottiero, ma doveva aver pensato di non avere nulla da perdere. Era in un pesante svantaggio strategico, per come si erano messe le cose nell'ultima ora, e la sconfitta era gi altamente probabile, se non scontata. Sesto si morse la lingua: c'erano soluzioni migliori, per scongiurare la disfatta.
Prendi i cavalieri che ritieni opportuno e va', ordin a malincuore Licinio, che guard di sfuggita Sesto, facendogli capire che avrebbe preferito lui: per l'imperatore, i suoi due subalterni avevano ruoli ben precisi, l'uno il soldato e l'altro il politico, e detestava che il secondo si mettesse a svolgere il ruolo del primo.
Senecione annu e cavalc verso i reparti di cavalleria. Sesto rimase accanto a Licinio a osservarlo. Lo vide prendere con s alcune unit e cavalcare verso la prima linea, dove raggiunse i reparti che si stavano riassestando dopo la ritirata, inglobandoli nella sua colonna. Lo sent urlare ordini a squarciagola, poi, poco meno di un migliaio di cavalieri part al galoppo con il cesare tra le prime file, ben protetto dai suoi scudieri. Il nemico era schierato perpendicolarmente al fiume, ormai, e sarebbe stato difficile ricacciarlo in acqua; tuttavia, gli uomini stavano ancora affluendo, e la disposizione difettava in profondit: forse, un violento impatto avrebbe potuto scardinarne le file.
Ma pochi istanti prima che avvenisse l'urto, Sesto cap che la carica non avrebbe avuto effetto. Le frecce, che piovevano ancora copiose, avevano gi abbattuto numerosi cavalieri e ancor pi cavalli nello spazio di pochi istanti, e chiunque rovinasse a terra finiva per costituire un ostacolo per chi seguiva. A contatto col nemico giunse quindi una colonna frastagliata, sfilacciata, priva di coesione, senza forza di penetrazione. Sesto sent Licinio sbuffare: anche lui, da generale esperto qual era, aveva intuito l'esito dell'azione.
Senecione cerc di convogliare le forze disponibili verso un unico punto, per accentuare le possibilit di sfondamento, ma a causa degli ostacoli i cavalieri avevano dovuto ripartire quasi da fermi pi volte, e non avevano pi lo slancio necessario. Il loro attacco si infranse contro una barriera immobile, che non rincul neppure di un passo. Viceversa, gli assalitori sembrarono quasi rimbalzare all'indietro, come se avessero sbattuto contro un muro. Rimasero a ridosso della linea nemica provando a riorganizzare le fila per un nuovo attacco, ma gli arcieri continuarono il loro implacabile lavoro, e alla fine si rassegnarono a ripiegare: che fosse stato Senecione a dare l'ordine, o che la ritirata fosse spontanea, i cavalieri superstiti voltarono i cavalli e galopparono per raggiungere il prima possibile la zona fuori dalla portata delle frecce avversarie.
Sesto Martiniano! Prenditi venti uomini e va' a proteggere la ritirata del cesare!, ordin Licinio. Questo almeno potrai farlo, no?, aggiunse stizzito.
Sesto annu. Premeva anche a lui proteggere Senecione: se gli fosse capitato qualcosa, non avrebbe saputo come salvare i suoi figli. Prese con s Paolo e altre guardie del corpo, poi cavalc verso il cesare che, a onor del vero, era stato tra gli ultimi a ripiegare. Doveva aver proprio un disperato bisogno di recuperare la stima dell'imperatore, si disse, se contrariamente alle sue abitudini si esponeva in quel modo al pericolo.
L'ex pretoriano fendette i fuggitivi e si avvicin al cesare, che intravedeva tra i cavalieri in fuga. Ormai si era portato fuori dalla portata degli archi nemici, e non c'era pi nulla da temere. Il magister officiorum si rilass, ma proprio in quel momento, vide Senecione cadere di sella con una lancia nella schiena. Disorientato, si chiese come fosse stato possibile e cerc di capire cosa stesse succedendo. Solo di una cosa era certo: non doveva morire. Non ora, per gli di!
L!  stato lui!, gli url Paolo, che cavalcava al suo fianco, indicando un cavaliere senza lancia che aveva arrestato il proprio animale e stava per fare dietrofront. Ma un soldato nei pressi si avvicin all'assassino e gli sferr prontamente un fendente, che gli squarci il petto facendolo cadere da cavallo. Sesto si trovava pi vicino e lo raggiunse, osservandolo agonizzare.
Cosa hai fatto, soldato?, gli chiese, sperando che l'uomo gli fornisse una risposta, prima di spirare.
Io... prima di partire... un uomo mi ha detto che il cesare non doveva uscire vivo... da questa battaglia, si sforz di dire l'uomo. Altrimenti, al mio... ritorno, non avrei trovato nessuno vivo... della mia... famiglia....
Costanza. Non poteva essere stata che lei. Le serviva a tal punto che lui diventasse cesare da non aver voluto correre rischi. Non era da meno di Senecione, in quanto a mancanza di scrupoli. Ma di chi era stato amante, per tanti anni?
Inorridito, and verso il cesare. Anche lui era sul punto di tirare le cuoia. Scese da cavallo e si inginocchi accanto a lui. Senecione si accorse della sua presenza e riusc a trovare la forza per un sorriso pieno di perfidia.
Io non c'entro, Senecione, si affrett a dirgli. Perci dimmi dove tieni i miei figli.
Il cesare toss sangue. La mia sola... consolazione...  che, subito dopo la mia morte... un mio uomo ha... l'ordine di correre a Bisanzio a... comunicare quel che mi  successo... ai custodi dei tuoi figli. Te li restituiranno, non ti preoccupare... Pezzo dopo pezzo, riusc a dire, prima di emettere un nuovo, violento fiotto di sangue, strabuzzare gli occhi e irrigidirsi.
In quel momento, Sesto sent la terra tremare sotto le ginocchia. Paolo gli url di rialzarsi subito. Guard davanti a s e vide che Costantino aveva dato inizio al suo attacco: migliaia di cavalieri si stavano lanciando al galoppo contro le linee di Licinio.
Poi si guard indietro. L'esercito del suo imperatore non aveva neppure una parvenza di schieramento.
Sarebbe stato un massacro.
E lui era caduto in disgrazia presso Licinio.
E aveva perso l'occasione di salvare i suoi figli.
E Minervina era all'accampamento, che presto sarebbe stato preso d'assalto dai nemici e messo a ferro e fuoco.

19.

Spazzateli via, tutti! Tutti! Il tiranno deve rimanere senza soldati! Solo cos metteremo fine alla guerra!, grid Costantino dando inizio alla carica. Forse non disponeva ancora di tutti i cavalieri che avrebbe voluto, ma l'esercito nemico era in una tale confusione che conveniva approfittarne: i suoi cavalieri ancora nel fiume sarebbero subentrati a rastrellare i resti che il suo attacco si sarebbe lasciato dietro. E poi la fanteria avrebbe fatto il resto, allargandosi a ventaglio e racchiudendo in una morsa i fuggitivi.
L'ultima azione di sfondamento che i nemici avevano tentato aveva favorito i suoi piani, stroncando sul nascere la parvenza di coesione che Licinio stava tentando di dare al suo esercito: sarebbe stato meglio per lui attendere a ranghi compatti la sua carica, utilizzando gli effettivi che aveva a disposizione in avanti, senza disperderli in velleitari assalti privi di senso.
Nessuno oppose resistenza, quando raggiunse la fragile prima linea, costituita, semplicemente, dai cavalieri appiedati o da quelli che erano stati meno pronti a voltare il cavallo per ripiegare. Furono schiene, quelle che si vide di fronte, non espressioni determinate, scudi e spade o lance. Abbatt due soldati contemporaneamente, l'uno falciandolo con la spada, l'altro passandogli letteralmente sopra col cavallo. Attravers le larghissime maglie dell'avanguardia di Licinio, suddivisa in piccoli gruppi o addirittura in soldati isolati l'uno dall'altro, ciascuno dei quali pensava per s e soltanto alla fuga, e inizi a distinguere con sempre maggiore chiarezza i contorni del grosso dell'armata nemica, che si andava schierando davanti all'accampamento.
La mancata resistenza dell'avanguardia gli avrebbe consentito di giungere a contatto col resto dell'esercito di Licinio con gli effettivi ancora integri. Soddisfatto, studi il punto in cui poteva operare lo sfondamento, concentrandovi tutte le forze disponibili. Poi individu, verso l'ala destra, le insegne del cognato, e la scelta fu obbligata. Era a lui che avrebbe puntato. Rallent, aspettando che il resto dei cavalieri si ricompattasse, trascur i rimasugli dell'avanguardia, cui avrebbe pensato chi lo seguiva, e con la spada indic ai subalterni l'obiettivo. Eccolo, il tiranno! Poniamo fine a questo combattimento subito! Andiamo a prenderlo!.
Fu il primo a ripartire al galoppo. Ma entro pochi istanti i suoi gli furono al fianco. Tra le file dell'armata di Licinio aument subito la confusione: i soldati erano consapevoli di non aver allestito falangi in grado di resistere a un cuneo di cavalieri pesanti, e molti si rifiutarono di tenere la posizione, preferendo arretrare a dispetto delle esortazioni dei loro ufficiali. Costantino tenne gli occhi fissi su Licinio e la sua guardia del corpo che lo attorniava: suo cognato si trovava vicino alla prima linea e gli sarebbe bastato uno sfondamento deciso per raggiungerlo subito. Vide del movimento intorno a lui: alcuni cavalieri della sua guardia si staccarono dallo stato maggiore e mossero verso l'estremit dello schieramento, dove era posizionata la cavalleria leggera.
Ormai lo aveva a portata di mano: come nel mosaico che lo aveva tanto colpito a Pompei, dove Alessandro Magno quasi protendeva le braccia contro Dario, con pochi soldati a separarli. E mentre si apprestava ad aggredire la prima fila, si mise a pensare a cosa fare per far pagare al cognato tutti i problemi che gli aveva causato nel corso degli anni: sfidarlo a duello davanti a tutti i soldati? Ucciderlo e basta? Farlo prigioniero e umiliarlo pubblicamente, per poi giustiziarlo in seguito?
Licinio era un soldato troppo esperto per non sapere di essere spacciato. Costantino prov a immaginare come si sentisse nel vederlo cos prossimo a lui, e assapor la sua paura, l'amarezza e la delusione per aver fallito ancora una volta, e soprattutto per la consapevolezza di essere prossimo alla fine. Licinio sapeva bene che non avrebbe ricevuto clemenza, cos come non l'avrebbe concessa, se si fosse trovato nella sua posizione: quella faida quasi barbarica andava avanti da troppi anni, perch uno dei due corresse il rischio di lasciare l'avversario in condizione di nuocere.
Cerc di interpretare l'espressione del cognato, ma era ancora troppo lontano per distinguerne i lineamenti del viso. Continu tuttavia a mantenere lo sguardo fisso su di lui, e si accorse solo all'ultimo della sagoma di un cavaliere che si apprestava a tagliargli la strada.
Lui s che pot vederlo bene in faccia, mentre gli sfrecciava davanti obbligandolo a tirare le redini.
Era Sesto Martiniano.
Sesto vide l'imperatore nemico, e fu tentato di fermarsi ad affrontarlo. Sesto era sicuro che Costantino non si fosse accorto che all'ultimo momento del suo arrivo, e se lo avesse aggredito avrebbe avuto il vantaggio della sorpresa; forse sarebbe addirittura riuscito a eliminarlo con un fendente. Ma non poteva permettersi di mandare all'aria tutto per perseguire una vendetta personale: Costantino andava sconfitto, ma solo dopo aver recuperato la propria reputazione, messo in salvo Licinio e al sicuro Minervina, e aver trovato i bambini. Pertanto, continu a galoppare per tutta l'estensione della fronte, portandosi dietro l'intera cavalleria leggera disponibile per creare uno schermo protettivo alla fuga dell'imperatore, bloccando la carica nemica e dando cos modo alla fanteria di schierarsi a falange.
Si arrest ai margini dell'ala, si volt e osserv l'effetto della sua azione. Se non altro, aveva costretto la cavalleria nemica ad arrestare la sua corsa, perdendo l'abbrivio e, di conseguenza, la forza d'urto. Adesso sarebbe stato pi complicato, per Costantino, sfondare le linee; di sicuro, avrebbe impiegato pi tempo, dandone a Licinio per ripiegare verso l'Ellesponto. Vide l'imperatore avversario voltarsi furente ed esortare i suoi soldati a raggiungerlo: avendo perso lo slancio per la penetrazione, adesso preferiva attendere i rinforzi per puntare sulla pressione dell'attrito grazie al numero.
Ma anche Sesto aveva da fare, adesso che aveva recuperato l'onore. Subito dopo la morte di Senecione, aveva raggiunto l'imperatore, proponendogli di ripiegare mentre lui prendeva con s la cavalleria leggera e gli copriva la ritirata. Licinio non aveva potuto far altro che accettare, e adesso Sesto aveva mano libera per pensare a Minervina. Le difese non avrebbero retto a lungo: Costantino avrebbe prevalso nello scontro ai margini del campo e sarebbe penetrato oltre il vallo. Per allora, doveva aver fatto sgombrare la madre dei suoi figli, almeno: poi avrebbe preso tutti i collaboratori pi stretti di Senecione e li avrebbe costretti con ogni mezzo a rivelare il posto in cui tenevano prigionieri i due gemelli.
E poi, per le successive decisioni, si sarebbe affidato agli di, che gli avevano sempre permesso di risollevarsi anche quando le sue sorti erano precipitate sul fondo del baratro.
Cavalc insieme a Paolo verso le retrovie, lasciando il resto dei cavalieri leggeri a disturbare le truppe nemiche mentre si ricompattavano. Giunse nel punto in cui aveva lasciato Licinio e non lo vide pi. Doveva essere gi nell'accampamento, a prelevare le sue salmerie. Percorse l'intero schieramento per tutta la sua profondit vedendo ben poche unit al completo e schierate in buon ordine: molti soldati erano ancora dentro il campo, e probabilmente non avrebbero fatto in tempo a uscire prima della rotta di quelle all'esterno.
Super il vallo e cavalc verso le tende dove erano sistemati i civili, ma giunto all'altezza del padiglione imperiale, ne vide uscire Licinio, che si accorse della sua presenza. Dovette muovere nella sua direzione, rassegnandosi a rinunciare, per il momento, a Minervina.
Sesto Martiniano, ti ringraziamo per averci dato il tempo di ripiegare, gli disse l'imperatore. Sei stato abile e valoroso, con quella manovra.
Sesto si sent confortato. S, aveva recuperato la sua dignit. Il mio dovere  servirti, mio signore, e cerco sempre di farlo al meglio, rispose.
Ma il tuo lavoro non  finito, prosegu Licinio. Abbiamo intenzione di andare verso l'Ellesponto con tutte le truppe non ancora impegnate nel combattimento, per poterle impegnare in una successiva battaglia. Pertanto, vogliamo che tu coordini le unit gi all'esterno per farne ripiegare il pi possibile prima che Costantino le circondi. Dovrai portarle a Lampsaco, dove si trova la riserva, e l attendere i nostri ordini da Bisanzio, dove probabilmente dovrai raggiungerci con l'armata.
Sesto rimase per un istante sconcertato. Se non altro, si disse, per qualche istante aveva mano libera, e alla fine annu.
Ci rivedremo a Bisanzio, Sesto Martiniano, lo salut Licinio. E se riuscirai a raggiungerci, sarai il nostro nuovo cesare, aggiunse.
L'ex pretoriano annu di nuovo, sforzandosi di fare un sorriso di approvazione. Ma non era certo che essere cesare gli importasse, in quel momento: era ci cui si era lasciato convincere a puntare da Costanza, ma il modo in cui stava avvenendo non gli piaceva. E inoltre, c'erano questioni pi urgenti e importanti da risolvere. Per finire, doveva rimanere vivo. Fece cenno a Paolo di seguirlo e riprese a cavalcare.
Ti ha dato una bella rogna, non c' che dire, comment l'amico. Al posto tuo, non saprei se essere pi contento della designazione a cesare, o pi infelice perch potrei morire prima....
Comunque vada, prima ho un altro compito da svolgere, rispose laconico.
Quando giunse nell'area riservata ai civili, vide che stavano gi sfollando. Scrut la colonna di profughi ma non vide Minervina. Scese da cavallo ed entr nella tenda pi vicina, che trov vuota. Ne usc e irruppe in un'altra, ma anche l non trov nessuno. Infine, not la donna in piedi davanti a un altro padiglione, mentre si guardava intorno. I loro occhi si incrociarono, e subito dopo corsero l'uno verso l'altra, come avrebbero fatto tanti anni prima, quando non vedevano l'ora di incontrarsi.
Ma la situazione, adesso, era ben diversa, ed entrambi ne erano consapevoli. La donna appariva invecchiata improvvisamente di anni, con il bel viso pi scavato e rugoso, i tratti deformati dall'angoscia. Minervina, devi darmi qualche istante per parlare con chi potrebbe sapere dei bambini, esord quando furono vicini.
Prima per devi leggere questo, rispose lei, porgendogli una lettera. Un uomo mi ha avvicinato mentre partivo, a Nicomedia, dicendomi di darlo a te, e che avresti capito.
Chi era quell'uomo?, le chiese.
Non lo so.  sparito subito dopo. Ho aperto la missiva e l'ho letta, ma per me non ha alcun significato.
Bisanzio, seconda casa a destra sulla via dei follatori. C.
Costanza, senza dubbio. A quanto pareva, si era mossa e aveva mantenuto la parola. Ma aveva anche fatto uccidere Senecione. E si era limitata a riferirgli l'ubicazione dei ragazzi, senza provvedere lei stessa a liberarli, come forse avrebbe potuto fare. Si sentiva sempre di pi uno strumento nelle sue mani.
 il posto dove tengono i bambini, disse a Minervina.
La donna fu sgomenta. E io che pensavo fosse colpa mia... della mia attivit a favore dei cristiani... Invece  colpa tua!, grid furiosa.
Avrai tempo di recriminare dopo, le disse, afferrandola per le spalle. Si mise a riflettere; doveva farlo velocemente. Gli di gli avevano offerto un'occasione. Ascoltami: qualcuno sta andando a ucciderli, e dobbiamo fare di tutto per precederlo.
E allora andiamo a Bisanzio!, lo implor Minervina.
Sono nel mezzo di una battaglia, le ricord. Non posso. Vorrei tanto, ma non posso: l'imperatore mi ha assegnato un compito da cui dipendono le sue sorti. Per... Puoi andare tu, accompagnata da Paolo, il solo di cui mi fidi ciecamente. Poi si rivolse al soldato. Amico mio, ti chiedo di portarla in salvo a Bisanzio e di andare a questo indirizzo dove tengono prigionieri i miei figli. Fate presto, altrimenti non li troverete vivi: dovete prendere i primi battelli che salpano per Bisanzio. Assolutamente uno dei primi.
Paolo annu senza esitare un istante. Minervina guard lui con disprezzo e il soldato con diffidenza.
 un cristiano. Se non ti fidi di me, fidati di lui, aggiunse, sperando che si convincesse.
La donna parve rassegnarsi. Paolo spar per qualche istante, poi ricomparve con un altro cavallo. Dovrai cavalcare, mia signora, le disse. Vedrai: Cristo conosce la tua devozione e non ti priver dei tuoi figli. Prega per la loro salvezza e, mentre lo fai, galoppa pi velocemente che puoi. Ce la faremo.
Sesto lanci uno sguardo di gratitudine all'amico e uno di rassicurazione a Minervina. Ma lei volt subito la testa e si fece aiutare dal soldato a montare in sella.
L'ex pretoriano sper che l'amico avesse ragione. Che fosse quel Cristo a salvare i suoi figli, o gli di che lui conosceva e venerava, l'importante era che i due giungessero in tempo.
No, non erano buone le notizie che giungevano dal fronte, si disse Osio dopo aver letto i dispacci dalla Tracia. Per quanto ottimismo mostrasse Costantino, le forze che Licinio era stato in grado di mettere in campo erano talmente imponenti che una guerra di aggressione nei loro confronti presentava fin troppe incognite. Osio era stato un generale, ed era certo di saper valutare correttamente la situazione.
Bisognava prepararsi anche al peggio, per essere pronti a fronteggiare gli eventi nel malaugurato caso che fosse Licinio a prevalere.
Si alz e usc dal tablino, dirigendosi verso gli appartamenti dell'imperatrice. Era con lei che doveva confrontarsi, se voleva assicurare stabilit alla met dell'impero di pertinenza della famiglia di Costantino.
Fausta lo ricevette guardandolo con la consueta diffidenza. Non era mai stata contenta dell'influenza che lui aveva sul marito, e di quella che stava sviluppando sui figli, e non sempre riusciva a celare il proprio fastidio per la sua ingombrante presenza a corte. Ma quella donnetta che pensava solo a spassarsela non aveva la minima idea di come si amministrasse un impero, e bisognava evitare che si assumesse troppe responsabilit, se Costantino fosse venuto a mancare.
Mia signora, spero di non averti disturbata, ma ci sono questioni che necessitano del tuo consiglio, esord il vescovo.
Tu mi onori, illustre Osio. Non avrei mai pensato che tu ti degnassi di dibattere questioni importanti con me, rispose con malcelata ironia la donna. Finora non mi hai parlato d'altro che dell'educazione dei miei figli, e pensavo che per te le donne non meritassero considerazione al di fuori di questa sfera. Accomodati pure.
Osio si sedette davanti a lei, che era sdraiata su un triclinio. In effetti,  sempre dei figli che vorrei parlarti, mia signora, sebbene su aspetti diversi da quelli di cui abbiamo dibattuto in questi anni, precis.
L'espressione sospettosa di Fausta si accentu. Annu poco convinta e lo invit a proseguire, incuriosita.
Come sai, il nostro buon sovrano non ha lasciato disposizioni, prima di partire, su ci che dovremmo fare nel malaugurato caso che questa guerra provocasse, con lui, la sua vittima pi illustre, spieg. La sua fiducia in se stesso  encomiabile ed  certamente uno dei motivi principali dei suoi successi, insieme alla protezione che il Signore Dio nostro ha voluto accordargli. Ma noi, che amministriamo l'impero facendoci carico abitualmente di compiti di cui un imperatore non ha n tempo n voglia di occuparsi, dobbiamo considerare tutte le eventualit. Tuo marito ha l'abitudine di delegare a me un'infinit di incombenze amministrative, finanziarie, politiche, religiose, e ho il dovere di assicurarmi che queste continuino nel solco che abbiamo tracciato insieme, io e lui, anche se l'imperatore non dovesse essere pi in grado di dare disposizioni, tenne a specificare, sottolineando come gi Costantino gli avesse concesso ampi poteri, di cui chiedeva tacitamente la ratifica.
Sapeva che Fausta era una stupida, ma non fino al punto di non capire il messaggio che stava tentando di comunicarle. Sicch, vorresti che affidassi a te la reggenza dell'impero finch i miei figli non saranno grandi e in grado di regnare?, comment infatti l'imperatrice.
Sei una donna di buon senso, mia signora, e sono certo che agirai per il bene dell'impero, ment. In caso di un regime debole e incerto, Licinio non avrebbe difficolt a impadronirsi di questa parte di impero, e il destino dei cristiani sarebbe nuovamente segnato.
La tua richiesta ha poco senso, caro Osio, dal momento che Costantino ha designato Crispo, il suo figlio bastardo, come augusto e suo erede. Quindi non  con me che dovresti parlare, rispose la donna, lasciandolo allibito.
Tu menti, reag. Me lo avrebbero detto, sia il padre che il figlio.
Evidentemente, non ti ritengono cos importane come credi di essere, se ti hanno tenuto all'oscuro. Ma a me  stato detto..., comment perfidamente lei.
Osio si riserv di appurare la verit. Ma intanto, doveva comportarsi come se fosse vero e prendere le adeguate contromisure. Anche se fosse, la faccenda non mi turba pi di tanto, rispose. Crispo ha sempre avuto il buon senso di ascoltare i miei consigli, e sono certo che il nostro governo continuerebbe esattamente come  stato con Costantino fino ad adesso, con lui sul trono, precis. Ma dobbiamo considerare anche l'evenienza che, se la guerra va male per Costantino, vada male anche per il figlio. Crispo potrebbe essere coinvolto in un'eventuale sconfitta, e perdere la vita, o anche solo credibilit come erede: solo un trionfo potrebbe darne, a un figlio bastardo. In questo malaugurato caso, come intendi comportarti?.
Fausta riflett. Sono l'imperatrice, Osio, e non devo rendere conto a un mio suddito di come intendo comportarmi. Te lo far sapere a tempo debito, se e quando Crispo sar al potere, disse infine con la spocchia che le era abituale.
Risposta sbagliata. Fausta gli aveva appena confermato la necessit di quell'incontro chiarificatore. E anche la necessit di usare tutte le armi che aveva a disposizione. Non credo che tu sia contenta di dover cedere a Crispo il potere, replic. Sono certo che non sia tuo interesse una sua successione. Saresti la prima madre-imperatrice della storia che si disinteressa del destino dei propri figli. Dovresti sapere che, una volta al potere, Crispo li farebbe assassinare per rendere pi stabile il suo trono. Io, al suo posto, lo farei. Dovremmo essere alleati, noi due, per evitare che questo accada.
Caro Osio, credo proprio che se Crispo ricorresse a questi mezzi, sarebbe perch saresti tu a consigliarglielo. E non ho dubbi che lo faresti. E in quanto all'essere alleati, preferirei allearmi con una serpe che con te, rispose decisa.
Dici cos perch pensi di poter esercitare tu stessa un'influenza maggiore della mia, su Crispo.
Pu darsi. Come pu darsi che, per sua stessa scelta, non divenga mai augusto. Proprio perch magari, visti i suoi natali,  consapevole di essere inadeguato per quel ruolo.  un ragazzo maturo, e sa che in quella veste causerebbe pi problemi di quanti ne risolverebbe.
Te lo ha detto lui?, la incalz.
Pu darsi. E pu darsi di no. Direi che non importa.
Importa, invece, eccome, ribatt Osio. Lo stai ricattando, vero?.
Fausta si mostr stupita. Ricattando? E come potrei ricattarlo?, protest assumendo un'espressione innocente e offesa.
Minacciando di rivelare all'imperatore la vostra relazione,  ovvio. Non credo che tuo marito la prenderebbe bene.... Si era tenuto quel segreto per anni, in attesa del momento giusto per farne uso. E quel momento era senza dubbio arrivato.
Fausta si irrigid. Se hai intenzione di mettere in giro queste menzogne per far valere le tue ragioni, allora vale tutto. Io potrei dire che hai tentato di assassinare mio marito, e sarebbe la mia parola contro la tua..., mormor. Ma un tremolio nella sua voce mostrava la sua paura.
Sciocchezze. Sai bene che non sono menzogne, ribatt asciutto. Lo so da anni. Se anche negherai, Crispo, una volta con le spalle al muro, dovr ammettere davanti al padre di essere stato macchiato dalla tua sordida perversione fin da quando era piccolo. Quindi non sar affatto la tua parola contro la mia, ma ci saranno prove e testimoni.
Per la prima volta, Fausta vacill in modo evidente. Apr la bocca e per un pezzo non seppe cosa dire. Osio attese a sua volta in silenzio che capitolasse. Ma quando alla fine la donna parl, lo deluse ancora. Ma se lo rivelassi solo adesso o in futuro, l'imperatore se la prenderebbe anche con te che, pur sapendolo, non glielo hai mai detto, rispose, spiazzandolo.
Riusc solo a dire: Non puoi esserne cos sicura, mia signora, prima di alzarsi e andarsene, pensando alla prossima mossa.
Era arrivato il momento di informare Elena di tutto. Lei si era sempre dimostrata una preziosa consigliera e una buona amica.
Sesto sal su una torre del vallo e scrut con sconforto il campo di battaglia. Sapeva che Licinio si era portato dietro i settantamila uomini che non avevano fatto in tempo a schierarsi fuori dall'accampamento; il che significava che la met del suo esercito rischiava di finire nelle mani di Costantino. E da quel che vedeva con i suoi stessi occhi, sarebbe potuto accadere molto, ma molto presto.
Si concesse del tempo per riflettere. Era il pi alto in grado rimasto sul campo, anche senza divulgare la notizia della sua designazione a cesare. Aveva quindi la responsabilit di decine di migliaia di uomini, un compito titanico, al confronto di quelli che aveva svolto fino ad allora. E come se non bastasse, ne aveva affidato uno altrettanto difficile a Minervina e a Paolo, e la sua mente andava a loro pi di quanto fosse necessario: gli servivano tutte le sue risorse, mentali e fisiche, per affrontare ci che lo attendeva.
Gli uomini lo conoscevano e lo stimavano, e non dovevano essere in molti a rimpiangere la morte di Senecione. C'era da sperare che non avrebbe avuto difficolt a farsi obbedire. Sapeva gi che non avrebbe mai potuto salvarli tutti: not che alcuni nelle prime file si stavano gi arrendendo, e quello che doveva fare era evitare che il loro esempio contagiasse tutti gli altri. A quel punto, dovevano aver saputo che l'imperatore se n'era andato: molti si erano certamente sentiti abbandonati dal loro comandante supremo, e presto non avrebbero trovato pi alcuna ragione per proseguire il combattimento. Se non si era ancora verificata una vera e propria rotta, era perch l'armata era stretta sui fianchi dal fiume e dalla citt di Adrianopoli, con l'accampamento alle spalle e l'esercito nemico sulla fronte. Poteva capire dalle espressioni dei soldati appena fuori dal vallo che l'indecisione regnava sovrana, e gli stessi ufficiali non sapevano pi cosa fare ma, in assenza di ordini superiori, esitavano a dare il segnale di ritirata.
Ridiscese dalla torre, mont a cavallo e galopp oltre la porta d'ingresso con un'idea chiara in testa. Percorse il fianco dello schieramento, si avvicin al primo ducenario che trov e gli url: Porto ordini dell'imperatore: non vi ha abbandonato! Vi aspetta in Bitinia: iniziate il ripiegamento in buon ordine attraverso l'accampamento, prendendo poi la strada per la costa. Ci imbarcheremo il prima possibile.
L'ufficiale apparve sollevato, forse non tanto per la notizia del ripiegamento, quanto per aver finalmente ricevuto un comando ben chiaro. Allora Sesto prosegu oltre, verso le file anteriori, e ripet le stesse parole a ogni ufficiale che incontr. E nessuno protestava, anzi, si affrettavano a eseguire le sue disposizioni, rendendosi conto che la battaglia era ormai persa. E intanto, Sesto si voltava spesso indietro per vedere come funzionava la manovra: l'entrata al campo era un collo di bottiglia, e molti lo costeggiavano nel ristretto spazio tra il vallo e il fiume, ma nel complesso il deflusso, pur lento, procedeva come aveva auspicato.
Giunse infine in prossimit del settore in cui intendeva cambiare soluzione. Osserv i combattimenti in prima linea e ne dedusse che presto lo schieramento di Licinio avrebbe ceduto. Laddove delle unit si erano arrese, gi reparti di cavalieri di Costantino penetravano verso la seconda linea, aprendo la strada alla fanteria che, ormai, era quasi tutta sulla sponda orientale.
Doveva sacrificare anche la seconda linea.
Giudic, a occhio, che doveva trattarsi di almeno quindici, ventimila soldati. Altrettanti erano impegnati in prima linea, o almeno lo erano stati all'inizio, prima che il combattimento producesse ampi vuoti nello schieramento di Licinio. Ma se fosse riuscito a portare in salvo gli altri cinquantamila, sarebbe stato un successo strepitoso, e avrebbe regalato al suo imperatore un'altra potente armata da utilizzare in un successivo combattimento contro il rivale.
Il problema vero era che lo schieramento era nel caos, e non c'era soluzione di continuit tra una linea e l'altra, tra un'unit e un'altra. Nessuno teneva la sua posizione.
Doveva pensarci lui, e non aveva molto tempo per farlo.
Si spost verso uno squadrone di cavalieri; dovevano essere stati in prima linea e ne erano tornati decimati, perch non erano pi di una ventina. Si rivolse al decurione. Tu! Seguitemi, tutti quanti verso l'altra ala. Dobbiamo tagliare lo schieramento in due Man mano che arriviamo davanti all'insegna di ciascuna legione, sia a destra che a sinistra, uno dei tuoi uomini si fermer e dar un ordine. Ai soldati delle prime linee si dir che devono resistere il pi possibile per coprire la ritirata dell'imperatore e poi darsi prigionieri; a quelli verso l'accampamento, di ripiegare verso la costa. E per i legionari che rimangono staccati dalle proprie unit perch si trovano in mezzo, non perdete tempo: andranno dove riusciranno ad andare, avanti o indietro. L'importante  che creiamo una netta separazione tra le prime due linee e il resto dell'armata. Sono stato chiaro?.
L'ufficiale annu e si mise a spiegare le disposizioni ai suoi cavalieri. In breve si disposero in colonna, pronti a partire. Sesto lev il braccio e disse: Non voglio perdere tempo a voltarmi ogni volta che incontriamo un'insegna, per vedere cosa combinate. Questa cosa va fatta il prima possibile e mi fido di voi. Quindi diede il segnale e part al galoppo, senza neppure guardare se lo seguivano. Tracci una linea ideale di demarcazione e la segu con coerenza, senza fare deviazioni a dispetto degli ostacoli che incontrava. La sua meta era l'ala opposta, e doveva arrivarci seguendo la direttrice pi retta e nel minor tempo possibile.
C'erano parecchi soldati lungo la sua strada, ma prosegu al galoppo senza mai rallentare, caricandoli come se fossero nemici. Quelli si scostavano atterriti, dall'una o dall'altra parte, sancendo cos inconsapevolmente il proprio destino. Qualcuno gli urlava dietro dandogli del matto, o del vigliacco perch sembrava scappare, ma nessuno era in grado di opporsi alla sua furia, finch aveva dietro il drappello di cavalieri. Sesto era consapevole per che lungo la linea il reparto si sarebbe progressivamente assottigliato, e alla fine avrebbe dovuto cavarsela praticamente da solo.
Ma la fronte era ancora lunga. Prosegu anche quando un soldato, rivolto verso l'ala opposta, non si accorse di lui e non si scans in tempo. Sesto lo travolse buttandolo a terra, e le sue grida strazianti gli fecero capire lo scempio che gli zoccoli dei cavalli stavano facendo del suo corpo. Man mano che si addentrava al centro dello schieramento la distinzione tra unit si faceva ancor meno netta, e la calca pi pronunciata. Dovette infine rallentare l'andatura, ma continu a spronare il cavallo per superare ogni ostacolo, ripetendo a se stesso che doveva a tutti i costi fendere l'intera armata in orizzontale. Il numero dei soldati che travolse con la sua avanzata and aumentando, e dovette sgolarsi per urlare a tutti di togliersi di mezzo, in nome dell'imperatore.
Infine decise di estrarre la spada dal fodero e di usarla come deterrente per allontanare i pi scarsi di riflessi e i pi testardi. Sebbene tenesse l'arma alta, pi volte nella calca sent la lama impattare contro qualcosa, come elmi o scudi, o contro qualcuno, ma non poteva permettersi di fermarsi a recriminare. Il metodo funzionava, e la sua uniforme da alto ufficiale gli garantiva una sorta di impunit anche nei settori pi caotici.
Arrivato quasi ai margini dello schieramento, torse il busto per guardarsi indietro. Vide che gli era rimasto alle calcagna solo un cavaliere, che peraltro si ferm subito dopo, in corrispondenza di un aquilifero la cui insegna svettava sopra le teste dei suoi commilitoni.
Adesso era solo. E davanti a lui c'era la fine dello schieramento. Guard ancora indietro, e vide che i suoi uomini avevano fatto il loro dovere: la demarcazione tra la seconda linea e il resto dell'esercito era piuttosto netta, sebbene ancora diversi soldati circolassero nell'ampio spazio tra le due sezioni in cui aveva diviso l'armata. Si rilass e cavalc verso l'esterno della formazione. Raggiunse l'angolo di fronte alla citt e parl con l'ufficiale responsabile, ripetendogli quanto aveva detto in precedenza agli altri. L'uomo fece subito ripiegare la sua unit in buon ordine, mentre la linea pi avanzata faceva pressione in avanti per sostenere lo sforzo dei camerati in prima fila.
C'era ancora da ripiegare fino al campo, poi ci si doveva passare attraverso e infine bisognava percorrere il tratto di strada che avrebbe condotto alla costa, dove erano ormeggiate le navi da trasporto per traghettare l'armata in Asia. Erano tante, le cose da fare, e la prima linea poteva sempre cedere presto, lasciando a Costantino la possibilit di piombare sui fuggitivi ben prima che prendessero quelle navi.
Ma in quel momento riusciva a chiedersi solo se Minervina e Paolo fossero riusciti a salpare.

20.

Conosci la strada?, chiese Minervina a Paolo, vedendo il soldato procedere a passo veloce e senza esitazioni da quando erano sbarcati nel porto di Bisanzio. Faticava a stargli dietro, ma non aveva alcuna intenzione di chiedergli di rallentare; Sesto era stato chiaro: ogni istante era prezioso.
Certo. Sono stato molte volte qui e conosco bene la citt. Vedrai, non  distante, la rassicur Paolo.
Minervina si guard intorno. Anche lei era stata a Bisanzio, in passato, ma l'oscurit calata da poco e la scarsa illuminazione nelle strade le rendevano impossibile orientarsi. La gente in giro era ancora molta, ma c'era un silenzio irreale; si sentiva solo il cigolio delle ruote dei radi carri, e perfino le persone che circolavano in coppia o in gruppo non sembravano avere alcuna voglia di parlare tra loro. Le notizie sulla sconfitta di Licinio avevano appena iniziato a circolare, cos come quelle della presenza dell'imperatore in citt. Tutti avevano capito che il vincitore lo avrebbe inseguito e che, quindi, la guerra sarebbe giunta fin l. E la prospettiva di un assedio aveva diffuso un terrore cos profondo che era quasi possibile respirarlo, nella tetra cappa che avvolgeva la citt al tramonto.
Ma a lei, al momento, non importava. Contava solo la salvezza dei due gemelli.
Tu sai qualcosa del motivo per cui sono prigionieri? Ha a che fare con Sesto, vero?, prov a chiedere Minervina, approfittando dell'apparente disponibilit del soldato. Il comune credo la spingeva a nutrire pi fiducia in lui che nello stesso Sesto.
Paolo scosse la testa. Non lo so, signora. Quello di cui sono certo  che non  una sua responsabilit o una sua colpa.  un brav'uomo, forse il solo che abbia conosciuto tra i tanti comandanti che ho avuto, da quelli subalterni a quelli supremi come gli imperatori. Ed  vittima quanto te di questa vicenda.
Minervina fece una smorfia. Non  stato neppure sfiorato da Cristo, anzi lo ha perfino combattuto, si sent in dovere di specificare. E detesta tutto ci che lo riguarda. Il suo animo non  stato purificato dalla fede, quindi  ancora corrotto: non sono sicura di poterlo considerare un brav'uomo, come tu dici... Io non ero una brava donna, prima di comprendere la parola del Signore.
A quel punto Paolo si ferm, si volt e la guard negli occhi. Non parlare e non pensare come vescovi e preti vogliono che tu faccia, dichiar. Non ti far imporre Cristo ma trovalo dentro di te. Allora, e solo allora, scoprirai che la sua bont e la sua tolleranza trascendono l'appartenenza religiosa. Sesto  un uomo molto devoto, anche se le sue credenze sono indirizzate alla religione e ai costumi dei nostri padri.
Ma questo fa s che ci sia un'abissale distanza, tra noi, sanc lapidaria Minervina.
Perch? Io e lui siamo amici e andiamo d'accordo da tanti anni, eppure io sono cristiano quanto te. Nel rispetto reciproco, si pu trovare un modo per lasciare che l'affetto e la stima prevalgano sulle differenze religiose, consider meravigliato Paolo. E lui ti ama, ne sono sicuro.
Figurati!, rispose sprezzante lei. Non mi ama da molto tempo, ormai. E riguardo alle credenze, peccato che lui non abbia mai rispettato le mie. Le ha sempre derise, protestando perch ho cresciuto i miei figli come cristiani.
E tu? Hai rispettato le sue, di credenze?.
Minervina non rispose, ma si chiese se lo avesse fatto. Tuttavia, non fece in tempo a darsi una risposta: Paolo si arrest di colpo, indicandogli un edificio; davanti alla soglia, camminava avanti e indietro un uomo massiccio, con la faccia piena di cicatrici.
Sono l dentro di sicuro. Quello l sembra proprio un gladiatore prezzolato, disse il soldato.
Minervina si sent confortata. Come intendi procedere?, gli chiese.
Per prima cosa, tu ti metti dietro l'angolo e aspetti. Poi, io faccio fuori quello, sfondo la porta, entro e li cerco, eliminando chiunque cerchi di impedirmelo.
Non ci pensare nemmeno. Non ti ho seguito fin qui per starmene ad aspettare dietro un angolo. Verr con te e distrarr gli uomini che intendi eliminare, rispose risoluta.
Stai scherzando, spero, protest il soldato.  troppo pericoloso, e non posso pensare anche a te, oltre che a loro. Se ti succedesse qualcosa, Sesto non me lo perdonerebbe.
Cristo penser a proteggermi, dichiar, e ritenne che ci bastasse a convincere un cristiano.
Ma non un soldato cristiano. Ti ho detto che mi saresti d'impaccio, replic lui.
Ti aiuter, invece. Guarda, ribatt, e and verso il gladiatore. Si stup lei stessa di tanta baldanza, quando si frappose tra l'uomo e la porta d'ingresso, per fare in modo che il suo interlocutore desse le spalle a Paolo, e disse: Buon uomo, mi sono persa. Dovevo andare al porto....
Ah! Tutti vanno al porto, adesso, per evitare di finire sotto assedio. Se la fanno sotto.  da quella parte, rispose l'energumeno, indicando una strada sul lato. Minervina ne approfitt per lanciare un'occhiata di incoraggiamento a Paolo, che fece una smorfia e avanz. Subito dopo, la donna vide il gladiatore strabuzzare gli occhi e crollare in ginocchio davanti a lei: la punta di una lama fuoriusciva dalla sua gola, fin quasi a sfiorarla.
... morto?, chiese inorridita, guardandolo stramazzare a terra sollevando, con la sua massiccia mole, una nuvoletta di polvere dal selciato.
Direi, rispose Paolo, che poi la fece quasi svenire dal disgusto e dall'orrore, tagliando di netto la testa al cadavere con un ulteriore fendente.
Ma... perch?, singhiozz.
Sta' a vedere. Paolo buss alla porta e sistem la testa davanti allo spioncino, tenendola per i capelli ed evitando di rimanere nel raggio visivo di chiunque vi fosse dentro.
Dopo qualche istante di attesa, una voce dall'interno disse: Che vuoi?.
Il soldato rispose: Devo pisciare. Apri, cercando di imitare la voce del gladiatore ucciso.
Dall'altra parte si sent uno sbuffo. E non potevi entrare quando sono arrivati quelli?. Minervina guard Paolo, spaventata: erano gi arrivati. Non appena la porta si apr, il soldato mise un piede oltre la soglia ed entr, sbattendo la testa troncata sul viso dell'uomo che aveva di fronte. Quello croll a terra, stordito. La bulla al collo attestava che si trattava di uno schiavo. Paolo afferr lui per i capelli. Dove sono?, gli chiese con voce truce. Altrimenti farai la sua stessa fine, aggiunse, indicando la testa del gladiatore.
L'uomo singhiozzava per lo spavento. Con lo sguardo, indic in alto. Paolo gli diede un altro colpo alla testa con l'impugnatura della spada, facendolo cadere riverso a terra, svenuto, e le disse: Aspetta qui. Ma in quel momento, dal piano superiore provenne un urlo straziante di bambino e, istintivamente, Minervina si gett verso le scale. Paolo la afferr e la costrinse a stargli dietro, poi risalirono i gradini uno dietro l'altro.
Le urla e i pianti continuavano, indicando loro la direzione da seguire. Una volta in alto, andarono verso destra. C'era una porta appena accostata, ed era da l che provenivano gli strepiti. Un'altra schiava usc da una porta successiva, li vide, not la spada insanguinata di Paolo e si mise a urlare. Minervina le fece segno di tacere, ma subito dopo, dalla stanza dove erano diretti usc un uomo con la spada.
Insanguinata.
Minervina sent il cuore sobbalzare. Senza neppure rendersene conto, mosse verso la stanza, il cui accesso era sbarrato dall'uomo armato. Ma Paolo fu pi rapido e si gett contro l'avversario. Le due lame si incrociarono, ma il soldato sferr un calcio al bassoventre del nemico che si pieg in due con un urlo strozzato. Inevitabilmente, offr il collo alla spada del cristiano, che gli apr uno squarcio da cui usc il pi violento spruzzo di sangue che Minervina avesse mai visto, imbrattandole i vestiti. La donna non attese neppure che l'uomo crollasse a terra, per sopravanzarlo e irrompere nella stanza, dove rimase impietrita da quello che vide.
Due uomini erano accanto ai gemelli.
Martina grid, nel vederla, cercando di raggiungerla. Ma il suo aguzzino la trattenne per un braccio.
Martino non si accorse di lei. Aveva gli occhi strizzati, si contorceva per il dolore e si teneva la mano su un orecchio.
Tra le dita e lungo il polso scorreva un fiume di sangue.
Cesare, l'imperatore ti comunica di aver sconfitto Licinio, che per  in fuga verso l'Asia. Ti ordina pertanto di procedere verso Bisanzio e di tenere impegnata la flotta nemica; lui arriver con l'esercito per circondare le mura, annunci la staffetta salita sulla nave ammiraglia che Crispo aveva ormeggiato con tutta la flotta a Traianopolis.
Il figlio dell'imperatore annu e si prese del tempo per riflettere, prima di parlare con gli ammiragli di esperienza che il padre gli aveva affiancato. Costantino era stato previdente a farlo spostare da Atene verso oriente, proprio a ridosso dello stretto; se c'era un modo per bloccare Licinio e sorprendere la sua flotta, che secondo le voci disponeva del doppio delle navi di Crispo, era proprio quello di attaccare prima di quanto si aspettassero. Ora si sarebbe presentato davanti al porto di Bisanzio quando gli avversari lo reputavano ancora in Grecia.
Gli dispiacque che il padre non fosse riuscito a ottenere la vittoria definitiva che si era proposto, ma non troppo; c'era ancora da fare per sconfiggere Licinio, e adesso anche lui aveva l'opportunit di fare la sua parte, sebbene avesse paura di vincere quasi quanta ne aveva di perdere: Fausta lo aveva messo in una scomoda posizione, e non sapeva proprio cosa fare, una volta uscito dal campo di battaglia.
Ma doveva ancora dimostrare di valere tutto ci che il padre aveva sperato che fosse. Quindi, la sua preoccupazione immediata doveva essere di raggiungere la flotta nemica e forzarla a battaglia, per assumere il controllo del mare davanti alla citt mentre Costantino la bloccava sul fronte terrestre. E doveva essere deciso, una volta di fronte al nemico: niente esitazioni, dubbi, o ripensamenti. Un vero condottiero doveva mostrarsi sicuro di s e coerente; sapeva bene che tutti lo avrebbero giudicato severamente: un giovane raccomandato a capo della flotta pi potente dell'Occidente romano, niente di pi. Doveva essere impeccabile, senza vacillare di fronte agli sguardi di riprovazione dei suoi subalterni, che si era sentito addosso fin da quando era arrivato ad Atene. Dietro i sorrisi di adulazione con cui lo avevano accolto, aveva percepito la loro irritazione nel dover soggiacere ai comandi di un ragazzino inesperto. E fin dal primo momento si era posto il problema di come fronteggiare quell'atteggiamento: mostrarsi gentile? Ne avrebbero approfittato. Condiscendente? Lo avrebbero disprezzato. Altero e distante? Lo avrebbero odiato. Il padre non gli aveva dato consigli in proposito, ed era chiaro che si trattava di un esame: l'imperatore voleva capire le sue attitudini di comando. Lo aveva consigliato nelle tattiche e nelle strategie, ma esercitare autorit su altri uomini era un'arte, diceva, che non si poteva imparare.
Pertanto, diede con un po' di apprensione l'ordine di convocare gli ammiragli e i navarchi per un consiglio di guerra prima di salpare. Probabilmente, avevano ricevuto dall'imperatore la richiesta di impedirgli di fare stupidaggini, e di consigliarlo nelle circostanze pi delicate. Ma Crispo non aveva intenzione di seguire pedissequamente i loro suggerimenti: se lo avesse fatto, non avrebbe dimostrato al padre di essere un condottiero, ma solo un subalterno senza personalit, timido, e incapace di prendere in mano la situazione.
Quando furono tutti nel suo alloggio, rifer loro in tono asciutto la comunicazione dell'imperatore. E ci aggiunse del suo: Non esiteremo ad attaccare, se necessario, o a provocare a battaglia la flotta nemica. L'imperatore deve poter circondare la citt con le sue truppe sapendo di poter controllare il mare e portare l'armata in Asia.
Perdonami, cesare, intervenne subito Prisco, il pi anziano e prestigioso degli ammiragli di Costantino, gi al servizio di Costanzo Cloro sul finire del secolo precedente. Ma la flotta nemica dispone di almeno duecento navi da guerra, stando alle notizie raccolte grazie ai disertori. Noi ne abbiamo ottanta, e dovremmo andare a stanare le loro fin dentro l'Ellesponto, dove possono combattere con la copertura delle macchine belliche delle difese costiere. Sarebbe un suicidio. Conosco bene Abanto, per aver combattuto al suo fianco ai tempi di Diocleziano:  il migliore ammiraglio di Licinio, e sa il fatto suo.
Vero, gli fece eco Teodoro, un altro comandante. Dobbiamo essere cauti ed evitare ogni rischio di sottrarre all'imperatore la possibilit di esercitare il controllo sul mare, disse.
Io aspetterei lui, per sapere come comportarci, si permise di intervenire perfino un navarca.
A quanto pareva, l'orientamento generale era improntato alla cautela. Ma Crispo sapeva che il padre non era diventato un vincente con la prudenza: aveva osato, come facevano sempre Alessandro Magno e Giulio Cesare, e affrontato sfide apparentemente impossibili, che la gran parte dei generali non avrebbe neppure preso in considerazione. Ma Alessandro, Cesare e Costantino erano diventati i pi grandi proprio grazie ai rischi che si erano presi. Crispo era certo che il padre si sarebbe aspettato da lui spirito di iniziativa, e un coraggio al limite della follia.
Signori, dichiar guardandoli negli occhi uno a uno. Dubito che sia questa la volont dell'imperatore. In ogni caso, non  la mia opinione. Sono convinto, al contrario, che avremmo ottime possibilit di vincere, se riuscissimo a ingaggiar battaglia. Sono anzi certo che il nostro numero sar un vantaggio, piuttosto che uno svantaggio. Da un lato, loro si getteranno allo sbaraglio convinti di superarci con facilit, dall'altro,  noto che negli spazi ristretti di un canale una flotta cospicua  penalizzante, perch le navi si ostacolano a vicenda. Ricordatevi di Salamina, quando i persiani si incunearono tra la costa e l'isola per attaccare i greci di Temistocle e si ritrovarono strozzati in una morsa. E poich noi compariremo quando meno se l'aspettano, si faranno vincere dall'emotivit e ci aggrediranno, senza essersi preparati una strategia coerente.
Cesare, forse anche tu ti fai vincere dall'emotivit. Capisco che la tua giovane et possa spingerti a cercare lo scontro a prescindere dalle condizioni..., tent di convincerlo Prisco.
La mia giovane et?, sbott Crispo. Poi si impose di contenersi: non doveva mostrarsi isterico, ma saldo e sicuro, anche se aveva tutti contro. L'imperatore mio padre  molto pi anziano ed esperto di me, eppure sono certo che agirebbe nello stesso modo, spieg. Perch credete che ci abbia fatto spostare anzitempo a ridosso dell'Ellesponto? Vuole sorprenderli, perch sa che  l'unico modo di vincere una battaglia navale contro forze superiori. E a lui serve una vittoria pi di quanto gli serva un ridicolo e irrealizzabile blocco di ottanta navi contro duecento.
Ci fu qualche esitazione. I comandanti avrebbero insistito, se non lo avessero visto cos determinato e sicuro del fatto suo. Ma adesso sapeva di essersi conquistato il loro rispetto, e poteva permettersi di essere condiscendente. Quindi, andiamo a Bisanzio per combattere, teniamolo ben presente, aggiunse. Domani a quest'ora potremmo essere nel pieno di una battaglia. Se qualcuno di voi conosce bene il porto della citt, sar ben lieto di accettare qualche suggerimento sulla tattica da adottare....
Un orecchio. A terra, ai piedi di Martino, c'era un orecchio tranciato, in una pozza di sangue. Minervina si sent strappare il cuore dal petto, a quella vista. L'istinto la spinse a fare un passo verso il figlio piangente per abbracciarlo, ma Paolo sollev il braccio a mezz'aria e la blocc, tenendo lo sguardo fisso sui due aguzzini. Poi avanz, approfittando dell'indecisione dei due per farsi sotto a quello pi vicino a Martino. L'uomo si spost per usare il bambino come scudo, ma Paolo lo raggiunse prima e gli sferr un fendente in pieno volto, proprio sopra la testa di Martino, che fu investito da una cascata di sangue e materia organica.
Minervina si precipit verso il figlio, mentre l'altro sicario si affrettava ad abbracciare Martina, che inizi a prenderlo a calci e tent di graffiarlo.
Salvala, ti prego!, grid a Paolo, sperando di aver riposto in buone mani il destino della figlia ancora incolume.
Martino si strinse subito alla madre, che gli ripul i capelli e il volto impastati di sangue, e cerc di rendersi conto dell'entit della ferita. Osserv inorridita cosa rimaneva al posto dell'orecchio, e i grumi di sangue che si andavano addensando intorno a esso, mentre il bambino si contorceva dal dolore e continuava a urlare a squarciagola. L'unica idea che le venne in mente fu di fasciare la ferita per arginare il sangue, che sgorgava copioso. Si strapp un lembo della propria veste e ne fece una striscia, ponendo contemporaneamente attenzione al figlio e ai movimenti dell'altro uomo con Martina.
Il sicario si spost verso la porta, sempre usando la bambina come scudo, per guadagnare l'uscita e sottrarsi a Paolo, che lo studiava da vicino senza osare sferrare un colpo. Minervina fu assalita dal terrore che quell'uomo se la portasse via, per poi ucciderla una volta al sicuro e abbandonarne il corpo in qualche canale di scolo. Ma non os neppure esortare Paolo ad assalirlo, per paura di mettere a repentaglio fin da subito la vita della bambina.
Il soldato, comunque, sembrava determinato a salvare Martina, e braccava da vicino l'avversario.
Come ti senti, tesoro mio?, chiese Minervina a Martino, mentre gli fasciava la testa.
Sto pregando, madre, perch il Signore mi dia la forza. Ma fa male... malissimo. Perch il Signore mi punisce cos? Cosa gli ho fatto di male?, le chiese.
Minervina si sent fiera di lui. L'aveva cresciuto nell'amore di Cristo, e ci gli dava la forza per resistere alle avversit fin da bambino. Tu non hai fatto niente, tesoro mio. Ma anche Lui, quando era sulla croce, non aveva fatto niente: si stava sobbarcando degli sbagli altrui. E pu darsi che la tua sofferenza abbia uno scopo simile: ti stai facendo carico di peccati di altri. Le venne in mente Sesto, ma non glielo disse: non intendeva scavare un solco ancor pi profondo tra padre e figlio. Non possiamo conoscere il percorso che il Signore ha stabilito per ciascuno di noi, n i suoi fini, aggiunse.
Il bambino sembr accontentarsi di quella spiegazione. Intanto, Paolo teneva d'occhio l'altro; potendosi muovere pi rapidamente di lui e intuendo i suoi piani, si precipit verso la soglia e gli blocc il passaggio.
Spostati, o la uccido!, gli url come un invasato il sicario.
Se la uccidi, ti taglio un pezzo alla volta ma ti lascio vivo fino all'ultimo per permetterti di sentire ogni cosa, gli rispose glaciale Paolo.
L'uomo port la spada alla gola della bambina. Potrebbe capitare a te, invece....
Non credo proprio, replic sicuro Paolo, e Minervina ne fu certa: si era gi dimostrato abilissimo nell'usare la spada.
Il sicario esit, e in quel momento Martina, piegando le ginocchia, diede un forte strattone verso il basso, sfuggendo alla presa del suo aguzzino per un istante. Si abbass e cerc di correre verso la madre, ma l'uomo se ne rese conto e la segu. Tuttavia, Paolo ebbe il tempo di fare due passi avanti e frapporsi tra la bambina e l'avversario. Ma quest'ultimo, invece di difendersi dal soldato punt deciso su Martina, allungando il braccio che impugnava la spada per colpirla. Minervina lanci un urlo di terrore. Paolo si gett sulla direttrice dell'arma nemica, e nello stesso momento sferr un fendente all'avversario. La spada di quest'ultimo si conficc nel suo ventre un istante prima che il braccio che la reggeva si staccasse di netto dal corpo, tranciato dalla lama di Paolo. Caddero entrambi a terra, il soldato con un gemito strozzato, l'uomo tra urla strazianti.
Minervina osserv con orrore l'arto danzante sul pavimento, e il busto da cui zampillava una fontana di sangue. Ma pi ancora, fu impressionata da Paolo che si torceva a terra trapassato dalla lama. Gli si avvicin e lo vide sussultare; il suo sguardo pass in un istante dalla consapevolezza all'incoscienza, finch gli occhi non si chiusero del tutto, con un rantolo finale che testimoniava come il soldato avesse trovato finalmente riposo.
Minervina si accingeva ancora a farsi il segno della croce, di fronte al cadavere del suo salvatore, quando vide il sicario trascinarsi verso il proprio braccio, che ancora impugnava la spada. Il suo volto era una maschera d'odio, e Minervina fu certa che, se si fosse impossessato dell'arma, l'avrebbe uccisa insieme ai suoi due figli. Si precipit a sua volta sull'arto, lo afferr e cerc di staccarlo dall'impugnatura della spada, ma le dita erano troppo serrate, e l'uomo le era quasi addosso. Allora si risolse ad afferrare la mano inerte, la strinse con tutte e dieci le dita e cal la lama sulla schiena del sicario, con tutta la forza che aveva. Sent rumore di ossa che si frantumavano, mentre l'uomo emetteva un ruggito bestiale, e un'esplosione di sangue la invest ancora, inondando i suoi indumenti gi rossi e laceri.
Abbracci la figlia, che la strinse senza versare una lacrima: era sempre stata la pi forte, tra i due gemelli. Martino le raggiunse, piangendo ancora, e Minervina abbracci anche lui. Erano salvi. A un prezzo pesantissimo, ma erano salvi. Non pot fare a meno di voltarsi a guardare il cadavere del povero Paolo. Bambini,  merito di quest'uomo se siete salvi. Recitiamo una preghiera affinch il Signore lo consideri un martire e tenga conto della sua infinit bont.
Tutti insieme recitarono il Padre nostro, poi Minervina inizi a chiedersi cosa doveva fare. Prima di tutto, portare Martino da un medico. Quindi, portare via i bambini da Bisanzio, prima che si scatenasse l'inferno.
Senza pi Paolo a guardarle le spalle, le parve un'impresa titanica. Non se l'era mai cavata da sola in nulla, nella sua vita. Neppure nelle attivit pi banali.
Ma non aveva scelta. E doveva avere fiducia in Dio. Non l'avrebbe abbandonata proprio adesso, dopo averle permesso di salvare i suoi figli.
Che meraviglia, si disse Costantino non appena pot osservare abbastanza da vicino le mura di Bisanzio.
Facendo cenno ai suoi scudieri di seguirlo, costeggi ancora il fiume Lico e si avvicin per studiare la cinta difensiva del lato di terra della citt. Le mura si estendevano fino al mare sia a nord che a sud, per una lunghezza di almeno quindici miglia, ed erano intervallate da una serie di torri dalle quali, sicuramente, le sentinelle lo stavano osservando. L'intera penisola su cui sorgeva la citt, che si incuneava tra la Propontide e il Ponto Eusino, protendendo la sua punta orientale fino a lambire la costa asiatica, da cui la divideva solo uno stretto canale, era circondata dalle acque. E per quanto si sforzasse, Costantino non riusciva a immaginare un luogo pi facile da difendere, disponendo, beninteso, delle forze necessarie per farlo.
N riusciva a immaginare una citt pi preziosa come punto di transito lungo grandi assi viari. Bisanzio sorgeva proprio alla confluenza tra due continenti, Asia ed Europa. Vi transitavano mercanti e viaggiatori da Oriente e da Occidente, e da essa si raggiungevano facilmente scacchieri delicati come il Danubio, la Siria, l'Egitto, il confine con il regno sasanide. Era il centro di tutto. Licinio aveva a disposizione una sede imperiale che costituiva un grande vantaggio strategico, e neppure se ne rendeva conto, se aveva optato per Nicomedia come capitale. Avesse avuto lui una citt cos, l'avrebbe scelta come punto di osservazione da cui tenere sotto controllo il suo impero. Le citt in cui risiedeva abitualmente, come Arelate e Treviri, sembravano terribilmente decentrate e inadeguate, al confronto: vicine al Reno e al confine con la barbarie, vicine alla penisola iberica, ma lontane da tutto il resto. La stessa Roma, poi, era stata un'appropriata capitale finch aveva dominato la sola Italia. Ma con l'espansione del suo impero, gli imperatori avevano dovuto scegliere nuove sedi, per essere pi vicini al cuore dell'azione e raggiungere pi rapidamente ogni posto che richiedesse la loro presenza. Il colmo era stato raggiunto con Diocleziano, che non l'aveva neppure inclusa tra le quattro sedi imperiali dei tetrarchi; durante il suo regno, l'Urbe era stata, tutt'al pi, sede di usurpatori come Massenzio.
Roma poteva ormai svolgere il ruolo di capitale morale dell'impero, nulla di pi; e una volta che esso fosse stato riunito sotto un unico scettro, neppure quello. Il nuovo impero che Costantino aveva in mente aveva caratteristiche profondamente diverse da quelle che stavano portando alla sua decadenza: il suo si sarebbe fondato sulla nuova linfa rappresentata dalla religione cristiana e dagli immigrati; e Roma, depositaria per antonomasia della tradizione e del conservatorismo, non era pronta n adatta, n forse lo sarebbe mai stata, per cambiare cos radicalmente volto. Per quanti sforzi stesse facendo Osio per dotarla di chiese, e per favorire la primazia del suo vescovo su quelli di tutte le altre sedi cristiane pi prestigiose, Roma aveva un'eredit troppo pesante per poterla accantonare.
L'Urbe rappresentava il passato, citt come Bisanzio il futuro. Come Sesto Martiniano: quell'uomo rappresentava tutto ci che era condannato all'estinzione. Spettava a lui, Costantino, evitare che quell'estinzione minasse sul nascere la costruzione di un nuovo mondo, pi solido e duraturo. Spettava a lui far s che la forza di attrazione che ancora era capace di emanare Roma, col suo vetusto Senato, i suoi templi ammirati e invidiati da tutto il mondo, i privilegi di cui godevano i suoi cittadini, non destabilizzasse l'intero edificio che stava erigendo con tanta fatica e pazienza. Stava salvando e ricostruendo l'impero romano, ma Roma era la sua peggior nemica, cos come lo era Sesto Martiniano: pi ancora di Licinio, perch incarnava in tutto e per tutto lo spirito dell'Urbe antica, decadente, ormai patetica nei suoi sforzi di volersi ancora ergere a capitale di un impero che l'aveva dimenticata, accantonata, messa a riposo.
Quell'ex pretoriano era davvero la sua nemesi. Ne era sempre pi convinto: sconfiggendo Licinio, avrebbe sconfitto soprattutto lui e tutto ci che ostacolava il progresso.
Tenendosi fuori dalla gittata di balliste e onagri sulle mura, Costantino inizi a spostarsi verso sud per valutare tutti i settori della cinta muraria. E intanto, rifletteva sull'inestimabile conformazione dell'abitato. Scrut le crepe nelle mura, i merli sbeccati, le torri talvolta diroccate, e si stup che Licinio l'avesse fatta andare in malora: quella era una citt che andava valorizzata. Adesso, la sua trascuratezza gli si sarebbe ritorta contro: se doveva sostenere un assedio, avrebbe tratto pi vantaggio da postazioni difensive pi solide e robuste. Come poteva essere stato cos cieco? Dopo tanti anni di tensione tra loro, come poteva ignorare che Bisanzio sarebbe stata sempre sulla direttrice di attacco del rivale? E come poteva tollerare che un centro tanto importante fosse tanto esposto alle aggressioni dei barbari dell'area danubiana, che si trovava tanto vicino?
Eccolo, uno dei tanti motivi per cui doveva essere lui a governare l'impero, senza dividerlo: Licinio, come altri prima di lui, non aveva un'esatta percezione di ci che serviva per la sopravvivenza dell'impero, e lo avrebbe lasciato andare in malora come stava facendo con Bisanzio. Sesto Martiniano, almeno, credeva in qualcosa: era sempre un pretoriano, fino al midollo, ed era sempre dedito agli di tradizionali; un inveterato avversario di tutto ci che non apparteneva alla Roma dei suoi avi. Licinio, invece, era solo uno dei tanti opportunisti che erano giunti al trono grazie alla loro mancanza di scrupoli e una serie di circostanze fortuite: si limitava a stare a galla con gli strumenti che aveva, cambiando faccia a seconda delle circostanze. Costantino odiava di pi Sesto Martiniano, ma lo stimava anche infinitamente di pi: e non solo perch si era dimostrato un pi che valido e valoroso avversario a Cibalis, in una singolar tenzone. Martiniano era coerente e tutto sommato nobile, nella sua cecit.
Cerc di liberarsi la mente dal pensiero del pretoriano: talvolta temeva che quell'uomo, per lui, fosse diventata un'ossessione. Era il momento di concentrare tutta la propria attenzione sui piani per l'assedio. Non appena fosse arrivato il grosso dell'esercito, avrebbe dato inizio alle operazioni ossidionali sul fronte terrestre, fidando sulle capacit del figlio per quello marittimo. Era consapevole di non poter ottenere a breve un blocco totale dei rifornimenti per la citt. Per quanto riuscisse a presidiare la valle del Lico, rimanevano pur sempre da sorvegliare tre lati circondati dall'acqua: troppi, per pretendere di assumerne il controllo in poco tempo, con la potente flotta di cui disponeva l'avversario. Per rendere il blocco pi efficace avrebbe dovuto traghettare le truppe sulla sponda asiatica, verso le coste della Bitinia, ma finch la Propontide era presidiata da duecento navi nemiche, l'impresa appariva fin troppo rischiosa.
Si rese conto che, a dispetto di tutte le vittorie che aveva ottenuto contro Licinio, ormai dipendeva tutto da Crispo, e sper di aver visto bene, individuando in lui quelle doti di condottiero che solo pochi uomini nella storia di Roma avevano posseduto.
Continuando a scrutare le mura, decise che il modo migliore per condurre l'assedio era di circoscriverle con un vallo e torri lungo tutta la larghezza della valle. Licinio non si era preso neppure la briga di far tagliare gli alberi intorno al fiume, e adesso lui aveva a disposizione molto legno per costruire palizzate e torri, oltre che macchine ossidionali. Non appena fosse giunta la sua armata, avrebbe messo i legionari al lavoro. Ma per quanti sforzi avesse fatto, per il momento era impotente: Licinio era appena al di l delle mura, e magari lo stava anche fissando dagli spalti; eppure, non poteva fargli nulla, finch Crispo non gli avesse permesso di circondarlo.
E se il figlio non si fosse dimostrato all'altezza delle sue aspettative, la guerra si sarebbe risolta ancora una volta in un nulla di fatto, senza poter evitare quell'assurda divisione dell'impero in due parti, ciascuna delle quali seguiva ormai una direzione diversa, come se si trattasse di due entit autonome: il modo pi rapido per assicurare il declino della magnifica creatura edificata da Augusto, che proprio quella divisione aveva voluto evitare.
Si trov inconsapevolmente a invocare, perfino a pregare, quel dio in nome del quale aveva agito negli ultimi anni, ma in cui non aveva mai creduto davvero. Si appell a Lui perch gli consentisse di prevalere una volta per tutte, senza dover continuare a dissanguare l'impero nelle stesse lotte intestine che lo avevano condotto al declino. Gli ricord che lo aveva aiutato in tutti i modi possibili, ma che adesso toccava a Lui, se voleva che il Suo credo vincesse sui suoi persecutori. E gli promise che avrebbe riedificato Bisanzio dalle fondamenta, dotandola di un'infinit di chiese e facendone la capitale del cristianesimo.
S, Roma era la capitale del passato, Bisanzio lo sarebbe stata del futuro. La sua capitale.
Minervina ringrazi il medico, prese con s i bambini e usc dalla casa dove l'aveva indirizzata la schiava che aveva incontrato nella prigione dei gemelli. Si permise un sospiro di sollievo, sapendo al sicuro Martino. Il medico aveva pulito la ferita e l'aveva curata con delle erbe appropriate, fermando il sangue una volta per tutte e provvedendo a un'adeguata protezione della zona offesa, con bendaggi e imbottiture. L'aveva anche rifornita di medicamenti e altri bendaggi da rinnovare con frequenza, ma ci avrebbe pensato una volta sul battello. Il brav'uomo aveva dedicato loro tutto il resto della notte e all'alba sua moglie aveva anche provveduto alla colazione. E non c'era stato neppure bisogno di pagarlo: era un cristiano, e lo aveva fatto per pura carit. Inoltre, le aveva indicato un ricovero per la notte successiva, dove trovavano abitualmente asilo i suoi correligionari, nel caso desiderasse fermarsi fino al mattino successivo per far riposare il bambino.
Il medico aveva suggerito caldamente quella soluzione, ricordandole che le strade non erano sicure: i soldati in rotta da Adrianopoli affluivano in continuazione in citt, e molti, allo sbaraglio e senza il controllo degli ufficiali, si stavano trasformando in razziatori. Ma Minervina intendeva evitare il rischio di finire intrappolata nell'imminente assedio, e aveva deciso di far riposare Martino sulla nave, anche per ricondurlo quanto prima in un ambiente pi confortevole. Inoltre, le persone che avevano rapito i due gemelli potevano aver gi scoperto cosa era accaduto nel luogo ove erano tenuti prigionieri e aver scatenato una caccia per rintracciarli.
Mentre la sorella conservava la sua caratteristica baldanza, anzi descriveva con una sorta di eccitazione quella che considerava un'avventura, Martino era molto turbato e parlava a stento di ci che avevano vissuto. Minervina sper di riuscire a trasmettere loro sicurezza, e si sforz di celare tutte le sue ansie, le angosce che l'avevano assalita ogni volta che aveva anche solo pensato di dover affrontare una sfida da sola. Era partita da Nicomedia senza neppure la sua ancella personale, convinta che, una volta in Tracia, sarebbe stato Sesto a fornire tutto ci di cui aveva bisogno. Ma era capitata ad Adrianopoli proprio nel bel mezzo della battaglia, e non aveva avuto modo n tempo di pensarci, ritenendo che Paolo fosse pi che sufficiente a tutelarla. Senza pi il soldato a guardarle le spalle, aveva paura per s e i suoi bambini a ogni passo, in una citt che non conosceva bene, e dove l'atmosfera di tensione per la minaccia incombente la faceva sussultare a ogni rumore. Vedeva un grassatore in ogni uomo che incrociava, un sicario in ogni individuo, e si accorse di tremare. Si appell ancora una volta a Cristo perch vegliasse su di loro fino a Nicomedia.
Cerc di distrarre Martino, che continuava a lamentarsi per la stanchezza, lo stordimento, il dolore e l'avvilimento per essere stato deturpato. Non ti preoccupare: il dolore passer presto, e con i capelli lunghi non si noter niente, gli disse.
Ma io voglio fare il soldato, madre. Quando sei un legionario, non te li fanno tenere, i capelli lunghi, rispose Martino, sconfortato.
E allora andrai a fare il conciatore: quelli non li guarda nessuno, per quanto puzzano!, esclam Martina con la sua consueta, ironica perfidia. Tanto, ormai, non ti guarder nessuna donna comunque!.
Minervina fulmin con lo sguardo la bambina, che le fece un sorriso innocente di cui ben conosceva l'effetto: quell'espressione ingenua che sapeva adottare quando commetteva una marachella le garantiva, di solito, una completa impunit. Minervina pensava che sarebbe stata una grande manipolatrice di uomini, da grande: ci che lei non era mai stata. E sperava che la fede nel Signore le avrebbe dato la temperanza necessaria per non eccedere.
Non le dar retta, rassicur il bambino, che si era fatto ancor pi mogio. Hai presente i soldati che tornano dalla guerra con le cicatrici? Tutte le donne li reputano molto affascinanti, al pari dei gladiatori. Pensa quante ragazze cadranno ai tuoi piedi... Ma tu non approfittarne: non sarebbe degno di un cristiano.
Ma certo, madre. Sarebbe assurdo combattere nel nome del Signore e poi tradire i Suoi precetti nella vita da civile, rispose il bambino, e Minervina apprezz il suo senso di responsabilit. Sebbene non parlasse mai del padre, di cui percepiva il disinteresse nei suoi confronti, Martino si sentiva in qualche modo legato a lui, e forse proprio la voglia di farsi accettare da Sesto lo aveva spinto a sviluppare un certo spirito di emulazione. A Minervina non dispiaceva: se da adulto avesse avuto le caratteristiche del padre, ma le avesse messe al servizio della vera fede, avrebbe reso un inestimabile servizio a Cristo.
Ma intanto doveva preoccuparsi di dargli un futuro. Quando giunse in prossimit del molo, vide che era pieno di gente. Si biasim per non averci pensato: erano in molti, naturalmente, a voler abbandonare la citt, dopo che erano iniziate a circolare le notizie sulla sconfitta di Licinio. Sarebbe stato un problema trovare posto su un'imbarcazione, adesso: con due bambini al seguito, intrufolarsi in quella ressa e raggiungere la prima fila, contrattando con i capitani, le sembr un'impresa al di l delle sue possibilit.
Ma ancora una volta, fu sicura che il Signore l'avrebbe aiutata. In fin dei conti, era solo l'ultimo passo di una complicata catena di eventi in cui la mano di Dio si era fatta sentire sempre, nei momenti critici, facendole trovare Sesto un attimo prima della battaglia, permettendole di valersi dell'aiuto di Paolo, di giungere in tempo per salvare i figli, e di trovare presto un medico che curasse Martino.
Si fece forza e, dopo aver raccomandato ai gemelli di stare sempre dietro di lei, si mise a cercare un varco. Con suo grande stupore, non impieg tanto a trovarlo: alcune persone se ne tornavano indietro scuotendo la testa, oppure mettendosi le mani nei capelli. Pot guadagnare spazio e avvicinarsi ulteriormente al molo, ma man mano che procedeva all'interno della calca not espressioni di scoramento, o addirittura di disperazione e spavento, impresse sui volti della gente. Si lamentavano in tanti, ma centinaia di voci indistinte non le permettevano di capire una parola. E nel caos in cui si trovava, non c'era un interlocutore definito cui chiedere informazioni: i volti accanto e davanti a lei cambiavano a ogni istante, nella fluttuazione della folla. La sola cosa che aveva capito chiaramente era che molti se ne stavano andando, ed era solo grazie a questo che lei era in grado di procedere verso il molo.
Quando infine raggiunse il limite della banchina, vide che non c'erano passerelle tra la terraferma e le navi attraccate: erano state gi ritirate tutte. Ne dedusse che le imbarcazioni fossero gi piene e che lei, come tutti quelli che la circondavano, fosse arrivata troppo tardi.
Allora ricorse a una misura che avrebbe voluto evitare. Tu!, richiam l'attenzione di un marinaio sulla nave davanti a lei, impegnato a districare le sartie sulla sezione di ponte pi vicina al molo. Sto portando in salvo i figli del magister officiorum. Devi aiutarmi a farli salire!.
L'uomo la guard con meraviglia. Mia signora, proprio per questo non potete salire. Le navi da guerra e quelle da trasporto sono tutte salpate per l'imbocco dell'Ellesponto..., rispose, voltandosi e indicando oltre l'imboccatura del porto. Ci sar una battaglia, tra poco.
Visto? Ve l'avevo detto, che ci sarebbero caduti subito!. Crispo si lasci trascinare dal suo entusiasmo da neofita, ma subito si pent di averlo manifestato davanti ai suoi ammiragli: non doveva dar loro alcun appiglio per considerarlo un poppante.
Ma certo: siamo una preda cos facile che ci sarebbe caduto chiunque. Il problema  che probabilmente hanno ragione nel pensare che gli abbiamo offerto la vittoria su un piatto d'argento, osserv il vecchio Prisco scuotendo la testa.
Crispo avrebbe voluto fargli pesare il suo tono sarcastico, ma decise di evitare polemiche nell'imminenza della battaglia. La battaglia che aveva cercato e che, ne era sicuro, anche suo padre auspicava. Non appena si era presentato dentro il canale dell'Ellesponto, le navi nemiche che stazionavano a presidio della Propontide si erano schierate in colonna e avevano iniziato ad avanzare verso la sua flotta. Si sentiva fremere di eccitazione, e in quel momento scomparve in lui ogni residua traccia di paura o di remore. Era un guerriero, e si compiacque nel trovare conferma di quello che, fino ad allora, era stato solo un auspicio.
L'importante  che lo pensino: sar la loro rovina, si limit a rispondere, mettendo da parte ogni polemica. Ordin agli altri ammiragli di prendere posto sulle loro rispettive navi e di attendere i suoi ordini, ma Prisco obiett: Cesare, l'imperatore tuo padre mi ha raccomandato di rimanerti accanto in ogni circostanza. Devo quindi insistere per rimanere qui.
Devi aver interpretato male le sue disposizioni, caro Prisco, fu pronto a ribattere. Probabilmente lui intendeva che non dovrai mai far venire meno il tuo prezioso consiglio. Ma durante lo scontro,  opportuno che ciascuno se ne stia sulla propria nave: non vorrei che accadesse qualcosa alla tua ammiraglia, nel caso non ci sia tu a guidarla.
Prisco apr la bocca per replicare, ma il tono del principe doveva essere stato sufficientemente netto, perch rinunci, chin il capo in segno di deferenza e and verso la scialuppa. Crispo si stup di se stesso: stava manifestando l'autorevolezza di uno sperimentato condottiero, e non si era neppure dovuto sforzare troppo: forse era davvero predestinato al comando, come il padre aveva sostenuto.
Rimasto solo, si sent invincibile. Aveva ottanta navi, e le poteva utilizzare come meglio credeva, senza condizionamenti e senza timore del giudizio altrui, se non del padre. Senza pi gli occhi degli ammiragli addosso, riflett sulla tattica da adottare. Sotto l'aspetto strategico, aveva assunto un vantaggio nel momento in cui le imbarcazioni avversarie si erano incuneate nello stretto. Per il momento erano incolonnate e avevano spazio sufficiente per avanzare, ma presto avrebbero dovuto aprirsi, per affrontare la sua flotta, e allora Abanto si sarebbe reso presto conto dell'errore che aveva commesso.
Ma sarebbe stato troppo tardi, per lui.
Date il segnale. Schieramento in linea!, grid, e le trombe sulla sua ammiraglia squillarono, precedendo di qualche istante il suono di quelle provenienti dalle altre navi. Le liburne, che costituivano in gran parte la flotta, levarono le ancore e i rematori iniziarono a vogare per mettere le rispettive imbarcazioni in posizione. Ciascuna nave si stacc lentamente dalla costa settentrionale dell'Ellesponto, lungo la quale era ancorata, e procedette verso la sponda opposta. Crispo aveva disposto che le prime e anche le ultime a partire fossero quelle pi leggere, con un pescaggio minore, per poterle piazzare il pi vicino possibile alla costa. Dopo il posizionamento della prima dall'altra parte, a breve distanza dalla terraferma, ogni nave successiva si ferm a uguale distanza da quella che l'aveva preceduta, finch l'intera flotta non form un cordone a maglie piuttosto larghe lungo l'intero stretto.
Una volta completato lo schieramento, Crispo si posizion al centro e diede ordine di avanzare. Prisco e Teodoro avevano il comando delle rispettive ali, e sper che eseguissero alla lettera i suoi ordini: dall'efficacia della manovra sui fianchi dipendeva l'esito dello scontro. Nel frattempo, la flotta nemica si era avvicinata e, come previsto, le navi che seguivano quelle di testa si stavano aprendo a ventaglio. Era il momento di passare alla seconda fase, che introduceva la soluzione tattica cui aveva dedicato molte riflessioni durante la notte precedente. Fece squillare di nuovo le trombe. E subito la sua ammiraglia, che si trovava esattamente al centro dello stretto, vir a destra, spingendo verso la costa le navi disposte sul fianco. Dal lato opposto, la nave adiacente alla sua fece altrettanto verso sinistra, finch lo schieramento non si divise in due met di quaranta navi ciascuna. Quindi, Crispo fece squillare ancora una volta le trombe, e le cinquanta navi centrali rallentarono progressivamente, lasciando procedere quelle rimanenti, ovvero le pi esterne. Crispo segu con attenzione la nuova disposizione della flotta, che and configurandosi come un arco, con le due estremit rivolte verso il nemico e a sfiorare la costa, e privo della parte centrale.
Il giovane condottiero contempl la sua opera e fu soddisfatto di ci che vedeva: dal vivo, era proprio come se l'era immaginato sulla mappa, spostandovi sopra i modellini di navi.
L'immensa flotta nemica era ormai cos vicina che poteva contemplarne in dettaglio la composizione. Le navi erano cos numerose e fitte che sembravano un'unica piattaforma sulla quale sorgeva una foresta, larga e profonda: ormai Abanto aveva disposto una serie di linee successive, determinando uno schieramento molto profondo ma non altrettanto largo di quello di Crispo che, al contrario di lui, aveva fatto in modo di lambire le coste.
Per quanto riguardava la propria ammiraglia, Crispo l'aveva mantenuta nella posizione pi centrale; era la nave pi arretrata della diagonale di destra. Si sarebbe scontrata col nemico pi tardi di chiunque altro, ma sarebbe stato impegnata nel cuore dello scontro pi di chiunque altro. Su questo, il giovane non aveva mai avuto dubbi: il padre era celebre per la sua scelta di combattere sempre in prima linea, e non voleva essere da meno. Di lui dovevano dire non solo che era stato abile tatticamente, ma anche che era un valoroso.
Scrut il margine pi avanzato del suo schieramento e vide che era giunto quasi a contatto col nemico. Attese con trepidazione il momento della fusione tra le due flotte, che ebbe inizio subito dopo. Pot osservare le liburne pi avanzate infilarsi tra la costa e la nave pi esterna dello schieramento nemico, mentre quelle successive le seguivano mantenendo una rotta leggermente pi centrale. Controll che ci si verificasse su entrambi i lati, poi attese. Era quello il momento in cui avrebbe potuto osservare se la sua soluzione tattica era realizzabile anche sul campo, oltre che sulla carta.
E poi avvenne. Le navi pi laterali di Abanto, trovata la loro direttrice di navigazione ostruita dalle navi pi esterne della flotta nemica, furono costrette a virare leggermente verso il centro, andando a ostacolare quelle che procedevano al loro fianco. Nell'arco di breve tempo, la linea nemica si restrinse e, nella calca, fin per rallentare l'andatura.
Le navi di Abanto sarebbero arrivate senza slancio di fronte alla sua ammiraglia.
Se mai ci fossero riuscite. Adesso dovevano guardarsi le une dalle altre, oltre che da quelle nemiche.
Il piano era riuscito alla perfezione.
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FINE Parte 2.